lunedì 10 febbraio 2020

Vincitori Oscar 2020

La lunga notte è finita, è arrivato il momento di parlare dei vincitori degli Oscar 2020. È stata un'edizione, diciamo, particolare, ma di questo ne parleremo meglio più sotto come del resto più giù commenteremo le vittorie e le sconfitte, i trionfi e i record negativi di questa 92esima edizione degli Academy Awards. Nel frattempo ecco di seguito i vincitori.


Miglior film
Parasite

Migliore regia
Bong Joon-Ho (Parasite)

Miglior attore protagonista
Joaquin Phoenix (Joker)

Migliore attrice protagonista
Renee Zellweger (Judy)

Migliore attrice non protagonista
Laura Dern (Storia di un matrimonio)

Miglior attore non protagonista
Brad Pitt (C'era una volta a... Hollywood)

Migliore sceneggiatura originale
Parasite

Migliore sceneggiatura non originale
Jojo Rabbit

Migliore fotografia
Roger Deakins (1917)

Miglior montaggio
Le Mans '66 - La grande sfida

Miglior scenografia
C'era una volta a... Hollywood

Migliori costumi
Piccole donne

Migliore colonna sonora originale
Joker

Migliore canzone originale
Rocketman

Migliore trucco e acconciatura
Bombshell

Miglior sonoro
1917

Miglior montaggio sonoro
Le Mans '66 - La grande sfida

Migliori effetti speciali
1917

Migliore film d'animazione
Toy Story 4

Miglior film straniero
Parasite

Miglior documentario
American factory


Eh, da dove cominciare? È stata un'edizione storica, in tutti i sensi, sul serio, si può dire che la forte imprevedibilità di quest'anno si era un po' smorzata, con una serie di premi telefonati e di cui era certa la vittoria, ma poi le sorprese ci sono state, eccome se ce ne sono state. Per organizzare meglio il discorso è meglio procedere per gradi, e quindi film per film.

Parasite è, senza ombra di dubbio, il trionfatore, il conquistare, totale e definitivo di questi Oscar. Oscar per miglior film internazionale (scontata), per miglior sceneggiatura originale (battendo a sorpresa Quentin Tarantino), ma soprattutto per miglior regia e miglior film. Signori, MIGLIOR FILM, una vittoria storica, perché è la prima volta in assoluto che un film straniero vince come miglior film, la grande sorpresa di quest'edizione, con Bong Joon-ho che soffia a Sam Mendes persino l'Oscar per la miglior regia. Del trionfo di Parasite si potrebbe parlare a lungo, e si potrebbero dire molte cose, innanzitutto, per quanto mi riguarda, non mi ritrovo con la scelta dell'Academy. Parasite è un grandissimo film e merita davvero questo grande trionfo, ma fa davvero sorridere il fatto che in un anno, il 2019, che verrà ricordato per molto tempo come il migliore anno del cinema americano degli ultimi decenni, per quantità di film di qualità e di successo, per registi e attori coinvolti, insomma, un tripudio del meglio che Hollywood poteva offrire nel terzo millennio e che chiudeva in bellezza il decennio degli anni '10, va a vincere come miglior film una pellicola coreana. Ripeto, non c'è niente di male, ad avercene di film come Parasite, ma credo che questa svolta "anti-americana" dell'Academy sia alquanto strana. Comunque le mie congratulazioni ad un film piccolo piccolo che è riuscito a conquistare tutto, ma proprio tutto il mondo, partendo da un Paese molto difficile, quale è la Corea del Sud  e davvero un grande Bong Joon-ho. Insomma, dopo 60 anni dal periodo d'oro delle pellicole italiane premiate agli Oscar, l'Academy va ancora matta per il neo-realismo.


1917 esce abbastanza male da quest'edizione, per cui era considerato il grande favorito, portandosi comunque a casa tre Oscar tecnici, quali miglior fotografia, miglior sonoro e migliori effetti speciali, meritatissimi. Sam Mendes non è stato incoronato quest'anno, ma ha fatto strage di premi in tutto il mondo, quindi non ha certo da lamentarsi, inoltre io mi aspettavo già questa vittoria nel lato tecnico. In ogni caso, per numero di Oscar vinti, si piazza al secondo posto. A sorpresa, persino Le Mans '66 si ritaglia il suo spazietto, con due Oscar tecnici, per il montaggio sonoro e miglior montaggio. Piccole donne vince, come già avevo previsto, l'Oscar per i migliori costumi.
Jojo Rabbit vince l'Oscar per miglior sceneggiatura non originale, e Taika Waititi la spunta così su The Irishman. Anche qui avrei parecchio da dissentire, in quanto proprio la sceneggiatura non era il maggior punto di forza del film, oltre ad essere abbastanza incostante, ma evidentemente l'Academy ha preferito una strana black comedy che dissacrava il nazismo al film testamento di un genere che, a quanto pare, non ha più presa sugli Oscar.


The Irishman, come temevo, è il grande sconfitto di quest'anno, con Martin Scorsese a mani vuote con 10 nomination, esattamente come accadde per Gangs of New York. Le parole accese le avevo già scritte riguardo i Golden Globes di quest'anno, ma con quest'altra grande sconfitta, ben più grossa, non posso che ribadire come i membri dell'Academy non abbiano voluto premiare in alcun modo il film, forse non perdonando a Scorsese di essere stato prodotto da Netflix. Mi dispiace, ma vedo nella questione Netflix l'unico motivo per cui non premiare il film, perché non si potrebbe mettere in mezzo la qualità, proprio non si potrebbe, perché altrimenti verrebbero meno quasi tutti i film in gara. Mi ha fatto moltissimo piacere che Joon-ho abbia regalato una standing ovation a Scorsese, con un rispetto e una sportività che era molto presente ai Golden Globes ed è mancata a molti durante questi Oscar. Oscar o non Oscar, The Irishman rimarrà negli annali del cinema, del vero cinema, per importanza storica, per il cast, per la regia, sicuramente più di un Jojo Rabbit o qualche altro film che è stato preferito dall'Academy, che rimarrà relegato ad un 2019 che, a conti fatti, è già passato.


