mercoledì 5 febbraio 2020

The Irishman: i vecchi leoni ruggiscono ancora (Road to Oscar 2020)

<< Quando si è stati allevati a Little Italy, che cosa diventare, se non gangster o prete? Ora, io non potevo essere né uno né l'altro. >>
-Martin Scorsese

Anche oggi tiriamo fuori dal cilindro un altro pezzo grosso di questa corsa agli Oscar, un film di cui non volli parlare ai tempi, proprio per avere più tempo e più spazio possibile per farlo, l'occasione capita ora in occasione della Road. È un film di cui comunque avevo parlato durante i Cinemaverso Awards e gli articoli riguardanti i vincitori dei Golden Globes e le nomination degli Oscar. Un film che è veramente un pezzo grosso di quest'anno e della stagione cinematografica passata, come del resto sono pezzi grossi anche i nomi coinvolti, ma ora bando alle ciance e apriamo le danze, oggi si parla di The Irishman.


Targato Netflix, The Irishman è basato su un saggio di Charles Brandt, che trattava la vita del sicario Frank Sheeran (Robert De Niro), reduce della seconda guerra mondiale che si legherà a doppio filo con il boss italoamericano Russell Bufalino (Joe Pesci), una storia che si posiziona in anni cruciali della storia americana, praticamente ambientato in un lasso di tempo che comprende gli ultimi 60 anni della storia statunitense, focalizzandosi maggiormente sugli anni '60 e legandosi alla vera storia del noto e controverso sindacalista americano James Hoffa (Al Pacino). Una storia di gangster, di amicizia, di tradimenti, di famiglia e di mafia, che non poteva che non essere adattata dal grande Martin Scorsese.


Scorsese ritorna così alla gangster story, dopo moltissimi anni dalla sua trilogia della mafia, e lo fa portando in scena quella che è, a tutti gli effetti, l'ultima grande gangster story possibile, con un trio di vecchi leoni che ritornano così a ruggire. Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci, insieme, sotto la regia di Martin Scorsese, capite bene, che è un evento più unico che raro e che probabilmente non accadrà mai più. The Irishman, inoltre, presenta un largo uso di una nuova tecnologia di CGI, che ha dato modo di ringiovanire gli attori principali. Il film di Scorsese non ha avuto vita facile, dato che nessuna major era intenzionata a produrre il film (già, un film di quel regista con quegli attori), portando il regista italoamericano ad incrociare la strada del colosso dello streaming, Netflix, che ha puntato moltissimo (anche e soprattutto a livello economico) sul film, dando carta bianca a Scorsese, che si è ritrovato per la prima volta nella carriera ad avere la più totale e completa libertà creativa, con l'opportunità di dare al film la durata che voleva, infatti The Irishman dura la bellezza di 3 ore e mezza.


La totale libertà data a Scorsese è il sogno bagnato di tutti i registi, ma alle volte non è una cosa totalmente positiva, la durata del film non doveva essere necessariamente quella e devo ammettere che ci sono parti che potevano essere tranquillamente tagliate, come lo sarebbero state se fosse stato un film prodotto da una major mainstream, ma alla fin fine la lunghezza del film accentua la sensazione del tempo che passa e dell'imponenza della trama. La CGI è un elemento preponderante e caratteristico del film, che ha dato modo di dare diverse età agli attori principali, anche se all'inizio spiazza un po' per la sua artificiosità e, almeno durante la parte "più giovane" della vita dei personaggi, risulta alquanto altalenante, ma poi si normalizza durante il film e quasi non ci si fa più caso. Questi erano, principalmente, gli unici difetti del film, e ora veniamo a noi.

