Altro giro, altra corsa, e che corsa ci tocca ora. Continua la Road to Oscar 2020 ed è il momento di scendere in pista e far vibrare i motori, scaldare le ruote e correre come l'inferno. Parliamo di auto, parliamo di audacia, parliamo di amicizia, parliamo di corse e di anni '60, parliamo di rivalità e chilometri all'ora. Parliamo di Le Mans '66-Ford v Ferrari.
Diretto da James Mangold, regista di Logan, Le Mans '66 porta sullo schermo la vera storia di due uomini, due piloti e meccanici, due ex-veterani, Carroll Shelby e Ken Miles, che saranno i protagonisti di una rivalità automobilistica, fra il colosso americano Ford e la casa delle auto da corsa per eccellenza, la Ferrari, una rivalità che arriverà al culmine durante la gara delle 24 ore di Le Mans, nel 1966. Nel ruolo di Shelby troviamo Matt Damon, mentre in quello di Miles nientedimeno di Christian Bale. Il film ha 4 candidature agli Oscar.
Le Mans '66 è un buon film, intrattiene bene, ma non molto di più di questo. Insomma, è interessante e la storia su cui si basa è anche abbastanza coinvolgente, forse è eccessiva la lunghezza (2 ore e mezza), ma non è noioso, il problema è un altro. Proprio per come viene impostata la trama, non posso che inarcare il sopracciglio. In definitiva, il film racconta della storica sconfitta della Ferrari e del trionfo della Ford, e sembra venire esaltata come una vittoria americana sugli italiani, e per quanto possa essere distaccato nel vedere la cosa, non posso certo dire che mi abbia fatto piacere. Devo dire che gli autori non trattano molto bene la figura di Enzo Ferrari e la sua scuderia, facendoli passare per i "cattivi", non se la passa molto meglio Henry Ford II e la sua casa automobilistica, anzi, verso il finale c'è una grossa stoccata, ma per tutto il film si tende a fare il tifo per la Ford e gli americani. E beh, io non ci riesco. Con tutta la volontà che ci ho messo, per come la trama è stata impostata, devo dire che ho visto il film con una certa indifferenza, almeno dal punto di vista di come viene trattata la Ferrari. In ogni caso, le scene di auto sono ben fatte, di sicuro sono le parti migliori del film.
Per fortuna, a parte questo grosso punto a sfavore del film (ma ribadisco che è una questione mia, come penso lo sia anche per altri italiani, di sicuro negli USA non hanno avuto nessun tipo di problema), il film ha anche due grandi pregi, e cioè i suoi due attori principali. Christian Bale e Matt Damon sorreggono il film, che non annoia proprio grazie alle performance di questi due grandi attori, di cui nessuno dei due è nominato agli Oscar, e concordo. Sono stati bravi, sul serio, ma come detto varie volte in questi giorni, la sfida quest'anno è davvero ardua, anche per gli attori, sia protagonisti che non protagonisti, e per quanto bravi, Bale e Damon sono stati nella "norma", sfiderei molti ad arrivare alla loro normalità, ma quest'anno l'asticella per gli attori è stata alzata vertiginosamente, quindi mi dispiace, ma credo sia giusto escluderli dalle nomination, anche a fronte dell'esclusione di Robert De Niro.
Per il resto, il film è "normale", come detto, la regia di Mangold non sorprende e rimane nella media, insomma, fa il suo dovere, ma non offre niente di così eclatante. Le Mans '66 è nominato come miglior film, ma in questo caso è proprio vero che è stato nominato per fare numero, ripeto, non perché sia un brutto film, ma perché non spicca di certo rispetto ai suoi contendenti. Anzi, delle quattro candidature ricevute, non credo vincerà niente, capita, agli Oscar, anche se potrebbe giocarsela per il sonoro e montaggio sonoro, davvero ben fatti.
domenica 9 febbraio 2020
sabato 8 febbraio 2020
1917: in guerra vince chi sopravvive (Road to Oscar 2020)
Senza indugi andiamo avanti in questa folle cavalcata finale verso gli Oscar di quest'anno, e parliamo di un altro pezzo grosso, anzi, uno dei film più favorito, quello che sembra che si porterà a casa il numero maggiore di statuette. Un successo di critica deflagrante, che in pochissimo tempo lo ha fatto schizzare fra i film più quotati di quest'anno, un film che ha saputo sbaragliare la difficilissima concorrenza di quest'anno e che ha conquistato premi su premi. È il momento di tornare alla Prima Guerra Mondiale, nella terra di nessuno, anno? 1917.
Scritto e diretto da Sam Mendes, ispirato dai racconti di suo nonno, 1917 segue le vicende di due soldati inglesi, nel pieno del conflitto, alle prese con una missione impossibile, una corsa contro il tempo, per fermare una strage. I protagonisti sono interpretati da George MacKay e Dean-Charles Chapman, mentre il resto del cast è composto da Benedict Cumberbatch, Andrew Scott, Colin Firth, Mark Strong e Richard Madden, in ruoli corali. La pellicola ha cominciato la sua conquista di premi dall'ultima edizione dei Golden Globe, in modo abbastanza inaspettato, ed è continuata imperterrita con i BAFTA e i Crtic's Choice Awards, che hanno visto vincere il film e il suo regista, osannato dalla critica. 1917 si presenterà domani notte con ben 10 nomination.
Togliamoci subito il dente, 1917 è un bel film, un filmone aggiungerei, forte del suo punto di forza maggiore, che ha saputo conquistare il mondo della critica e non solo. Sto parlando del lato tecnico del film, montato come se fosse un unico, grande, piano-sequenza, totalmente privo di tagli di ogni tipo, come se fosse un unico flusso. Dico "come" perché in realtà non è così, dietro a 1917 c'è un lavorone come pochi, frutto della "pazzia" visionaria e sperimentalista di Sam Mendes, dato che in realtà nel film la sequenza più lunga girata senza tagli è di sei minuti, ma con un sapiente lavoro di montaggio e giochetti di ogni sorta, ecco magicamente il film bellico che ha fatto strage di premi.
