domenica 29 settembre 2019

C'era una volta a...Hollywood: il crepuscolo di Quentin Tarantino (Recensione)

È passato un bel po' dall'ultima volta che ho scritto su questo blog, principalmente perché mi sono concentrato in parte maggiore sulla pagina Instagram del sito, ma eccomi qui, a scrivere nuovamente in questa sede, ritrovando un po' lo spirito originario che mi ha spinto ad aprire il sito, cioè l'esigenza di esprimere nel miglior modo possibile le mie opinioni sulla settima arte. Infatti è la necessità che mi riporta qui, la necessità di dilungarmi sulla recensione di un film attesissimo, particolare e complesso come solo un film d'autore può essere. Sto parlando ovviamente del nono film di Quentin Tarantino, C'era una volta a...Hollywood.


Chi ha leggiucchiato qualche articolo del blog, o seguito i vari post sulla pagina Instagram, sa perfettamente quanto ho atteso questo film e quanto conti per me il regista in questione, anche perché non ho mai tenuto segreta la mia più totale ammirazione e adorazione per Quentin Tarantino, il mio regista preferito in assoluto, di cui ho visto e stravisto tutti i film e che ritengo abbia plasmato la mia concezione di cinema, oltre ad avermi fatto innamorare perdutamente della settima arte. Insomma, questo nuovo film era fra i più attesi del 2019, definire "alte" le mie aspettative era un eufemismo, le premesse di questa nuova opera del regista di Knoxville erano grandiose.

C'era una volta a...Hollywood segue le vicende, o sarebbe meglio dire disavventure, di Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), un attore giunto al tramonto della sua carriera, e il suo stuntman, Cliff Booth (Brad Pitt), veterano di guerra dal misterioso passato. La vicissitudini dei due amici si incastonano nella Hollywood del 1969, popolata dalle star del cinema e della televisione dell'epoca, come Steve McQueen e Bruce Lee, un mondo inconsapevole di trovarsi drammaticamente vicino al suo più grande stravolgimento, l'omicidio dell'attrice Sharon Tate (Margot Robbie), moglie di Roman Polanski, perpetrato dalla Manson Family proprio nella villa dell'attrice, a Cielo Drive e beh, si dà il caso che il nostro Rick Dalton abiti proprio vicino alla villa dei Polanski.


Tarantino si è sempre circondato di star nei propri film, lanciando o rilanciando numerose celebrità di Hollywood, e questo suo nono film non fa eccezione, anzi, questa volta Quentin è riuscito ad assemblare un cast stellare come pochi, su cui giganteggia la trinità formata da Leonardo DiCaprio, Brad Pitt e Margot Robbie, a cui "fanno compagnia" Al Pacino, Kurt Russell, Timothy Olyphant, Bruce Dern, Michael Madsen, Damian Lewis, Luke Perry, Damon Herriman e molti altri, alcuni purtroppo tagliati dal film, come Tim Roth e James Marsden, infatti la prima versione del film durava più di quattro ore e per rientrare nelle quasi tre ore della versione da cinema, Tarantino ha dovuto sacrificare parecchie parti presenti nella pellicola. Quella del taglio è una delle cose più odiate per il regista di Pulp Fiction, non per niente si vocifera di una possibile versione director's cut per Netflix (come fatto per The Hateful Eight).


Parto subito col dire che il film mi è piaciuto davvero molto, ha diviso la critica italiana (mentre in patria ha messo quasi tutti d'accordo) perché indubbiamente non arriva ai grandi capolavori del regista, ma forse il problema per molte persone è stato proprio questo. Mi spiego meglio, la gente si aspettava qualcosa da questo film, si aspettava che Tarantino facesse Tarantino e sfornasse il suo nuovo (e penultimo) capolavoro, con i suoi intrecci, con i suoi dialoghi, con le sue citazioni a go go, con il suo "occhio cinematografico" e infine con il sangue e lo splatter, quel momento che nei film di Tarantino lo si attende come i regali a Natale, e in parte è così, ma questa volta le cose sono andate diversamente e la gente ne è rimasta spiazzata, dividendosi fra chi è rimasto deluso dal film e chi invece è rimasto folgorato da questo Tarantino semi-inedito. Io, personalmente, faccio parte del secondo gruppo.