Joker si porta a casa due Oscar, come era già stato preventivato, cioè quello per la miglior colonna sonora e quello, ovviamente, per miglior attore protagonista. Joaquin Phoenix ha chiuso in bellezza questa stagione dei premi, che lo ha visto praticamente trionfare dappertutto, dai Golden Globes ai BAFTA e chissà quanti altri. Era dato per scontato, ma questo non vuol dire che non sia stato meritato, dopotutto il vero trionfo di Joker è stato il suo interprete, che questa volta è riuscito sul serio a mettere d'accordo tutti, anche qui, un evento storico. Il discorso di Phoenix ha rispecchiato un po' la sua personalità, anche se ho preferito quello dei Golden Globes, dato che in questo caso, anche se ha affrontato temi molto importanti, si è dimenticato di ringraziare qualcuno, che so, almeno Todd Philips.
La statuetta per miglior attrice protagonista è andata, anche qui in senza sorprese, a Renée Zellweger, per la sua Judy Garland, mentre per quanto riguarda l'attrice non protagonista, vince Laura Dern, per Storia di un matrimonio, altro film che subisce la "punizione Netflix" da parte dell'Academy, ma che almeno una statuetta se la porta a casa.


C'era una volta a...Hollywood si "accontenta" di due Oscar, a cui si poteva dare almeno il terzo, per la miglior sceneggiatura originale (tenendo conto che Parasite ha comunque trionfato per la regia e per il film in sé in ben due categorie), ma questo, ovviamente, è un mio parere. Vince la scenografia, meritata, visto l'enorme lavoro per far tornare l'Hollywood Boulevard del 2019 in quella di cinquant'anni prima, nel 1969. E poi ovviamente vince Brad Pitt per miglior attore non protagonista, primo premiato di quest'edizione, per cui mi sono emozionato più di quanto fatto per Phoenix, come già era successo ai Golden Globes. È il coronamento di un grande momento per Pitt, che finalmente viene riconosciuto dalla critica e si aggiudica il suo primo Oscar come attore, dato che già ne possiede uno come produttore, per 12 anni schiavo del 2014.


Insomma, forse mi aspettavo qualcosa di più, più che altro perché non si è avuta la sensazione di "compendio" del 2019, con l'evidente grosso paradosso, di cui ho scritto prima, da parte dell'Academy, ma ormai è andata, appuntamento all'anno prossimo con chissà quali nuove pellicole, sperando che possano essere all'altezza di quelle, davvero meravigliose, di quest'anno.

Ecco qui i miei pronostici, fra quelli azzeccati e quelli che ho sbagliato:
X-Miglior film---->1917
X-Miglior regia---->Sam Mendes
-Miglior attore protagonista---->Joaquin Phoenix
-Miglior attore non protagonista----> Brad Pitt
-Miglior attrice protagonista---->Renèe Zellweger
-Miglior attrice non protagonista---->Laura Dern
X-Miglior sceneggiatura originale---->C'era una volta a...Hollywood
X-Miglior sceneggiatura non originale---->The Irishman
-Miglior film d'animazione---->Toy Story 4
-Miglior film straniero---->Parasite
-Miglior colonna sonora---->Joker
X-Miglior fotografia---->Joker
-Miglior effetti speciali---->1917

domenica 9 febbraio 2020

C'era una volta a...Hollywood: il numero 9 (Road to Oscar 2020)

Ci siamo, ultima tappa di questa folle corsa agli Oscar, con l'ultimo big in gara, che personalmente mi sono tenuto per ultimo per più fattori. Uno è sicuramente il fatto che, insieme a The Irishman, è il film per cui faccio il "tifo" per questa notte (di Joker mi importa solo che vinca Phoenix, ma tanto è ormai praticamente consolidato). L'altro fattore è che non ho potuto resistere a fare un giochetto di numeri, perché questo è il nono film degli Oscar in gara, il nono post della Road to Oscar, il nono articolo del mese di febbraio, pubblicato il 9 febbraio e soprattutto è il nono film di Quentin Tarantino. Signori, concludiamo in bellezza questa road con C'era una volta a...Hollywood.


Del film ne ho parlato già in lungo e in largo, varie volte, quindi per riparlarne ancora (perché per me è uno di quei film di cui parlerei all'infinto) farò qualcosa di molto simile a quanto fatto per Joker, e quindi un commento diretto sulle nomination che ha all'attivo, con qualche parere personale e qualche approfondimento, è giusto per non far mancare nulla, anche qualche bella curiosità.
Scritto e diretto da Quentin Tarantino, C'era una volta a...Hollywood segue le vicende, o sarebbe meglio dire disavventure, di Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), un attore giunto al tramonto della sua carriera, e il suo stuntman, Cliff Booth (Brad Pitt), veterano di guerra dal misterioso passato. La vicissitudini dei due amici si incastonano nella Hollywood del 1969, popolata dalle star del cinema e della televisione dell'epoca, come Steve McQueen e Bruce Lee, un mondo inconsapevole di trovarsi drammaticamente vicino al suo più grande stravolgimento, l'omicidio dell'attrice Sharon Tate (Margot Robbie), moglie di Roman Polanski, perpetrato dalla Manson Family proprio nella villa dell'attrice, a Cielo Drive e beh, si dà il caso che il nostro Rick Dalton abiti proprio vicino alla villa dei Polanski.