Martin Scorsese è, per me, una divinità della cinematografia, sul blog non ho avuto modo di parlare in maniera approfondita dei suoi film più celebri o della sua carriera, ma credo anche che non ci sia proprio nessun bisogno di presentazioni. Un gigante assoluto del cinema, uno dei pochi registi che, praticamente, non ha mai sbagliato un colpo e allo stesso tempo ha sempre fatto film e sempre di vario genere. Di lui, ovviamente, si ricorda la trilogia della mafia, composta da Mean Streets, Quei Bravi Ragazzi e Casinò (tutti e tre con Robert De Niro), ma forse sono anche più celebri Taxi Driver e Toro scatenato, anche questi con De Niro. La proficua collaborazione e lunga amicizia con Robert De Niro si è poi accostata a quella con Leonardo DiCaprio, altro grande attore che ha brillato sempre un po' di più nei film di Scorsese, come Gangs of New York, Shutter Island e The Wolf of Wall Street. Un regista prolifico, versatile, caratteristico, profondamente legato alle proprie origini italiane e senza ombra di dubbio il mio secondo regista preferito, ma credo che questo si sia capito, quindi torniamo a The Irishman, la sua ultima mastodontica fatica.


The Irishman va a citare tutte le grandi pellicole del genere dello stesso Scorsese, principalmente Quei bravi ragazzi, ma anche Mean Streets e Casinò, dopo che lo stesso Scorsese aveva messo la parola fine alle sue opere di stampo gangster, ma ha deciso di tornare sul genere che lo aveva lanciato, consapevole della grande opportunità che la storia che aveva deciso di trasporre offriva. Un'occasione più unica che rara di poter fare l'ultimo grande film gangster del cinema, non perché sarà l'ultimo, ovviamente ce ne saranno altri, ma The Irishman si pone come l'ultima vera grande pietra miliare del genere, il film testamento della gangster story, e non poteva essere altrimenti senza avere i volti più iconici di quel genere, tutti riuniti in un solo film. Sono diventati vecchi, è vero, nel frattempo ne hanno fatto di film di merda, e anche questo è vero, ma Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci sono e saranno sempre dei titani del cinema americano, che ormai sulla soglia degli ottant'anni hanno saputo regalarci un grande gioiello, a dimostrazione del fatto che la bravura non ha età e che sono ancora capaci di performance memorabili.


Partiamo proprio da lui, il protagonista, Robert De Niro, che torna a collaborare con Scorsese, che torna in carreggiata, insomma, dopo qualche sbandamento degli ultimi anni e alcuni film davvero imbarazzanti, che non rendono onore alla sua gloriosa e imponente carriera. Non nascondo che, molto probabilmente, considero De Niro il miglior attore della vecchia guardia, nonché forse il mio attore preferito del cinema americano, per motivi che non dovrei neanche spiegare, dato che a parlare sono le sue interpretazioni storiche e le sue collaborazioni molto più che eccellenti per lo stesso Scorsese, ma anche per Coppola, Leone, Cimino, Bertolucci, De Palma e tanti, tantissimi altri. E per rilanciarsi dagli ultimi anni alquanto sconsolanti, non poteva che tornare con Scorsese e tornare ad un genere che tanto lo ha contraddistinto ai tempi d'oro. De Niro sforna una performance diversa, portando su schermo un personaggio di una freddezza unica, che sembra quasi sempre distaccato, che si tiene tutto per sé, una performance fatta di silenzi e di sguardi, cui dietro si cela una storia lunga e sfaccettata. Insomma, un De Niro in grande spolvero che purtroppo non ha ricevuto neanche la nomination per il suo ruolo, una scelta dell'Academy di cui non mi capacito proprio.


Ma nel film non c'è solo De Niro, e il caro vecchio Robert non è l'unica vecchia leggenda in cerca di "redenzione", il suo partner in crime nel film è nientedimeno che Al Pacino, anche lui sicuramente fra i migliori interpreti del cinema americano e non credo abbia bisogno di presentazioni, purtroppo il percorso di Pacino ha seguito quello di De Niro, finendo per fare film di merda. Al contrario del suo collega, Al Pacino non aveva mai collaborato con Martin Scorsese e la sua aggiunta nel cast è stata davvero una grande sorpresa, un vero e proprio evento, come del resto lo è anche la sua reunion con De Niro. Pacino, al contrario di De Niro, ha avuto il compito delicato di interpretare James Hoffa, un personaggio storico americano di cui ancora si discute oggi, e nessuno meglio dell'interprete di Michael Corleone e Tony Montana poteva rendere al meglio le luci e le ombre (queste ultime maggiormente) di Hoffa e il suo rapporto con Sheeran.
Ed è stata una grande emozione vedere insieme sullo schermo queste due grandi leggende, con l'aggiunta dell'altrettanto mitico Joe Pesci, diretti da Martin Scorsese, qualcosa di irripetibile, e che con me ha colto pienamente nel segno.