Il film, a me, è piaciuto, mi sembra di averlo già detto, ma da qui a vincere come miglior film ce ne vuole. Innanzitutto non è privo di difetti, quello più grande è sicuramente la lentezza del film, voluta da Mendes penso, per impostare la pellicola come un unica lunga marcia, seguendo le vicende del protagonista, resta però il fatto che vada ad appesantire il ritmo del film. Poi c'è sicuramente il fattore sceneggiatura, la trama c'è ed è anche buona e coinvolgente, ma in molte parti sembra quasi essere un pretesto di Mendes per "divertirsi" con la macchina da presa. Infine c'è la marginalità data alle interpretazioni degli attori, MacKay è davvero bravo e sorregge il film, cosa non facile, ma oltre lui, abbiamo uno "spreco" di attori britannici dal calibro altissimo, che avrei preferito venire utilizzati in parti più consistenti, invece che nei piccoli ruoli a cui sono stati relegati. In ogni caso ho apprezzato molto il sottotesto antimilitarista del film, che potrebbe essere visto anche come una stoccata al governo americano.
1917 è un film tecnico, sublimemente tecnico, ed è per questo che va elogiata la regia di Mendes, effettivamente la migliore della rosa dei candidati (e lo dico a malincuore, pensando a Scorsese e Tarantino). Ma non solo la regia, perché mi sembra abbastanza scontato che 1917 conseguirà il suo vero grande trionfo fra i premi tecnici, degni di nota il montaggio sonoro (che se la gioca con Le Mans '66), il sonoro, gli effetti speciali (già spudoratamente vinti e strappati quindi ad Avengers Endgame), la colonna sonora di Thomas Newman, davvero bella e incalzante, e per finire sicuramente la scenografia (anche se qui potrebbe cedere la statuetta al film di Tarantino). 1917 ci porta nelle trincee, nella desolazione della terra di nessuno, nei pericoli di terra e non solo, nella guerra bastarda e ingiusta, sporca e senza speranza, con una gran bella parte finale che redime un poco la lentezza del film, davvero un gran peccato che però manchi quel qualcosa in più, quel valore aggiunto che nel complesso, rende un film qualcosa di più.
Infatti, anche solo restando nel tema bellico, è doveroso far notare le massicce influenze di Christopher Nolan e il suo mai troppo elogiato Dunkirk, che non solo è infinitamente superiore a 1917, ma è anche fra i migliori film del decennio passato, in cui il valore aggiunto era duplice, composto da un colpo di scena nella struttura del film (assente in 1917) e un ritmo come pochi. Per me è davvero un mistero come questo film abbia ottenuto un successo mondiale clamoroso, mentre Dunkirk non ha ottenuto così tanti premi, compresi gli Oscar, di cui forse 1917 sarà il maggior vincitore, per numero di statuette, di quest'anno.
Anzi, "conoscendo" l'Academy, questo è il classico film che viene premiato proprio come miglior film, purtroppo, aggiungerei, a titolo personale. L'unica minaccia per Mendes, tralasciando The Irishman, C'era una volta a...Hollywood e Joker, che chissà perché sono ormai "escluse" dalla gara (nel senso che non vengono prese minimamente in considerazione da coloro che fanno i pronostici), è rappresentata da Parasite, il film straniero di quest'anno, trionfatore di Cannes tra le altre cose, che potrebbe, "a furor di critica", riuscire nella miracolosa impresa di vincere come miglior film, oltre che come miglior film straniero (di cui è praticamente certa la vittoria).
Scritto e diretto da Sam Mendes, ispirato dai racconti di suo nonno, 1917 segue le vicende di due soldati inglesi, nel pieno del conflitto, alle prese con una missione impossibile, una corsa contro il tempo, per fermare una strage. I protagonisti sono interpretati da George MacKay e Dean-Charles Chapman, mentre il resto del cast è composto da Benedict Cumberbatch, Andrew Scott, Colin Firth, Mark Strong e Richard Madden, in ruoli corali. La pellicola ha cominciato la sua conquista di premi dall'ultima edizione dei Golden Globe, in modo abbastanza inaspettato, ed è continuata imperterrita con i BAFTA e i Crtic's Choice Awards, che hanno visto vincere il film e il suo regista, osannato dalla critica. 1917 si presenterà domani notte con ben 10 nomination.
Togliamoci subito il dente, 1917 è un bel film, un filmone aggiungerei, forte del suo punto di forza maggiore, che ha saputo conquistare il mondo della critica e non solo. Sto parlando del lato tecnico del film, montato come se fosse un unico, grande, piano-sequenza, totalmente privo di tagli di ogni tipo, come se fosse un unico flusso. Dico "come" perché in realtà non è così, dietro a 1917 c'è un lavorone come pochi, frutto della "pazzia" visionaria e sperimentalista di Sam Mendes, dato che in realtà nel film la sequenza più lunga girata senza tagli è di sei minuti, ma con un sapiente lavoro di montaggio e giochetti di ogni sorta, ecco magicamente il film bellico che ha fatto strage di premi.
Il film, a me, è piaciuto, mi sembra di averlo già detto, ma da qui a vincere come miglior film ce ne vuole. Innanzitutto non è privo di difetti, quello più grande è sicuramente la lentezza del film, voluta da Mendes penso, per impostare la pellicola come un unica lunga marcia, seguendo le vicende del protagonista, resta però il fatto che vada ad appesantire il ritmo del film. Poi c'è sicuramente il fattore sceneggiatura, la trama c'è ed è anche buona e coinvolgente, ma in molte parti sembra quasi essere un pretesto di Mendes per "divertirsi" con la macchina da presa. Infine c'è la marginalità data alle interpretazioni degli attori, MacKay è davvero bravo e sorregge il film, cosa non facile, ma oltre lui, abbiamo uno "spreco" di attori britannici dal calibro altissimo, che avrei preferito venire utilizzati in parti più consistenti, invece che nei piccoli ruoli a cui sono stati relegati. In ogni caso ho apprezzato molto il sottotesto antimilitarista del film, che potrebbe essere visto anche come una stoccata al governo americano.