L'ascesa di Tarantino nell'Olimpo del cinema americano è ormai avvenuta da anni, una consacrazione consolidata negli ultimi decenni con il grande successo di critica e pubblico delle sue pellicole, eppure non è sempre stato così, almeno dal punto di vista della critica, e in particolare modo dell'Academy. Quentin ha vinto solo due Oscar nella sua carriera, entrambi per la miglior sceneggiatura originale, per Pulp Fiction e Django Unchained, collezionando comunque decine e decine di nomination in altre categorie, ma mai per miglior film, quindi di fatto, C'era una volta a...Hollywood è il primo film di Tarantino ad essere nominato in questa categoria. Ed è anche record di candidature in generale, per il resista di Knoxville, che con la sua ultima fatica si è aggiudicato ben 10 nomination.


La corsa ai premi del nono film di Tarantino è cominciata fin dalla sua prima mondiale, avvenuta a Cannes, dopo la quale ha cominciato ad essere riconosciuto in tutte le principali premiazioni del cinema internazionale. Ha avuto un piccolo notevole trionfo ai Golden Globe, dove si è aggiudicato il premio per miglior film commedia e miglior sceneggiatura, oltre a quello per miglior attore non protagonista. Anche agli Oscar si presenta molto bene, come poche volte è capitato a Tarantino.
Dal punto di vista tecnico, C'era una volta a...Hollywood è probabilmente il più favorito nella categoria miglior scenografia, con un sapiente lavoro da parte dei scenografi nel ricreare la Hollywood del '69 nella Los Angeles di oggi, cosa per niente facile, dato che la capitale della California è sempre cambiata lungo gli anni, conservando poco e niente dei decenni passati. Ha poche chance per il sonoro e il montaggio sonoro, come anche per la fotografia, dove la sfida è davvero ardua con Joker e 1917. Ha anche una nomination per i costumi, davvero ben curati e particolari, ma probabilmente vincerà Piccole donne.


Arriviamo ai premi un po' più importanti, sicuramente C'era una volta a...Hollywood è il grande favorito per la miglior sceneggiatura originale, a cui Tarantino, come detto prima, è praticamente abbonato, si può dire che sia il "suo" premio. La grande novità di quest'anno, oltre alla nomination per miglior film, è quella per miglior regista. L'Academy non ha mai tanto considerato il lavoro di regia di Tarantino, preferendo di gran lunga il Quentin sceneggiatore, invece quest'anno poteva giocarsela sul serio, con molte possibilità di vincere, spuntandola su Martin Scorsese, dico "poteva" perché con l'avvento di 1917 e il lavorone di Sam Mendes, ora ci sono pochissime possibilità per Quentin di venire consacrato con quel premio prestigioso. Del resto questo poteva essere davvero l'anno della consacrazione di Tarantino da parte dell'Academy, a cui il film sembra essere piaciuto tanto, ma a quanto pare la vera e propria consacrazione è rinviata al prossimo, decimo e ultimo, lungometraggio di Tarantino.


Ovviamente uno dei maggiori punti di forza dei film di Tarantino è sempre stato il cast, C'era una volta a...Hollywood non è da meno, anzi, ha presentato uno dei migliori  e meglio assortiti cast dell'anno. Leonardo DiCaprio è stato, ovviamente, nominato per miglior attore protagonista, grazie alla sua magnifica interpretazione di Rick Dalton. DiCaprio non sbaglia mai un colpo, dovrebbe essere accertato ormai, anche se quest'anno è praticamente sicuro che non vincerà mai e poi mai, la statuetta del miglior attore protagonista ha già un nome scritto a caratteri cubitali, e quel nome è Joaquin Phoenix. La consolazione, comunque, sarebbe che l'Oscar, Leo, non lo avrebbe vinto comunque, anche senza Phoenix, dato che quest'anno poteva benissimo essere l'anno di Adam Driver. Questo non vuol dire che DiCaprio sia stato pessimo, non sia mai, ma quest'anno la sfida attoriale maschile era davvero combattutissima, anche solo per essere candidato (più che altro perché la vittoria è già scontata). A dispetto della sicura sconfitta, ribadisco che DiCaprio non sbaglia mai, che anche se questa sua interpretazione è stata, diciamo, "ordinaria", si può ben dire che il suo ordinario sia venti spanne sopra lo straordinario di tantissimi attori. Se quando ho parlato di The Irishman ho detto che Robert De Niro è il miglior attore della "vecchia guardia" (e forse di sempre) posso ora dire con certezza che Leonardo DiCaprio sia il miglior attore dei tempi nostri, almeno degli ultimi vent'anni, e guarda caso si potrebbe anche dire che Leo non sia altro che l'erede spirituale proprio di De Niro, per bravura, fama e illustre collaborazioni e sodalizi artistici con importanti registi.


L'altra nomination attoriale di C'era una volta a...Hollywood non è da meno, anzi, con molta probabilità sarà quella che si aggiudicherà la statuetta stanotte. È stato veramente un trionfo di premi, un'ascesa incredibile e una rinascita attoriale e spirituale dell'interprete candidato come miglior attore non protagonista, anche se, effettivamente, è stato il vero protagonista di C'era una volta a...Hollywood, la vera sorpresa e il maggior punto di forza di Tarantino, un personaggio che è già diventato iconico, come lo è stata l'interpretazione dell'attore di cui stiamo parlando, un grandissimo Brad Pitt. Certo che è davvero curioso come agli Oscar trovino maggior spazio i personaggi non protagonisti di Tarantino che quelli protagonisti, infatti abbiamo avuto il trionfo di Hans Landa di Bastardi senza gloria e il dottor Schultz di Django Unchained, entrambi meravigliosamente interpretati da un grandissimo Christoph Waltz, e ora ci troviamo ad un passo dal grande trionfo di Pitt. È stato un sex symbol, è stato visto in tutte le salse possibili, in tutti i generi, in così tanti film tutti diversi fra loro e purtroppo gli ultimi anni non sono stati clementi con il buon vecchio Brad, per qualche insuccesso cinematografico, ma soprattutto dal punto di vista della vita privata.