Alla fin fine Tarantino è sempre lo stesso, ci sono tutti i suoi marchi di fabbrica, ma questa volta abbandona i suoi deliziosi intrecci per concentrarsi su qualcosa che prima passava in secondo piano rispetto alla trama: i personaggi. Nei suoi film, Quentin ci ha dato personaggi meravigliosi, caratterizzati immediatamente da dialoghi perfetti e battute eccezionali e le loro azioni non erano da meno, ma questi personaggi rimanevano comunque le pedine della storia. Nei film di Tarantino è sempre stata la trama a comandare, quasi come se fosse un entità superiore, il destino che comandava i personaggi, ovviamente metafora di come giostrasse i suoi giocattoli il regista e di come li calasse in magnifici intrecci narrativi.


Parlando più concretamente, personaggi come Jules e Vincent, le varie Iene, Mia Wallace e Aldo Raine sono personaggi dannatamente affascinanti e ben caratterizzati, ma perdono di significato tolti dal loro contesto e intreccio narrativo, che ha fatto la fortuna de Le iene, Pulp Fiction e Bastardi senza gloria. Discorso diverso per personaggi quali la Sposa e Django, unici protagonisti principali dei loro film, ma che comunque venivano incanalati in un mondo sui generis, infatti le ambientazioni di Kill Bill e di Django Unchained sono quasi esse stesse dei personaggi. In tutto questo fanno eccezione personaggi e ambientazioni di The Hateful Eight e Death Proof, in quanto molto particolareggiati e posti un po' a metà dei vari approcci di Tarantino alle storie e ai personaggi. Tutto questo preambolo era doveroso per parlare di C'era una volta a...Hollywood.

Come detto prima, in questo film Tarantino pone l'accento sui personaggi, sulle loro caratterizzazioni, preferendo un intreccio più basilare, molto lineare, tanto che più che un intreccio, sembra di seguire le (dis)avventure quotidiane dei due protagonisti, questa volta non calati in un bizzarro scenario popolato da assassini, mercenari e psicopatici e neanche in un western rivisitato e crepuscolare, bensì nella madre e il padre di tutte queste ambientazioni, il luogo dove tutto nasce e finisce, un luogo dove la parola film è il verbo e il cinema è Dio, in una parola: Hollywood.
Non la Hollywood contemporanea e neanche quella ormai blasonata e citata fino allo sfinimento degli anni '80, ma una Hollywood immortalata in un momento particolare, ad un bivio nella propria storia quasi secolare, l'Hollywood del 1969.


Gli anni '60 erano stati anni di rivoluzioni politiche e sociali, che da una parte portarono una ventata d'aria fresca per il cinema e la cultura tutta, ma dall'altra parecchio movimento per gli Stati Uniti, dalla terribile guerra e in seguito amara sconfitta in Vietnam, dalle proteste per i diritti civili degli afroamericani e l'omicidio di Martin Luther King, dall'accentuarsi della guerra fredda all'omicidio di Kennedy, ma furono anche gli anni dell'allunaggio, della beat generation e dei movimenti degli hippie, i figli dei fiori convinti di poter cambiare il mondo con l'amore e con la pace, un sogno utopistico capace di far smuovere milioni di persone, un sogno che si infranse tragicamente una notte d'estate sul finire di questo decennio parecchio agitato. Precisamente il 9 agosto 1969, quando la Manson family, una setta di hippie creata attorno alla figura di Charles Manson, irruppe nella villa dell'attrice Sharon Tate durante un party con i suoi amici e massacrò le celebrità, fra cui la stessa Tate, incinta di un bambino. Il massacro di Cielo Drive fu la pietra tombale sul sogno degli hippie, la fine di un'era, una tragedia che cambiò irrimediabilmente l'opinione pubblica e il mondo di Hollywood.