1917 è un film tecnico, sublimemente tecnico, ed è per questo che va elogiata la regia di Mendes, effettivamente la migliore della rosa dei candidati (e lo dico a malincuore, pensando a Scorsese e Tarantino). Ma non solo la regia, perché mi sembra abbastanza scontato che 1917 conseguirà il suo vero grande trionfo fra i premi tecnici, degni di nota il montaggio sonoro (che se la gioca con Le Mans '66), il sonoro, gli effetti speciali (già spudoratamente vinti e strappati quindi ad Avengers Endgame), la colonna sonora di Thomas Newman, davvero bella e incalzante, e per finire sicuramente la scenografia (anche se qui potrebbe cedere la statuetta al film di Tarantino). 1917 ci porta nelle trincee, nella desolazione della terra di nessuno, nei pericoli di terra e non solo, nella guerra bastarda e ingiusta, sporca e senza speranza, con una gran bella parte finale che redime un poco la lentezza del film, davvero un gran peccato che però manchi quel qualcosa in più, quel valore aggiunto che nel complesso, rende un film qualcosa di più.
Infatti, anche solo restando nel tema bellico, è doveroso far notare le massicce influenze di Christopher Nolan e il suo mai troppo elogiato Dunkirk, che non solo è infinitamente superiore a 1917, ma è anche fra i migliori film del decennio passato, in cui il valore aggiunto era duplice, composto da un colpo di scena nella struttura del film (assente in 1917) e un ritmo come pochi. Per me è davvero un mistero come questo film abbia ottenuto un successo mondiale clamoroso, mentre Dunkirk non ha ottenuto così tanti premi, compresi gli Oscar, di cui forse 1917 sarà il maggior vincitore, per numero di statuette, di quest'anno.
Anzi, "conoscendo" l'Academy, questo è il classico film che viene premiato proprio come miglior film, purtroppo, aggiungerei, a titolo personale. L'unica minaccia per Mendes, tralasciando The Irishman, C'era una volta a...Hollywood e Joker, che chissà perché sono ormai "escluse" dalla gara (nel senso che non vengono prese minimamente in considerazione da coloro che fanno i pronostici), è rappresentata da Parasite, il film straniero di quest'anno, trionfatore di Cannes tra le altre cose, che potrebbe, "a furor di critica", riuscire nella miracolosa impresa di vincere come miglior film, oltre che come miglior film straniero (di cui è praticamente certa la vittoria).
Piccole donne: un classico che torna al cinema (Road to Oscar 2020)
Giungiamo alla fase più frenetica di questa corsa agli Oscar, dato che la data della celebrazione è fissata per domani notte. Oggi tocca parlare di un altro film in gara per la categoria miglior film, ma non solo, un film dal sapore classico e romanzesco, che vanta un cast eccezionale, oggi parliamo di Piccole donne.
Tratto, ovviamente, dal celeberrimo romanzo ottocentesco di Luoisa May Alcott, un classico della letteratura americana, Piccole donne segue le vicende delle sorelle March, i loro sogni, i loro amori e anche le loro disgrazie, con una serie di personaggi che ruoteranno intorno alle quattro donne. Scritto e diretto da Greta Gerwig, il film presenta un cast principale d'eccezione, tutto al femminile, composto da Saoirse Ronan, Florence Pugh, Emma Watson, Meryl Streep e Laura Dern, e anche Timothèe Chalamet, fra gli altri. Il film ha 6 candidature agli Oscar.
Un bel film, mi è piaciuto, una pellicola che definirei graziosa e dallo stampo classico, sfruttando in pieno le atmosfere ottocentesche del romanzo, oltre al forte messaggio di amore e sorellanza propria dell'opera e anche il desiderio di inseguire i propri sogni e le proprie ambizioni, che spesso significa anche abbandonare la famiglia e parte di sé. Oltre alla famiglia e all'amore, ovviamente, la componente principale del film è l'elemento femminile. Piccole donne è un film prodotto da donne, scritto e diretto da una donna e con protagoniste donne, ispirato ad un libro scritto da una donna. È il risultato è davvero notevole.
La storia è quella del romanzo, che è ovviamente un classico, ma che personalmente è risultata in più punti un po' stantia e leggermente melensa, soprattutto nel finale, che onestamente non mi è piaciuto molto, essendo comunque buono, mentre il vero punto di forza del film è il cast, senza dubbio. La protagonista indiscussa è la Ronan, che interpreta il personaggio principale, nonché il più complesso e sfaccettato, con una performance lodevole, ma il talento dell'attrice esplosa con Lady Bird poche volte viene messo in discussione. L'altra grande sorpresa del film è stata Florence Pugh, tra l'altro nominata a sorpresa per miglior attrice non protagonista, con un personaggio molto rilevante e mai scontato. Non all'altezza delle sue colleghe è stata Emma Watson, che comunque fa il suo dovere, mentre non guastano per nulla attrici del calibro di Laura Dern e Meryl Streep in ruoli minori, ma comunque importanti. Non guasta neanche Chalamet, che riesce comunque a brillare per la sua bravura in un cast affiatato come questo.
Insomma, un buon film, di quelli che ti fanno bene vederli, ma anche abbastanza "normale", non in senso negativo, ma per far notare come non possa conquistare molto spazio in un anno cinematografico davvero "straordinario" in tutti i sensi, che ha presentato pellicole davvero fuori dall'ordinario, che in effetti si contendono i premi più prestigiosi.
Si porta a casa comunque 6 candidature abbastanza rilevanti, oltre a quella come miglior film (praticamente impossibile da vincere), anche miglior attrice protagonista e non protagonista, rispettivamente per la Ronan e la Pugh, nomination meritatissime, ma anche difficili da vincere, mentre sicuramente il film è favorito per i miglior costumi. Da citare anche la nomination per miglior colonna sonora, ad opera di Alexandre Desplat, davvero meravigliosa e anche la nomination per miglior sceneggiatura non originale per la Gerwig, che se la gioca quasi ad armi pari con Jojo Rabbit e The Irishman.