Del resto, Pitt era riuscito ad essere candidato varie volte, per la prima volta grazie a L'esercito delle 12 scimmie, ma soprattutto per la sua fruttuosa collaborazione con David Fincher, dove ha espresso al meglio le sue capacità recitative, a mio parere, ma non è mai riuscito a conquistare una statuetta, ora in molti lo danno per grande favorito, grazie a Quentin Tarantino. Pitt aveva già lavorato con Tarantino proprio in Bastardi senza Gloria, e ha voluto disperatamente lavorare nuovamente con Quentin e aggiudicarsi il ruolo di Cliff Booth. Una scelta azzecatissima, un personaggio fantastico, legato a doppio filo proprio con il suo interprete, che è riuscito a regalarci una performance sorprendente, iconica e che merita tutto il successo che ha avuto e, spero, possa essere consacrato con l'agognato Oscar.


Insomma, come si sarà capito, il film mi è piaciuto davvero tanto, e più tempo passa da quando lo vidi la prima volta (dove evidenziai alcuni difetti) e più mi piace, cosa che non capita quasi mai. Per i Cinemaverso Awards decisi di "premiare" Joker come miglior film del 2019, e sono ancora di quella idea, perché il film di Todd Philips si è dimostrato IL film del 2019, ma questo non vuol dire che sia il mio film preferito dell'anno passato, perché quel posto spetta proprio a C'era una volta a...Hollywood. È stata, per me, un'emozione incredibile riuscire a vedere al cinema questo film, vedere sullo stesso schermo così tante star, ma soprattutto vedere loro due, Leonardo DiCaprio e Brad Pitt, interagire, conversare, portare avanti una storia, sorreggere un film dallo stile particolare, una lettera d'amore ad un periodo, culminare poi in una parte finale praticamente perfetta, degna di entrare nella storia, e infine con un finale magnifico, forse non originale, ma semplicemente magnifico, e per certi versi, romantico. Non vincerà come miglior film (e in effetti non lo meriterebbe neanche) e se la giocherà arduamente con gli altri film per gli altri premi, ma per me, C'era una volta a...Hollywood ha già vinto, ha vinto dalla prima volta che l'ho visto, o almeno, ha vinto con me.


Ed eccoci giunti alla fine, anche quest'anno si conclude giusto in tempo la Road to Oscar 2020, come al solito è stata una lunga cavalcata e una buona abbuffata, anche se quest'anno avevo già visto le pellicole più importanti. Stanotte mi aspetta la notte più famosa e attesa del cinema, la notte delle stelle, e ancora una volta, come tutte le volte, come tutti gli anni, sarà sempre una grande emozione. Arrivederci "tra qualche ora" con i vincitori di una delle edizioni più attese degli Academy Awards, è stato un grande anno, ora è il momento di vedere chi saranno i trionfatori finali di questi Oscar 2020.

I miei pronostici:
-Miglior film---->1917
-Miglior regia---->Sam Mendes
-Miglior attore protagonista---->Joaquin Phoenix
-Miglior attore non protagonista----> Brad Pitt
-Miglior attrice protagonista---->Renèe Zellweger
-Miglior attrice non protagonista---->Laura Dern
-Miglior sceneggiatura originale---->C'era una volta a...Hollywood
-Miglior sceneggiatura non originale---->The Irishman
-Miglior film d'animazione---->Toy Story 4
-Miglior film straniero---->Parasite
-Miglior colonna sonora---->Joker
-Miglior fotografia---->Joker
-Miglior effetti speciali---->1917

Parasite: la lotta di classe come non l'avete mai vista (Road to Oscar 2020)

Ci avviciniamo vertiginosamente alle ultime battute della Road to Oscar 2020, il tempo sta finendo, e in questo penultimo articolo parliamo di uno dei film più chiacchierati del 2019, oltre ad essere la potenziale sorpresa di quest'edizione, una pellicola che ha scosso tutto il mondo, dal sapore internazionale, il film coreano che ha conquistato la critica, il trionfatore di Cannes, insomma, parliamo di Parasite.


I quattro membri della famiglia di Ki-taek sono molto uniti, ma anche molto disoccupati, e hanno davanti a loro un futuro incerto. La speranza di un'entrata regolare si accende quando il figlio, Ki-woo, viene raccomandato da un amico, studente in una prestigiosa università, per un lavoro ben pagato come insegnante privato. Con sulle spalle il peso delle aspettative di tutta la famiglia, Ki-woo si presenta al colloquio dai Park. Arrivato a casa del signor Park, proprietario di una multinazionale informatica, Ki-woo incontra la bella figlia Yeon-kyo. Ma dopo il primo incontro fra le due famiglie, una serie inarrestabile di disavventure e incidenti giace in agguato.


Scritto e diretto da Bong Joon-ho, Parasite ha saputo farsi notare a livello internazionale per l'audacia, l'inventiva, l'intelligenza di una trama ben congegnata, che affronta temi molto caldi attraverso uno stile associabile alla black comedy. Una trama che affronta la lotta di classe in una maniera nuova, più specifica, più crudele, senza scioperi, manifestazioni, bandiere e operai. È la lotta di classe nel terzo millennio, e soprattutto ubicata nella difficile situazione della Corea, profondamente dilaniata da una divario sociale molto notevole.