La Hollywood del 1969 era già di per sé in un momento particolare, l'era dei western, genere dominante del cinema americano e non solo, cominciava ad avviarsi sul viale di un tramonto lento e inesorabile, con il poliziesco e il curioso e affascinante film d'arti marziali che avanzavano e una riscoperta da parte degli americani del grande cinema autoriale europeo, nettamente superiore alla produzione statunitense. Il 1969 fu anche l'anno in cui si trovavano nello stesso momento storico icone del cinema quali Steve McQueen, Bruce Lee, Roman Polanski, Burt Reynolds e molti altri e in cui in Italia la rivisitazione di Sergio Leone aveva aperto al genere degli spaghetti western, fra cui spiccano i titoli diretti da un altro Sergio, Corbucci, ma anche i film di serie B diretti da Antonio Margheriti. E in tutto questo, nel 1969, Quentin Tarantino aveva 6 anni, ma sarebbe cresciuto con i miti di questa Hollywood, con il cinema di questo periodo. Insomma, un momento della storia molto particolare in cui Tarantino fa muovere i suoi personaggi, sia reali che fittizi, in un gioco di specchi senza fine fra realtà e finzione. Un gioco che comincia fin dalla creazione dei suoi personaggi.


Leonardo DiCaprio interpreta Rick Dalton, un attore fallito la cui carriera è consistita in una famosa serie tv western degli anni '50 e in un film di guerra, un'icona in discesa, una celebrità ridotta ad arrampicarsi sugli specchi pur di continuare a fare cinema, un uomo disperato e agli sgoccioli, perché Rick È Hollywood, ma un Hollywood che sta cedendo il passo al nuovo che avanza, incapace di cambiare per sopravvivere. Un uomo che vive per la macchina da presa, un uomo completamente dipendente dal suo lavoro, capace soltanto di recitare nella sua vita, un uomo con enormi problemi di autostima, un divo che sta per sparire, ecco chi è Rick Dalton, ma proprio per questo insieme di cose, Rick è anche un grandissimo attore, capace di fare una performance mostruosa dopo una crisi di nervi. E mostruoso è proprio lui, Leonardo DiCaprio, capace di recitare nella recitazione, di passare dalla realtà alla finzione in completa scioltezza, producendo per Tarantino una performance metacinematografica che lascia più volte senza fiato. Ogni volta che si crede che Leo abbia raggiunto l'apice, Leo ci sorprende ancora, migliorandosi sempre, film dopo film, performance dopo performance. Signori, uno dei più grandi attori in circolazione, definirlo da Oscar sarebbe parecchio riduttivo.


Brad Pitt, invece, interpreta Cliff Booth, lo stuntman e migliore amico di Rick, un uomo tutto d'un pezzo dal passato misterioso e ambiguo, uno delle tantissime persone di Hollywood che non si vedono sui giornali o in tv, il loro nome non compare nelle locandine, ma nei film, loro ci sono. Sono le controfigure, le persone che fanno quello che gli attori non possono fare, coloro che "recitano" senza parole, ma solo con l'azione e le acrobazie, quelle persone che permettono alla "magia del cinema" di avverarsi. Come gli attori sono persone (o personaggi) diversi, presi fuori dal set, anche per gli stuntman è così, ma non li vediamo ritirarsi in ville super arredate con bar e piscina, bensì in catapecchie appena vivibili a condurre una vita da cani, spesso con l'unica compagnia, appunto, dei cani. Cliff è l'ultimo cowboy, un tipo d'uomo come non ci sono più, amici veri e uomini giusti, vessati dal destino e dalla sfortuna, ma mai spezzati. Un personaggio terribilmente affascinante, l'unico uomo vero in un mondo di finzione, un'icona nella vita reale e non sul set, immortalato da un sempre criptico e statuario sguardo tanto apprezzato da David Fincher. Brad Pitt ne ha fatta di strada, uno dei più adorati e venerati teen idol (come del resto anche Leonardo DiCaprio) che è ormai giunto alla soglia dei 60 anni, ma che sullo schermo non ha mai perso un'oncia della sua potenza cinematografica, perché Brad è ancora uno dei più grandi fighi di Hollywood, capace di brillare in modo inedito grazie a Tarantino e ad un ruolo che sembra (e forse lo è) scritto apposta per lui. Il Cliff Booth di Brad buca lo schermo e ruba la scena non poche volte al suo compare, divenendo a mio parere il vero protagonista della pellicola, spesso e volentieri anche la vera forza di questo film.