Proprio per quanto riguarda la Gerwig, ci sono state alcune polemiche per la sua esclusione dalla categoria di miglior regia, polemiche insensate perché basate solo e unicamente sulla volontà di imporre una "quota rosa" tra i nominati di quest'anno, che a parer mio sarebbe la peggior offesa da fare ad una regista, anziché basata sul reale lavoro svolto dalla Gerwig. Perché proprio basandomi sul lavoro della regista posso infatti affermare che meritava senza dubbio un posto fra i candidati di quest'anno, anche se bisogna ammettere che la sfida in quella categoria è quasi alla pari con quella per miglior film, in fatto di difficoltà (con Sam Mendes in netto vantaggio).
Tratto, ovviamente, dal celeberrimo romanzo ottocentesco di Luoisa May Alcott, un classico della letteratura americana, Piccole donne segue le vicende delle sorelle March, i loro sogni, i loro amori e anche le loro disgrazie, con una serie di personaggi che ruoteranno intorno alle quattro donne. Scritto e diretto da Greta Gerwig, il film presenta un cast principale d'eccezione, tutto al femminile, composto da Saoirse Ronan, Florence Pugh, Emma Watson, Meryl Streep e Laura Dern, e anche Timothèe Chalamet, fra gli altri. Il film ha 6 candidature agli Oscar.
Un bel film, mi è piaciuto, una pellicola che definirei graziosa e dallo stampo classico, sfruttando in pieno le atmosfere ottocentesche del romanzo, oltre al forte messaggio di amore e sorellanza propria dell'opera e anche il desiderio di inseguire i propri sogni e le proprie ambizioni, che spesso significa anche abbandonare la famiglia e parte di sé. Oltre alla famiglia e all'amore, ovviamente, la componente principale del film è l'elemento femminile. Piccole donne è un film prodotto da donne, scritto e diretto da una donna e con protagoniste donne, ispirato ad un libro scritto da una donna. È il risultato è davvero notevole.
La storia è quella del romanzo, che è ovviamente un classico, ma che personalmente è risultata in più punti un po' stantia e leggermente melensa, soprattutto nel finale, che onestamente non mi è piaciuto molto, essendo comunque buono, mentre il vero punto di forza del film è il cast, senza dubbio. La protagonista indiscussa è la Ronan, che interpreta il personaggio principale, nonché il più complesso e sfaccettato, con una performance lodevole, ma il talento dell'attrice esplosa con Lady Bird poche volte viene messo in discussione. L'altra grande sorpresa del film è stata Florence Pugh, tra l'altro nominata a sorpresa per miglior attrice non protagonista, con un personaggio molto rilevante e mai scontato. Non all'altezza delle sue colleghe è stata Emma Watson, che comunque fa il suo dovere, mentre non guastano per nulla attrici del calibro di Laura Dern e Meryl Streep in ruoli minori, ma comunque importanti. Non guasta neanche Chalamet, che riesce comunque a brillare per la sua bravura in un cast affiatato come questo.
Insomma, un buon film, di quelli che ti fanno bene vederli, ma anche abbastanza "normale", non in senso negativo, ma per far notare come non possa conquistare molto spazio in un anno cinematografico davvero "straordinario" in tutti i sensi, che ha presentato pellicole davvero fuori dall'ordinario, che in effetti si contendono i premi più prestigiosi.
Si porta a casa comunque 6 candidature abbastanza rilevanti, oltre a quella come miglior film (praticamente impossibile da vincere), anche miglior attrice protagonista e non protagonista, rispettivamente per la Ronan e la Pugh, nomination meritatissime, ma anche difficili da vincere, mentre sicuramente il film è favorito per i miglior costumi. Da citare anche la nomination per miglior colonna sonora, ad opera di Alexandre Desplat, davvero meravigliosa e anche la nomination per miglior sceneggiatura non originale per la Gerwig, che se la gioca quasi ad armi pari con Jojo Rabbit e The Irishman.
Proprio per quanto riguarda la Gerwig, ci sono state alcune polemiche per la sua esclusione dalla categoria di miglior regia, polemiche insensate perché basate solo e unicamente sulla volontà di imporre una "quota rosa" tra i nominati di quest'anno, che a parer mio sarebbe la peggior offesa da fare ad una regista, anziché basata sul reale lavoro svolto dalla Gerwig. Perché proprio basandomi sul lavoro della regista posso infatti affermare che meritava senza dubbio un posto fra i candidati di quest'anno, anche se bisogna ammettere che la sfida in quella categoria è quasi alla pari con quella per miglior film, in fatto di difficoltà (con Sam Mendes in netto vantaggio).
giovedì 6 febbraio 2020
Jojo Rabbit: Fanc**o Hitler! (Road to Oscar 2020)
Andiamo avanti con la nostra cavalcata verso il 9 febbraio, questa volta sotto i riflettori un film uscito da poco in Italia e ancora presente nelle sale. Un film particolare, di cui si è molto parlato in giro, usando termini quali "sorpresa" e "rivelazione", ora lo vedremo per bene, intanto vi basti sapere che oggi, sotto i riflettori, c'è Jojo Rabbit, la commedia nera sulla seconda guerra mondiale e sulla shoah, ma non come ve l'aspettate.
Scritto e diretto da Taika Waititi, il regista neozelandese principalmente noto per aver diretto Thor Ragnarok, Jojo Rabbit segue le vicende del piccolo Johannes (Roman Griffin Davis), ragazzino tedesco fanatico del nazismo, durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, nel cuore della Germania nazista. Vediamo la vita del piccolo nazi, fra esperienze nella Gioventù Hitleriana e la vita con sua madre, Rosie (Scarlett Johansson), il suo rapporto con i "nemici" ebrei e facciamo anche la conoscenza del particolare amico immaginario di Jojo, nientedimeno che Adolf Hitler (interpretato dallo stesso Taika Waititi).
Jojo Rabbit si presenta fin dai primi minuti come un film particolare, molto particolare, una commedia nera dai toni esagerati e volutamente grotteschi, una componente satirica fortissima e dei buoni dialoghi, con i colori tipici di un film di Wes Anderson. È un buon film, con un ottimo incipit e un inizio scoppiettante, sicuramente la parte migliore del film, anche perché dopo poco si stabilizza su un certo tono, che mantiene per gran parte del film, finendo poi per perdersi malamente nel finale, che rovina non poco tutto ciò che di buono c'era nella premessa e nei primi sviluppi della trama, ma ora lo vediamo passo dopo passo.