Forse farà strano sentirlo, ma Parasite, incredibilmente, è un film profondamente italiano. Non ci sono italiani, né come attori né come autori, e stiamo parlando di un film prodotto proprio in un altro continente, dall'altra parte del mondo. Ma allora in che senso Parasite sarebbe un film italiano? Una sola parola: neo-realismo. La corrente culturale (anche e soprattutto cinematografica) del neo-realismo raccontava proprio questo, la lotta di classe, la vita degli ultimi, in modo impeccabile, a volte crudele, a volte, semplicemente, tristemente, realistico, proprio come Parasite. Inoltre se proprio volete sapere un altro collegamento fra il film e il nostro Paese, basti pensare al fatto che nella pellicola è presente, fra le altre tracce, In ginocchio da te, di Gianni Morandi. Avete capito bene, Gianni Morandi in un film coreano, chi l'avrebbe mai detto?


John-ho è un signor regista, e ha saputo impreziosire il film con riprese intriganti, ricercate e mai scontate, che vanno ad amplificare, in qualche modo, la grande trama che fa da fulcro del film. Notevole anche l'interpretazione degli attori, come anche la scenografia e il montaggio. Non per niente il film ha ben 6 candidature agli Oscar, fra cui miglior film, miglior film internazionale, miglior regia e miglior sceneggiatura originale, oltre a quelle tecniche prima citate. Nomination importanti, soprattutto per un film straniero, il che è già di per sé un vero e proprio trionfo per Joon-ho. Parasite si presenta come il potenziale rovesciatore delle probabilità, paradossalmente potrebbe essere proprio questo film l'unico che potrebbe strappare la statuetta più prestigiosa al grande favorito, 1917.


E in effetti Parasite è davvero un grande film, ha ottenuto un grande successo, ma più che altro dalla critica, purtroppo, come fatto notare da Joon-ho in persona, durante i Golden Globe, la vera barriera che impedisce a questo film di essere celebrato e premiato come merita sta proprio lì, nei sottotitoli, nella lingua e produzione straniera che sembrano sul serio creare un muro con il pubblico. Ma non solo il pubblico, perché anche la stessa Academy si è spesso rivelata conservatrice riguardo la premiazione per miglior film, prediligendo sempre e comunque le pellicole in lingua inglese, e quindi "relegando" gioielli come Parasite al premio come miglior film internazionale. Ma quest'anno potrebbe realizzarsi l'impensabile, potrebbe avverarsi un momento storico senza precedenti, con la premiazione di un film sia come miglior film che miglior film internazionale, in effetti potrebbe accadere, sorprendendo tutti, oppure l'Academy continuerà con la sua linea e quindi premierà il "classico film da Oscar" 1917, oppure potrebbe regalarci un'altra sorpresa, magari premiando Joker oppure uno tra Tarantino e Scorsese, chissà, dopotutto è proprio questo il bello di questa edizione degli Oscar, l'imprevedibilità.

Le Mans '66-Ford v Ferrari: corri come l'inferno! (Road to Oscar 2020)

Altro giro, altra corsa, e che corsa ci tocca ora. Continua la Road to Oscar 2020 ed è il momento di scendere in pista e far vibrare i motori, scaldare le ruote e correre come l'inferno. Parliamo di auto, parliamo di audacia, parliamo di amicizia, parliamo di corse e di anni '60, parliamo di rivalità e chilometri all'ora. Parliamo di Le Mans '66-Ford v Ferrari.


Diretto da James Mangold, regista di Logan, Le Mans '66 porta sullo schermo la vera storia di due uomini, due piloti e meccanici, due ex-veterani, Carroll Shelby e Ken Miles, che saranno i protagonisti di una rivalità automobilistica, fra il colosso americano Ford e la casa delle auto da corsa per eccellenza, la Ferrari, una rivalità che arriverà al culmine durante la gara delle 24 ore di Le Mans, nel 1966. Nel ruolo di Shelby troviamo Matt Damon, mentre in quello di Miles nientedimeno di Christian Bale. Il film ha 4 candidature agli Oscar.


Le Mans '66 è un buon film, intrattiene bene, ma non molto di più di questo. Insomma, è interessante e la storia su cui si basa è anche abbastanza coinvolgente, forse è eccessiva la lunghezza (2 ore e mezza), ma non è noioso, il problema è un altro. Proprio per come viene impostata la trama, non posso che inarcare il sopracciglio. In definitiva, il film racconta della storica sconfitta della Ferrari e del trionfo della Ford, e sembra venire esaltata come una vittoria americana sugli italiani, e per quanto possa essere distaccato nel vedere la cosa, non posso certo dire che mi abbia fatto piacere. Devo dire che gli autori non trattano molto bene la figura di Enzo Ferrari e la sua scuderia, facendoli passare per i "cattivi", non se la passa molto meglio Henry Ford II e la sua casa automobilistica, anzi, verso il finale c'è una grossa stoccata, ma per tutto il film si tende a fare il tifo per la Ford e gli americani. E beh, io non ci riesco. Con tutta la volontà che ci ho messo, per come la trama è stata impostata, devo dire che ho visto il film con una certa indifferenza, almeno dal punto di vista di come viene trattata la Ferrari. In ogni caso, le scene di auto sono ben fatte, di sicuro sono le parti migliori del film.


Per fortuna, a parte questo grosso punto a sfavore del film (ma ribadisco che è una questione mia, come penso lo sia anche per altri italiani, di sicuro negli USA non hanno avuto nessun tipo di problema), il film ha anche due grandi pregi, e cioè i suoi due attori principali. Christian Bale e Matt Damon sorreggono il film, che non annoia proprio grazie alle performance di questi due grandi attori, di cui nessuno dei due è nominato agli Oscar, e concordo. Sono stati bravi, sul serio, ma come detto varie volte in questi giorni, la sfida quest'anno è davvero ardua, anche per gli attori, sia protagonisti che non protagonisti, e per quanto bravi, Bale e Damon sono stati nella "norma", sfiderei molti ad arrivare alla loro normalità, ma quest'anno l'asticella per gli attori è stata alzata vertiginosamente, quindi mi dispiace, ma credo sia giusto escluderli dalle nomination, anche a fronte dell'esclusione di Robert De Niro.