Sin dall'annuncio del film e sulle prime informazioni della trama, in molti si aspettavano come "terza" protagonista della pellicola colei che dovrebbe, per certi versi, esserne anche il perno, Sharon Tate, interpretata da Margot Robbie, ma senza spoilerare troppo, così non è. Una delle critiche maggiori del film è proprio il mancato approfondimento della Tate e in effetti è così, l'attrice vittima del massacro al centro delle vicende non viene molto caratterizzata da Tarantino, anzi, quasi per niente, ma ancora una volta mi trovo in disaccordo con queste critiche. La Sharon Tate di Tarantino è una figura particolare, più che un personaggio o una persona vera, assume il ruolo di simbolo emblematico, un simbolo di tutto ciò che c'era di buono nella Hollywood degli anni '60, il simbolo di un sogno di pace e armonia dolcemente ingenuo, un simbolo di innocenza su cui, fin dal principio, lo spettatore sa che incombe un tragico destino. Una dea benevole e candida, ecco chi è, o sarebbe meglio dire cos'è, la Sharon Tate di Tarantino, ovviamente tutto ciò è accentuato dalla performance di Margot Robbie, un'attrice capace di sembrare perfetta in qualsiasi inquadratura.


In ogni caso neanche io sono cieco di fronte ad alcuni difetti del film, che sono sicuro siano quasi del tutto dovuti al taglio di parecchie parti del film, come la troppo piccola parte di Charles Manson, ma anche e soprattutto lo spreco del personaggio interpretato da Al Pacino, infatti posso capire il volergli affidare un ruolo minore (alla stregua di un cameo) come fatto anche per Kurt Russell, Damian Lewis e Timothy Olyphant, ma, come detto, è davvero uno spreco con un attore del calibro di Al Pacino, un gigante del cinema che non aveva mai lavorato con Tarantino.

Ovviamente sono cose a cui io, personalmente, passo sopra, mentre mi trovo in totale disaccordo con chi ha stroncato il film dato che a me è piaciuto davvero tanto e credo che su questa discussione si possa anche dire un bel po' di cose. Come scritto sopra, la gente si aspettava il solito Tarantino e dopo aver discusso la cosa a livello di contenuti, ora tocca ad un punto di vista "dietro le quinte". Il regista di Knoxville si accinge anch'egli alla soglia dei 60, e dopo anni da scapolo è convolato a nozze qualche mese fa, è ovvio che la cosa ha portato un cambiamento enorme nella sua vita e di conseguenza nel suo lavoro. Inoltre non bisogna dimenticare che C'era una volta a...Hollywood è il suo nono film, il penultimo, dato che l'autore da anni ha deciso di ritirarsi dalla regia dopo il suo decimo film, e forse il fatto che la sua produzione sia quindi relativamente corta, l'opinione generale non ha quindi considerato che il buon Quentin sia nel giro da quasi trent'anni e che ora stiamo vivendo il crepuscolo del regista.


Il crepuscolo, quel momento del tramonto che precede la fine della luce, un momento in cui è inevitabile divenire un po' romantici e la cosa si può benissimo apportare all'opera di Tarantino, che in questo film, lontanissimo da quelle Iene che hanno rappresentato il suo folgorante esordio, cita un intero periodo del cinema americano, quel periodo con cui è cresciuto, il periodo che lo ha formato e che arriva ai nostri occhi impregnato di una dolce nostalgia, infatti un'altra delle critiche mosse al film è l'idealizzazione del 1969, che in effetti non è come noi lo abbiamo visto, ma come lo ha "visto" Quentin, ma anche a queste critiche rispondo con un chissenefrega, perché C'era una volta a...Hollywood è una lettera di amore proprio al cinema americano di un tempo, ormai scomparso e lontano ben più di cinquant'anni, il che ci porta ad avere una visione pessimistica dell'attuale panorama cinematografico, anche qui, inteso come crepuscolare, per questo basta anche vedere i piedi nel film, si sa che Tarantino è un feticista, li inserisce in tutti i suoi film, ma in questo i piedi sono rappresentati sporchi e raggrinziti. Un Quentin più romantico, che ad un passo dalla fine della sua carriera, ripensa a tutto ciò che ha fatto, e così vediamo il set di un western che altro non è che lo stesso di Django Unchained, l'aeroporto di Jackie Brown, Kurt Russell in un ruolo che non può non ricordare Stuntman Mike di Death Proof, le fiamme di Bastardi senza gloria, gli allenamenti di Sharon Tate e Bruce Lee che strizzano l'occhio a Kill Bill, la Los Angeles e i giri in macchina di Pulp Fiction e chissà cos'altro, tra le miriadi di citazioni nascoste e occulte con cui Tarantino ha infarcito il film.