Taika Waititi non mi piace, non mi piace proprio, il notevole successo che ha ottenuto con Thor Ragnarok (che tra l'altro demolì quasi del tutto ai tempi della Road to Avengers Endgame) lo ha spinto a cercare di fare un film più ambizioso, di puntare in alto, forte della sua inventiva e della sua audacia. E in questo non c'è niente di male, anche perché ero davvero curioso di testare Waititi fuori dall'ambito dei cinecomics e chissà, magari rivalutarlo. Confeziona così una commedia parecchio spiccata nei toni e audace davvero nel trattare i temi della shoah, del nazismo e di tutto quello che comporta, non per niente c'è anche qualcosa di personale nel film, tenendo conto delle origine ebree dello stesso Waititi, che si ritaglia nel film proprio la parte di Hitler. E infatti le premesse del film sono davvero pazzesche, originali e persino divertenti, con un grande potenziale, ne poteva uscire fuori un piccolo gioiello, e invece così non è stato.
Il problema di Jojo Rabbit, per me, è stato lo sviluppo da dare alla trama, il momento di trasformare quelle potenzialità in concreto, cosa non facile, ma il risultato è stato un inizio grandioso, uno sviluppo interessante, uno svolgimento un po' deludente, con il film che ha un periodo centrale abbastanza stagnante, per poi riprendersi molto bene verso la fine e proprio sul finale perdersi del tutto. Insomma, un film abbastanza altalenante, a cui avrei perdonato qualche scelta di trama centrale, ma il buono che si poteva salvare viene rovinato comunque da un finale banale e scontato, nonché un bel po' cafone. Senza entrare troppo nel dettaglio, e spoilerare, il finale è forse una delle più grosse e volgari americanate che si potevano fare, qualcosa di decisamente fuori luogo, che speravo di non trovare in un film all'apparenza geniale, inoltre presenta inesattezze storiche che non possono essere trascurate, che altro non fanno che rovinare del tutto anche il messaggio del film. Ed è proprio il messaggio finale del film, che, a conti fatti, si riduce ad un semplice, giusto, anzi, giustissimo, ma anche parecchio misero "Fanculo Hitler!".
Ovviamente non è tutto da buttare, altrimenti non sarebbe un film da Oscar (anche se per me, in effetti, non lo è), la pellicola è a tratti emozionante, sono da elogiare i dialoghi, davvero molto buoni, e direi anche le interpretazioni degli attori, sia il giovane Davis, nel ruolo del protagonista, che Sam Rockwell e Thomasin McKenzie, ma soprattutto Scarlett Johansson, bravissima nel ruolo della madre di Jojo, che infatti si è aggiudicata una nomination come miglior attrice non protagonista (aggiungendosi a quella come protagonista in Storia di un matrimonio), probabilmente la miglior attrice del film. E se Waititi non mi piace come regista e sceneggiatore, non posso dire lo stesso come attore, non è granché, ma è sempre divertente e funzionale, anche se interpreta Adolf Hitler.
In effetti Jojo Rabbit diverte, ed è un buon film, ma non riesce a spiccare il volo, ad avere quel guizzo in più per diventare un ottimo film, e nel tentativo di farlo, si perde miseramente sul finale, che purtroppo inficia sul lavoro complessivo della pellicola. Ora forse vi starete chiedendo come mai abbia avuto allora così tanto successo, beh, me lo chiedo anche io, ma vedendo il finale si capisce bene come la forte leccata di culo americana abbia avuto parecchio presa sull'Academy e sulla critica statunitense, ma non su di me, e vi posso garantire che mi sono anche trattenuto dal demolirlo ancora un po'.
Agli Oscar si presenta con 6 candidature, di cui probabilmente non vincerà nessuna. Non per un mio giudizio, ma principalmente perché Jojo Rabbit, insieme a Piccole donne e Le Mans '66 è stato nominato "per fare numero", nel senso che merita di essere candidato, ma a conti fatti non molte speranze contro gli altri film nominati, che invece si contendono la guerra delle statuette che sarà quest'anno. Insomma, la Joahnsson meriterebbe pure, ma la vedo grigia con la Dern, che ha quasi certamente l'Oscar in mano, mentre per la sceneggiatura non originale se la contende con The Irishman, che però è favorito. Se la può giocare nei premi tecnici riguardo il montaggio, i costumi e la scenografia, ma anche qui la vedo davvero dura.
Scritto e diretto da Taika Waititi, il regista neozelandese principalmente noto per aver diretto Thor Ragnarok, Jojo Rabbit segue le vicende del piccolo Johannes (Roman Griffin Davis), ragazzino tedesco fanatico del nazismo, durante gli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, nel cuore della Germania nazista. Vediamo la vita del piccolo nazi, fra esperienze nella Gioventù Hitleriana e la vita con sua madre, Rosie (Scarlett Johansson), il suo rapporto con i "nemici" ebrei e facciamo anche la conoscenza del particolare amico immaginario di Jojo, nientedimeno che Adolf Hitler (interpretato dallo stesso Taika Waititi).
Jojo Rabbit si presenta fin dai primi minuti come un film particolare, molto particolare, una commedia nera dai toni esagerati e volutamente grotteschi, una componente satirica fortissima e dei buoni dialoghi, con i colori tipici di un film di Wes Anderson. È un buon film, con un ottimo incipit e un inizio scoppiettante, sicuramente la parte migliore del film, anche perché dopo poco si stabilizza su un certo tono, che mantiene per gran parte del film, finendo poi per perdersi malamente nel finale, che rovina non poco tutto ciò che di buono c'era nella premessa e nei primi sviluppi della trama, ma ora lo vediamo passo dopo passo.