Insomma, The Irishman è un grande film, con la parola grande utilizzata in tutti i sensi, non è privo di difetti, ma si rivela uno dei progetti più autoriali di Scorsese e forse, a dispetto del nome, anche il più "italiano".
Il film si sviluppa quasi in modo parallelo alle pellicole di genere più famose, comprese proprio quelle di Scorsese stesso, che fa di questa pellicola la summa della trilogia della mafia, riprendendone temi, cliché e personaggi, almeno inizialmente, perché poi si tinge di una componente storica inedita, che va a contestualizzare il tutto fra le decadi statunitensi, legandosi a doppio filo con la storia degli Stati Uniti, con la consapevolezza storica degli eventi e la maturità di chi quel periodo l'ha vissuto, in modo tale da far muovere i personaggi a cavallo fra eventi reali e presunti tali.
Ma la parte migliore è senza dubbio quella finale, quando Scorsese, lasciato totalmente libero di fare da Netflix, va oltre la gangster story e i suoi film, spingendosi dove nessuno prima di lui era arrivato, e ci porta fino ai giorni nostri, mostrandoci la senilità di Frank, una lunga agonia, in cui il regista sfodera nella maniera più amara la sua incrollabile bussola morale, quella specie di "giustizia divina" che è sempre stata presente nei suoi film, e ci mostra l'inevitabile decadenza di un mondo, quello dei gangster di un tempo, come del resto anche quello del genere e di un cinema di un tempo, giunto alla fine.
The Irishman non è solo il crepuscolo della gangster story, ma è proprio la sua pietra tombale, l'ultimo capolavoro di un mondo che tanto ha dato al cinema, il glorioso testamento di un genere.


Nell'ambito degli Oscar di quest'anno, The Irishman ha ben 10 nomination, al pari di 1917 e C'era una volta a...Hollywood, e sotto Joker, con 11 nomination. Ha quasi tutte le candidature più importanti, manca appunto quella per miglior attore protagonista a Robert De Niro, che sarebbe comunque inutile (la statuetta ce l'ha già in mano Phoenix), ma ripeto, non candidarlo neanche è stata una scelta, da parte dell'Academy, che non riesco proprio a comprendere. In compenso gareggiano per miglior attore non protagonista sia Al Pacino che Joe Pesci, entrambi davvero bravissimi, ma fra i due ho preferito Pacino, in ogni caso la vedo dura (ma non impossibile) battere il favorito di quest'anno, Brad Pitt. Lo stesso vale anche per gli altri premi importanti, sicuramente miglior film e miglior regia, che per quanto mi riguarda potrebbero essere più che meritati, ma la sfida principale per entrambi è il sempre più favorito 1917, che ha conquistato la critica di tutto il mondo, scalzando non solo The Irishman, ma anche Joker e Tarantino. Credo e spero vinca almeno per la sceneggiatura non originale, e se lo merita tutto, ma probabilmente vincerà solo quello e, per me, è una grave ingiustizia, ma mai quanto i Golden Globes di quest'anno, da cui Scorsese è uscito completamente a mani vuote. Il timore maggiore sarebbe rivedere la stessa scena, che tra l'altro non è neanche nuova al buon Martin, dato che nel 2003 vide il suo Gangs of New York venire nominato in ben 10 categorie (esattamente come quest'anno) e non vincere alcun premio, ma spero vivamente che non ricapiti quest'anno.

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