Per il resto, il film è "normale", come detto, la regia di Mangold non sorprende e rimane nella media, insomma, fa il suo dovere, ma non offre niente di così eclatante. Le Mans '66 è nominato come miglior film, ma in questo caso è proprio vero che è stato nominato per fare numero, ripeto, non perché sia un brutto film, ma perché non spicca di certo rispetto ai suoi contendenti. Anzi, delle quattro candidature ricevute, non credo vincerà niente, capita, agli Oscar, anche se potrebbe giocarsela per il sonoro e montaggio sonoro, davvero ben fatti.

sabato 8 febbraio 2020

1917: in guerra vince chi sopravvive (Road to Oscar 2020)

Senza indugi andiamo avanti in questa folle cavalcata finale verso gli Oscar di quest'anno, e parliamo di un altro pezzo grosso, anzi, uno dei film più favorito, quello che sembra che si porterà a casa il numero maggiore di statuette. Un successo di critica deflagrante, che in pochissimo tempo lo ha fatto schizzare fra i film più quotati di quest'anno, un film che ha saputo sbaragliare la difficilissima concorrenza di quest'anno e che ha conquistato premi su premi. È il momento di tornare alla Prima Guerra Mondiale, nella terra di nessuno, anno? 1917.


Scritto e diretto da Sam Mendes, ispirato dai racconti di suo nonno, 1917 segue le vicende di due soldati inglesi, nel pieno del conflitto, alle prese con una missione impossibile, una corsa contro il tempo, per fermare una strage. I protagonisti sono interpretati da George MacKay e Dean-Charles Chapman, mentre il resto del cast è composto da Benedict Cumberbatch, Andrew Scott, Colin Firth, Mark Strong e Richard Madden, in ruoli corali. La pellicola ha cominciato la sua conquista di premi dall'ultima edizione dei Golden Globe, in modo abbastanza inaspettato, ed è continuata imperterrita con i BAFTA e i Crtic's Choice Awards, che hanno visto vincere il film e il suo regista, osannato dalla critica. 1917 si presenterà domani notte con ben 10 nomination.


Togliamoci subito il dente, 1917 è un bel film, un filmone aggiungerei, forte del suo punto di forza maggiore, che ha saputo conquistare il mondo della critica e non solo. Sto parlando del lato tecnico del film, montato come se fosse un unico, grande, piano-sequenza, totalmente privo di tagli di ogni tipo, come se fosse un unico flusso. Dico "come" perché in realtà non è così, dietro a 1917 c'è un lavorone come pochi, frutto della "pazzia" visionaria e sperimentalista di Sam Mendes, dato che in realtà nel film la sequenza più lunga girata senza tagli è di sei minuti, ma con un sapiente lavoro di montaggio e giochetti di ogni sorta, ecco magicamente il film bellico che ha fatto strage di premi.


Il film, a me, è piaciuto, mi sembra di averlo già detto, ma da qui a vincere come miglior film ce ne vuole. Innanzitutto non è privo di difetti, quello più grande è sicuramente la lentezza del film, voluta da Mendes penso, per impostare la pellicola come un unica lunga marcia, seguendo le vicende del protagonista, resta però il fatto che vada ad appesantire il ritmo del film. Poi c'è sicuramente il fattore sceneggiatura, la trama c'è ed è anche buona e coinvolgente, ma in molte parti sembra quasi essere un pretesto di Mendes per "divertirsi" con la macchina da presa. Infine c'è la marginalità data alle interpretazioni degli attori, MacKay è davvero bravo e sorregge il film, cosa non facile, ma oltre lui, abbiamo uno "spreco" di attori britannici dal calibro altissimo, che avrei preferito venire utilizzati in parti più consistenti, invece che nei piccoli ruoli a cui sono stati relegati. In ogni caso ho apprezzato molto il sottotesto antimilitarista del film, che potrebbe essere visto anche come una stoccata al governo americano.


1917 è un film tecnico, sublimemente tecnico, ed è per questo che va elogiata la regia di Mendes, effettivamente la migliore della rosa dei candidati (e lo dico a malincuore, pensando a Scorsese e Tarantino). Ma non solo la regia, perché mi sembra abbastanza scontato che 1917 conseguirà il suo vero grande trionfo fra i premi tecnici, degni di nota il montaggio sonoro (che se la gioca con Le Mans '66), il sonoro, gli effetti speciali (già spudoratamente vinti e strappati quindi ad Avengers Endgame), la colonna sonora di Thomas Newman, davvero bella e incalzante, e per finire sicuramente la scenografia (anche se qui potrebbe cedere la statuetta al film di Tarantino). 1917 ci porta nelle trincee, nella desolazione della terra di nessuno, nei pericoli di terra e non solo, nella guerra bastarda e ingiusta, sporca e senza speranza, con una gran bella parte finale che redime un poco la lentezza del film, davvero un gran peccato che però manchi quel qualcosa in più, quel valore aggiunto che nel complesso, rende un film qualcosa di più.