Taika Waititi non mi piace, non mi piace proprio, il notevole successo che ha ottenuto con Thor Ragnarok (che tra l'altro demolì quasi del tutto ai tempi della Road to Avengers Endgame) lo ha spinto a cercare di fare un film più ambizioso, di puntare in alto, forte della sua inventiva e della sua audacia. E in questo non c'è niente di male, anche perché ero davvero curioso di testare Waititi fuori dall'ambito dei cinecomics e chissà, magari rivalutarlo. Confeziona così una commedia parecchio spiccata nei toni e audace davvero nel trattare i temi della shoah, del nazismo e di tutto quello che comporta, non per niente c'è anche qualcosa di personale nel film, tenendo conto delle origine ebree dello stesso Waititi, che si ritaglia nel film proprio la parte di Hitler. E infatti le premesse del film sono davvero pazzesche, originali e persino divertenti, con un grande potenziale, ne poteva uscire fuori un piccolo gioiello, e invece così non è stato.
Il problema di Jojo Rabbit, per me, è stato lo sviluppo da dare alla trama, il momento di trasformare quelle potenzialità in concreto, cosa non facile, ma il risultato è stato un inizio grandioso, uno sviluppo interessante, uno svolgimento un po' deludente, con il film che ha un periodo centrale abbastanza stagnante, per poi riprendersi molto bene verso la fine e proprio sul finale perdersi del tutto. Insomma, un film abbastanza altalenante, a cui avrei perdonato qualche scelta di trama centrale, ma il buono che si poteva salvare viene rovinato comunque da un finale banale e scontato, nonché un bel po' cafone. Senza entrare troppo nel dettaglio, e spoilerare, il finale è forse una delle più grosse e volgari americanate che si potevano fare, qualcosa di decisamente fuori luogo, che speravo di non trovare in un film all'apparenza geniale, inoltre presenta inesattezze storiche che non possono essere trascurate, che altro non fanno che rovinare del tutto anche il messaggio del film. Ed è proprio il messaggio finale del film, che, a conti fatti, si riduce ad un semplice, giusto, anzi, giustissimo, ma anche parecchio misero "Fanculo Hitler!".
Ovviamente non è tutto da buttare, altrimenti non sarebbe un film da Oscar (anche se per me, in effetti, non lo è), la pellicola è a tratti emozionante, sono da elogiare i dialoghi, davvero molto buoni, e direi anche le interpretazioni degli attori, sia il giovane Davis, nel ruolo del protagonista, che Sam Rockwell e Thomasin McKenzie, ma soprattutto Scarlett Johansson, bravissima nel ruolo della madre di Jojo, che infatti si è aggiudicata una nomination come miglior attrice non protagonista (aggiungendosi a quella come protagonista in Storia di un matrimonio), probabilmente la miglior attrice del film. E se Waititi non mi piace come regista e sceneggiatore, non posso dire lo stesso come attore, non è granché, ma è sempre divertente e funzionale, anche se interpreta Adolf Hitler.
In effetti Jojo Rabbit diverte, ed è un buon film, ma non riesce a spiccare il volo, ad avere quel guizzo in più per diventare un ottimo film, e nel tentativo di farlo, si perde miseramente sul finale, che purtroppo inficia sul lavoro complessivo della pellicola. Ora forse vi starete chiedendo come mai abbia avuto allora così tanto successo, beh, me lo chiedo anche io, ma vedendo il finale si capisce bene come la forte leccata di culo americana abbia avuto parecchio presa sull'Academy e sulla critica statunitense, ma non su di me, e vi posso garantire che mi sono anche trattenuto dal demolirlo ancora un po'.
Agli Oscar si presenta con 6 candidature, di cui probabilmente non vincerà nessuna. Non per un mio giudizio, ma principalmente perché Jojo Rabbit, insieme a Piccole donne e Le Mans '66 è stato nominato "per fare numero", nel senso che merita di essere candidato, ma a conti fatti non molte speranze contro gli altri film nominati, che invece si contendono la guerra delle statuette che sarà quest'anno. Insomma, la Joahnsson meriterebbe pure, ma la vedo grigia con la Dern, che ha quasi certamente l'Oscar in mano, mentre per la sceneggiatura non originale se la contende con The Irishman, che però è favorito. Se la può giocare nei premi tecnici riguardo il montaggio, i costumi e la scenografia, ma anche qui la vedo davvero dura.
mercoledì 5 febbraio 2020
The Irishman: i vecchi leoni ruggiscono ancora (Road to Oscar 2020)
<< Quando si è stati allevati a Little Italy, che cosa diventare, se non gangster o prete? Ora, io non potevo essere né uno né l'altro. >>
-Martin Scorsese
Anche oggi tiriamo fuori dal cilindro un altro pezzo grosso di questa corsa agli Oscar, un film di cui non volli parlare ai tempi, proprio per avere più tempo e più spazio possibile per farlo, l'occasione capita ora in occasione della Road. È un film di cui comunque avevo parlato durante i Cinemaverso Awards e gli articoli riguardanti i vincitori dei Golden Globes e le nomination degli Oscar. Un film che è veramente un pezzo grosso di quest'anno e della stagione cinematografica passata, come del resto sono pezzi grossi anche i nomi coinvolti, ma ora bando alle ciance e apriamo le danze, oggi si parla di The Irishman.
Targato Netflix, The Irishman è basato su un saggio di Charles Brandt, che trattava la vita del sicario Frank Sheeran (Robert De Niro), reduce della seconda guerra mondiale che si legherà a doppio filo con il boss italoamericano Russell Bufalino (Joe Pesci), una storia che si posiziona in anni cruciali della storia americana, praticamente ambientato in un lasso di tempo che comprende gli ultimi 60 anni della storia statunitense, focalizzandosi maggiormente sugli anni '60 e legandosi alla vera storia del noto e controverso sindacalista americano James Hoffa (Al Pacino). Una storia di gangster, di amicizia, di tradimenti, di famiglia e di mafia, che non poteva che non essere adattata dal grande Martin Scorsese.