Non solo citazioni, comunque, il film rimane incentrato sui personaggi, sulle loro azioni quotidiane e le loro vicissitudini, per poi arrivare ad un crescendo in cui, il seppur "blando" intreccio mostra i propri frutti, con un finale davvero perfetto, fra i più belli di sempre a mio parere.
Ora passiamo quindi alla parte SPOILER che si concluderà solo alla fine del paragrafo.
Lo stratagemma conclusivo potrà sembrare già visto o per alcuni telefonato, ma la cosa non toglie davvero niente alla sua perfezione, dopotutto per tutto il film vediamo realtà e finzione rincorrersi e nel finale assistiamo alla resa dei conti. Le scene che precedono il climax finale sono magnifiche, dall'accensione di tutta Los Angeles, trepidante e frenetica, passando per la voce narrante che passa per filo e per segno gli eventi del 9 agosto, in cui finalmente le vicende di Rick e Cliff arrivano al loro compimento. Nella loro ultima serata di baldoria, un Rick su di giri e un Cliff strafatto cambiano la storia. La Manson family è lì, davanti ai cancelli della villa Polanski, ma basta una sfuriata di Rick Dalton per cambiare tutto. La setta di fanatici ora irrompe nella casa dell'attore, solo per ritrovarsi contro Cliff e il suo cane, ciò che segue è il momento più atteso dei film di Tarantino, il climax splatteroso, e ovviamente Quentin non si risparmia, creando una serie di scene grottesche e assurde, esagerate ed esilaranti, praticamente perfette, con un Cliff scatenato. Solo alla fine, anche Rick ha il suo momento di gloria, bruciando l'hippie con il lanciafiamme, ricordo del suo war movie ed è in questo momento che l'uomo e il divo divengono una cosa sola, portando a compimento il percorso di Rick, ora soddisfatto e completo. E così ci avviciniamo alla fine, un Cliff ammaccato viene portato via dall'ambulanza, non prima di un bellissimo confronto con l'amico di una vita e poi Rick si ritrova solo, dopo una lunga e agitata notte, ma le emozioni non sono finite per l'attore di Bounty Law, infatti viene raggiunto da Jay, l'amico di Sharon Tate, e proprio quest'ultima gli apre i cancelli della villa, i cancelli di Cielo Drive, i cancelli del cielo, e come un moderno San Pietro, Jay accompagna Rick verso la casa, dove il miracolo è avvenuto, il pericolo è scampato, almeno nella finzione. Con una ripresa dall'alto vediamo l'abbraccio di Sharon e Rick, l'attore ha finalmente l'occasione di entrare nel cinema che conta, dopo una vita di sacrifici e belle batoste, Rick Dalton ce l'ha fatta. E a quel punto compare il titolo, che oltre ad essere un omaggio al cinema di Sergio Leone si rivela essere il significato del film, una gran bella favola Tarantiniana, una fiaba, la massima espressione di finzione, dove i cattivi muoiono sempre e vissero tutti felici e contenti. Ancora una volta Tarantino vince sulla cruda realtà, ma in Bastardi senza gloria è la grande vendetta contro i nazisti e Hitler, qui un desiderio irrealizzabile, un sogno che solo al cinema può prendere forma, un sogno di una realtà diversa, dove un sogno non è finito quella notte in un insensato e tragico massacro. Ci sono poche cose più potenti del cinema quando questo si prende una rivincita contro la storia, quando riesce dove noi abbiamo fallito, quando si assiste all'impossibile sul grande schermo, perché lì, su quel grande schermo che ogni volta che si accende ci regala un'emozione, tutto è possibile.

Ed eccoci qui, alla fine, sinceramente mi verrebbero da discutere parecchie altre cose, ma lo spazio che mi sono preso è già molto, sicuramente tornerò a parlare del film, anche solo per riportare le decine di curiosità, citazioni e riferimenti presenti nella pellicola. Del resto è abbastanza sicuro che prima che finisca la sua corsa al cinema tornerò a vederlo, anche perché per questo film mi è capitato qualcosa che raramente succede, e cioè che più tempo passa e più rimango soddisfatto della sua visione, infatti le prime impressioni a caldo non erano così entusiastiche. Insomma, C'era una volta a...Hollywood rappresenta un crepuscolo romantico per Quentin Tarantino, ma è anche la sua nona sinfonia di cinema.