Infatti, anche solo restando nel tema bellico, è doveroso far notare le massicce influenze di Christopher Nolan e il suo mai troppo elogiato Dunkirk, che non solo è infinitamente superiore a 1917, ma è anche fra i migliori film del decennio passato, in cui il valore aggiunto era duplice, composto da un colpo di scena nella struttura del film (assente in 1917) e un ritmo come pochi. Per me è davvero un mistero come questo film abbia ottenuto un successo mondiale clamoroso, mentre Dunkirk non ha ottenuto così tanti premi, compresi gli Oscar, di cui forse 1917 sarà il maggior vincitore, per numero di statuette, di quest'anno.
Anzi, "conoscendo" l'Academy, questo è il classico film che viene premiato proprio come miglior film, purtroppo, aggiungerei, a titolo personale. L'unica minaccia per Mendes, tralasciando The Irishman, C'era una volta a...Hollywood e Joker, che chissà perché sono ormai "escluse" dalla gara (nel senso che non vengono prese minimamente in considerazione da coloro che fanno i pronostici), è rappresentata da Parasite, il film straniero di quest'anno, trionfatore di Cannes tra le altre cose, che potrebbe, "a furor di critica", riuscire nella miracolosa impresa di vincere come miglior film, oltre che come miglior film straniero (di cui è praticamente certa la vittoria).

Piccole donne: un classico che torna al cinema (Road to Oscar 2020)

Giungiamo alla fase più frenetica di questa corsa agli Oscar, dato che la data della celebrazione è fissata per domani notte. Oggi tocca parlare di un altro film in gara per la categoria miglior film, ma non solo, un film dal sapore classico e romanzesco, che vanta un cast eccezionale, oggi parliamo di Piccole donne.


Tratto, ovviamente, dal celeberrimo romanzo ottocentesco di Luoisa May Alcott, un classico della letteratura americana, Piccole donne segue le vicende delle sorelle March, i loro sogni, i loro amori e anche le loro disgrazie, con una serie di personaggi che ruoteranno intorno alle quattro donne. Scritto e diretto da Greta Gerwig, il film presenta un cast principale d'eccezione, tutto al femminile, composto da Saoirse Ronan, Florence Pugh, Emma Watson, Meryl Streep e Laura Dern, e anche Timothèe Chalamet, fra gli altri. Il film ha 6 candidature agli Oscar.


Un bel film, mi è piaciuto, una pellicola che definirei graziosa e dallo stampo classico, sfruttando in pieno le atmosfere ottocentesche del romanzo, oltre al forte messaggio di amore e sorellanza propria dell'opera e anche il desiderio di inseguire i propri sogni e le proprie ambizioni, che spesso significa anche abbandonare la famiglia e parte di sé. Oltre alla famiglia e all'amore, ovviamente, la componente principale del film è l'elemento femminile. Piccole donne è un film prodotto da donne, scritto e diretto da una donna e con protagoniste donne, ispirato ad un libro scritto da una donna. È il risultato è davvero notevole.


La storia è quella del romanzo, che è ovviamente un classico, ma che personalmente è risultata in più punti un po' stantia e leggermente melensa, soprattutto nel finale, che onestamente non mi è piaciuto molto, essendo comunque buono, mentre il vero punto di forza del film è il cast, senza dubbio. La protagonista indiscussa è la Ronan, che interpreta il personaggio principale, nonché il più complesso e sfaccettato, con una performance lodevole, ma il talento dell'attrice esplosa con Lady Bird poche volte viene messo in discussione. L'altra grande sorpresa del film è stata Florence Pugh, tra l'altro nominata a sorpresa per miglior attrice non protagonista, con un personaggio molto rilevante e mai scontato. Non all'altezza delle sue colleghe è stata Emma Watson, che comunque fa il suo dovere, mentre non guastano per nulla attrici del calibro di Laura Dern e Meryl Streep in ruoli minori, ma comunque importanti. Non guasta neanche Chalamet, che riesce comunque a brillare per la sua bravura in un cast affiatato come questo.


Insomma, un buon film, di quelli che ti fanno bene vederli, ma anche abbastanza "normale", non in senso negativo, ma per far notare come non possa conquistare molto spazio in un anno cinematografico davvero "straordinario" in tutti i sensi, che ha presentato pellicole davvero fuori dall'ordinario, che in effetti si contendono i premi più prestigiosi.
Si porta a casa comunque 6 candidature abbastanza rilevanti, oltre a quella come miglior film (praticamente impossibile da vincere), anche miglior attrice protagonista e non protagonista, rispettivamente per la Ronan e la Pugh, nomination meritatissime, ma anche difficili da vincere, mentre sicuramente il film è favorito per i miglior costumi. Da citare anche la nomination per miglior colonna sonora, ad opera di Alexandre Desplat, davvero meravigliosa e anche la nomination per miglior sceneggiatura non originale per la Gerwig, che se la gioca quasi ad armi pari con Jojo Rabbit e The Irishman.


Proprio per quanto riguarda la Gerwig, ci sono state alcune polemiche per la sua esclusione dalla categoria di miglior regia, polemiche insensate perché basate solo e unicamente sulla volontà di imporre una "quota rosa" tra i nominati di quest'anno, che a parer mio sarebbe la peggior offesa da fare ad una regista, anziché basata sul reale lavoro svolto dalla Gerwig. Perché proprio basandomi sul lavoro della regista posso infatti affermare che meritava senza dubbio un posto fra i candidati di quest'anno, anche se bisogna ammettere che la sfida in quella categoria è quasi alla pari con quella per miglior film, in fatto di difficoltà (con Sam Mendes in netto vantaggio).

giovedì 6 febbraio 2020

Jojo Rabbit: Fanc**o Hitler! (Road to Oscar 2020)

Andiamo avanti con la nostra cavalcata verso il 9 febbraio, questa volta sotto i riflettori un film uscito da poco in Italia e ancora presente nelle sale. Un film particolare, di cui si è molto parlato in giro, usando termini quali "sorpresa" e "rivelazione", ora lo vedremo per bene, intanto vi basti sapere che oggi, sotto i riflettori, c'è Jojo Rabbit, la commedia nera sulla seconda guerra mondiale e sulla shoah, ma non come ve l'aspettate.