Scorsese ritorna così alla gangster story, dopo moltissimi anni dalla sua trilogia della mafia, e lo fa portando in scena quella che è, a tutti gli effetti, l'ultima grande gangster story possibile, con un trio di vecchi leoni che ritornano così a ruggire. Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci, insieme, sotto la regia di Martin Scorsese, capite bene, che è un evento più unico che raro e che probabilmente non accadrà mai più. The Irishman, inoltre, presenta un largo uso di una nuova tecnologia di CGI, che ha dato modo di ringiovanire gli attori principali. Il film di Scorsese non ha avuto vita facile, dato che nessuna major era intenzionata a produrre il film (già, un film di quel regista con quegli attori), portando il regista italoamericano ad incrociare la strada del colosso dello streaming, Netflix, che ha puntato moltissimo (anche e soprattutto a livello economico) sul film, dando carta bianca a Scorsese, che si è ritrovato per la prima volta nella carriera ad avere la più totale e completa libertà creativa, con l'opportunità di dare al film la durata che voleva, infatti The Irishman dura la bellezza di 3 ore e mezza.
La totale libertà data a Scorsese è il sogno bagnato di tutti i registi, ma alle volte non è una cosa totalmente positiva, la durata del film non doveva essere necessariamente quella e devo ammettere che ci sono parti che potevano essere tranquillamente tagliate, come lo sarebbero state se fosse stato un film prodotto da una major mainstream, ma alla fin fine la lunghezza del film accentua la sensazione del tempo che passa e dell'imponenza della trama. La CGI è un elemento preponderante e caratteristico del film, che ha dato modo di dare diverse età agli attori principali, anche se all'inizio spiazza un po' per la sua artificiosità e, almeno durante la parte "più giovane" della vita dei personaggi, risulta alquanto altalenante, ma poi si normalizza durante il film e quasi non ci si fa più caso. Questi erano, principalmente, gli unici difetti del film, e ora veniamo a noi.
Martin Scorsese è, per me, una divinità della cinematografia, sul blog non ho avuto modo di parlare in maniera approfondita dei suoi film più celebri o della sua carriera, ma credo anche che non ci sia proprio nessun bisogno di presentazioni. Un gigante assoluto del cinema, uno dei pochi registi che, praticamente, non ha mai sbagliato un colpo e allo stesso tempo ha sempre fatto film e sempre di vario genere. Di lui, ovviamente, si ricorda la trilogia della mafia, composta da Mean Streets, Quei Bravi Ragazzi e Casinò (tutti e tre con Robert De Niro), ma forse sono anche più celebri Taxi Driver e Toro scatenato, anche questi con De Niro. La proficua collaborazione e lunga amicizia con Robert De Niro si è poi accostata a quella con Leonardo DiCaprio, altro grande attore che ha brillato sempre un po' di più nei film di Scorsese, come Gangs of New York, Shutter Island e The Wolf of Wall Street. Un regista prolifico, versatile, caratteristico, profondamente legato alle proprie origini italiane e senza ombra di dubbio il mio secondo regista preferito, ma credo che questo si sia capito, quindi torniamo a The Irishman, la sua ultima mastodontica fatica.
The Irishman va a citare tutte le grandi pellicole del genere dello stesso Scorsese, principalmente Quei bravi ragazzi, ma anche Mean Streets e Casinò, dopo che lo stesso Scorsese aveva messo la parola fine alle sue opere di stampo gangster, ma ha deciso di tornare sul genere che lo aveva lanciato, consapevole della grande opportunità che la storia che aveva deciso di trasporre offriva. Un'occasione più unica che rara di poter fare l'ultimo grande film gangster del cinema, non perché sarà l'ultimo, ovviamente ce ne saranno altri, ma The Irishman si pone come l'ultima vera grande pietra miliare del genere, il film testamento della gangster story, e non poteva essere altrimenti senza avere i volti più iconici di quel genere, tutti riuniti in un solo film. Sono diventati vecchi, è vero, nel frattempo ne hanno fatto di film di merda, e anche questo è vero, ma Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci sono e saranno sempre dei titani del cinema americano, che ormai sulla soglia degli ottant'anni hanno saputo regalarci un grande gioiello, a dimostrazione del fatto che la bravura non ha età e che sono ancora capaci di performance memorabili.
Partiamo proprio da lui, il protagonista, Robert De Niro, che torna a collaborare con Scorsese, che torna in carreggiata, insomma, dopo qualche sbandamento degli ultimi anni e alcuni film davvero imbarazzanti, che non rendono onore alla sua gloriosa e imponente carriera. Non nascondo che, molto probabilmente, considero De Niro il miglior attore della vecchia guardia, nonché forse il mio attore preferito del cinema americano, per motivi che non dovrei neanche spiegare, dato che a parlare sono le sue interpretazioni storiche e le sue collaborazioni molto più che eccellenti per lo stesso Scorsese, ma anche per Coppola, Leone, Cimino, Bertolucci, De Palma e tanti, tantissimi altri. E per rilanciarsi dagli ultimi anni alquanto sconsolanti, non poteva che tornare con Scorsese e tornare ad un genere che tanto lo ha contraddistinto ai tempi d'oro. De Niro sforna una performance diversa, portando su schermo un personaggio di una freddezza unica, che sembra quasi sempre distaccato, che si tiene tutto per sé, una performance fatta di silenzi e di sguardi, cui dietro si cela una storia lunga e sfaccettata. Insomma, un De Niro in grande spolvero che purtroppo non ha ricevuto neanche la nomination per il suo ruolo, una scelta dell'Academy di cui non mi capacito proprio.
Ma nel film non c'è solo De Niro, e il caro vecchio Robert non è l'unica vecchia leggenda in cerca di "redenzione", il suo partner in crime nel film è nientedimeno che Al Pacino, anche lui sicuramente fra i migliori interpreti del cinema americano e non credo abbia bisogno di presentazioni, purtroppo il percorso di Pacino ha seguito quello di De Niro, finendo per fare film di merda. Al contrario del suo collega, Al Pacino non aveva mai collaborato con Martin Scorsese e la sua aggiunta nel cast è stata davvero una grande sorpresa, un vero e proprio evento, come del resto lo è anche la sua reunion con De Niro. Pacino, al contrario di De Niro, ha avuto il compito delicato di interpretare James Hoffa, un personaggio storico americano di cui ancora si discute oggi, e nessuno meglio dell'interprete di Michael Corleone e Tony Montana poteva rendere al meglio le luci e le ombre (queste ultime maggiormente) di Hoffa e il suo rapporto con Sheeran.