Scritto e diretto da Taika Waititi, il regista neozelandese principalmente noto per aver diretto Thor Ragnarok, Jojo Rabbit segue le vicende del piccolo Johannes (Roman Griffin Davis), ragazzino tedesco fanatico del nazismo, durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, nel cuore della Germania nazista. Vediamo la vita del piccolo nazi, fra esperienze nella Gioventù Hitleriana e la vita con sua madre, Rosie (Scarlett Johansson), il suo rapporto con i "nemici" ebrei e facciamo anche la conoscenza del particolare amico immaginario di Jojo, nientedimeno che Adolf Hitler (interpretato dallo stesso Taika Waititi).

Jojo Rabbit si presenta fin dai primi minuti come un film particolare, molto particolare, una commedia nera dai toni esagerati e volutamente grotteschi, una componente satirica fortissima e dei buoni dialoghi, con i colori tipici di un film di Wes Anderson. È un buon film, con un ottimo incipit e un inizio scoppiettante, sicuramente la parte migliore del film, anche perché dopo poco si stabilizza su un certo tono, che mantiene per gran parte del film, finendo poi per perdersi malamente nel finale, che rovina non poco tutto ciò che di buono c'era nella premessa e nei primi sviluppi della trama, ma ora lo vediamo passo dopo passo.


Taika Waititi non mi piace, non mi piace proprio, il notevole successo che ha ottenuto con Thor Ragnarok (che tra l'altro demolì quasi del tutto ai tempi della Road to Avengers Endgame) lo ha spinto a cercare di fare un film più ambizioso, di puntare in alto, forte della sua inventiva e della sua audacia. E in questo non c'è niente di male, anche perché ero davvero curioso di testare Waititi fuori dall'ambito dei cinecomics e chissà, magari rivalutarlo. Confeziona così una commedia parecchio spiccata nei toni e audace davvero nel trattare i temi della shoah, del nazismo e di tutto quello che comporta, non per niente c'è anche qualcosa di personale nel film, tenendo conto delle origine ebree dello stesso Waititi, che si ritaglia nel film proprio la parte di Hitler. E infatti le premesse del film sono davvero pazzesche, originali e persino divertenti, con un grande potenziale, ne poteva uscire fuori un piccolo gioiello, e invece così non è stato.


Il problema di Jojo Rabbit, per me, è stato lo sviluppo da dare alla trama, il momento di trasformare quelle potenzialità in concreto, cosa non facile, ma il risultato è stato un inizio grandioso, uno sviluppo interessante, uno svolgimento un po' deludente, con il film che ha un periodo centrale abbastanza stagnante, per poi riprendersi molto bene verso la fine e proprio sul finale perdersi del tutto. Insomma, un film abbastanza altalenante, a cui avrei perdonato qualche scelta di trama centrale, ma il buono che si poteva salvare viene rovinato comunque da un finale banale e scontato, nonché un bel po' cafone. Senza entrare troppo nel dettaglio, e spoilerare, il finale è forse una delle più grosse e volgari americanate che si potevano fare, qualcosa di decisamente fuori luogo, che speravo di non trovare in un film all'apparenza geniale, inoltre presenta inesattezze storiche che non possono essere trascurate, che altro non fanno che rovinare del tutto anche il messaggio del film. Ed è proprio il messaggio finale del film, che, a conti fatti, si riduce ad un semplice, giusto, anzi, giustissimo, ma anche parecchio misero "Fanculo Hitler!".

Ovviamente non è tutto da buttare, altrimenti non sarebbe un film da Oscar (anche se per me, in effetti, non lo è), la pellicola è a tratti emozionante, sono da elogiare i dialoghi, davvero molto buoni, e direi anche le interpretazioni degli attori, sia il giovane Davis, nel ruolo del protagonista, che Sam Rockwell e Thomasin McKenzie, ma soprattutto Scarlett Johansson, bravissima nel ruolo della madre di Jojo, che infatti si è aggiudicata una nomination come miglior attrice non protagonista (aggiungendosi a quella come protagonista in Storia di un matrimonio), probabilmente la miglior attrice del film. E se Waititi non mi piace come regista e sceneggiatore, non posso dire lo stesso come attore, non è granché, ma è sempre divertente e funzionale, anche se interpreta Adolf Hitler.


In effetti Jojo Rabbit diverte, ed è un buon film, ma non riesce a spiccare il volo, ad avere quel guizzo in più per diventare un ottimo film, e nel tentativo di farlo, si perde miseramente sul finale, che purtroppo inficia sul lavoro complessivo della pellicola. Ora forse vi starete chiedendo come mai abbia avuto allora così tanto successo, beh, me lo chiedo anche io, ma vedendo il finale si capisce bene come la forte leccata di culo americana abbia avuto parecchio presa sull'Academy e sulla critica statunitense, ma non su di me, e vi posso garantire che mi sono anche trattenuto dal demolirlo ancora un po'.


Agli Oscar si presenta con 6 candidature, di cui probabilmente non vincerà nessuna. Non per un mio giudizio, ma principalmente perché Jojo Rabbit, insieme a Piccole donne e Le Mans '66 è stato nominato "per fare numero", nel senso che merita di essere candidato, ma a conti fatti non  molte speranze contro gli altri film nominati, che invece si contendono la guerra delle statuette che sarà quest'anno. Insomma, la Joahnsson meriterebbe pure, ma la vedo grigia con la Dern, che ha quasi certamente l'Oscar in mano, mentre per la sceneggiatura non originale se la contende con The Irishman, che però è favorito. Se la può giocare nei premi tecnici riguardo il montaggio, i costumi e la scenografia, ma anche qui la vedo davvero dura.