Ed è stata una grande emozione vedere insieme sullo schermo queste due grandi leggende, con l'aggiunta dell'altrettanto mitico Joe Pesci, diretti da Martin Scorsese, qualcosa di irripetibile, e che con me ha colto pienamente nel segno.
Insomma, The Irishman è un grande film, con la parola grande utilizzata in tutti i sensi, non è privo di difetti, ma si rivela uno dei progetti più autoriali di Scorsese e forse, a dispetto del nome, anche il più "italiano".
Il film si sviluppa quasi in modo parallelo alle pellicole di genere più famose, comprese proprio quelle di Scorsese stesso, che fa di questa pellicola la summa della trilogia della mafia, riprendendone temi, cliché e personaggi, almeno inizialmente, perché poi si tinge di una componente storica inedita, che va a contestualizzare il tutto fra le decadi statunitensi, legandosi a doppio filo con la storia degli Stati Uniti, con la consapevolezza storica degli eventi e la maturità di chi quel periodo l'ha vissuto, in modo tale da far muovere i personaggi a cavallo fra eventi reali e presunti tali.
Ma la parte migliore è senza dubbio quella finale, quando Scorsese, lasciato totalmente libero di fare da Netflix, va oltre la gangster story e i suoi film, spingendosi dove nessuno prima di lui era arrivato, e ci porta fino ai giorni nostri, mostrandoci la senilità di Frank, una lunga agonia, in cui il regista sfodera nella maniera più amara la sua incrollabile bussola morale, quella specie di "giustizia divina" che è sempre stata presente nei suoi film, e ci mostra l'inevitabile decadenza di un mondo, quello dei gangster di un tempo, come del resto anche quello del genere e di un cinema di un tempo, giunto alla fine.
The Irishman non è solo il crepuscolo della gangster story, ma è proprio la sua pietra tombale, l'ultimo capolavoro di un mondo che tanto ha dato al cinema, il glorioso testamento di un genere.
Nell'ambito degli Oscar di quest'anno, The Irishman ha ben 10 nomination, al pari di 1917 e C'era una volta a...Hollywood, e sotto Joker, con 11 nomination. Ha quasi tutte le candidature più importanti, manca appunto quella per miglior attore protagonista a Robert De Niro, che sarebbe comunque inutile (la statuetta ce l'ha già in mano Phoenix), ma ripeto, non candidarlo neanche è stata una scelta, da parte dell'Academy, che non riesco proprio a comprendere. In compenso gareggiano per miglior attore non protagonista sia Al Pacino che Joe Pesci, entrambi davvero bravissimi, ma fra i due ho preferito Pacino, in ogni caso la vedo dura (ma non impossibile) battere il favorito di quest'anno, Brad Pitt. Lo stesso vale anche per gli altri premi importanti, sicuramente miglior film e miglior regia, che per quanto mi riguarda potrebbero essere più che meritati, ma la sfida principale per entrambi è il sempre più favorito 1917, che ha conquistato la critica di tutto il mondo, scalzando non solo The Irishman, ma anche Joker e Tarantino. Credo e spero vinca almeno per la sceneggiatura non originale, e se lo merita tutto, ma probabilmente vincerà solo quello e, per me, è una grave ingiustizia, ma mai quanto i Golden Globes di quest'anno, da cui Scorsese è uscito completamente a mani vuote. Il timore maggiore sarebbe rivedere la stessa scena, che tra l'altro non è neanche nuova al buon Martin, dato che nel 2003 vide il suo Gangs of New York venire nominato in ben 10 categorie (esattamente come quest'anno) e non vincere alcun premio, ma spero vivamente che non ricapiti quest'anno.
-Martin Scorsese
Anche oggi tiriamo fuori dal cilindro un altro pezzo grosso di questa corsa agli Oscar, un film di cui non volli parlare ai tempi, proprio per avere più tempo e più spazio possibile per farlo, l'occasione capita ora in occasione della Road. È un film di cui comunque avevo parlato durante i Cinemaverso Awards e gli articoli riguardanti i vincitori dei Golden Globes e le nomination degli Oscar. Un film che è veramente un pezzo grosso di quest'anno e della stagione cinematografica passata, come del resto sono pezzi grossi anche i nomi coinvolti, ma ora bando alle ciance e apriamo le danze, oggi si parla di The Irishman.
Targato Netflix, The Irishman è basato su un saggio di Charles Brandt, che trattava la vita del sicario Frank Sheeran (Robert De Niro), reduce della seconda guerra mondiale che si legherà a doppio filo con il boss italoamericano Russell Bufalino (Joe Pesci), una storia che si posiziona in anni cruciali della storia americana, praticamente ambientato in un lasso di tempo che comprende gli ultimi 60 anni della storia statunitense, focalizzandosi maggiormente sugli anni '60 e legandosi alla vera storia del noto e controverso sindacalista americano James Hoffa (Al Pacino). Una storia di gangster, di amicizia, di tradimenti, di famiglia e di mafia, che non poteva che non essere adattata dal grande Martin Scorsese.
Scorsese ritorna così alla gangster story, dopo moltissimi anni dalla sua trilogia della mafia, e lo fa portando in scena quella che è, a tutti gli effetti, l'ultima grande gangster story possibile, con un trio di vecchi leoni che ritornano così a ruggire. Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci, insieme, sotto la regia di Martin Scorsese, capite bene, che è un evento più unico che raro e che probabilmente non accadrà mai più. The Irishman, inoltre, presenta un largo uso di una nuova tecnologia di CGI, che ha dato modo di ringiovanire gli attori principali. Il film di Scorsese non ha avuto vita facile, dato che nessuna major era intenzionata a produrre il film (già, un film di quel regista con quegli attori), portando il regista italoamericano ad incrociare la strada del colosso dello streaming, Netflix, che ha puntato moltissimo (anche e soprattutto a livello economico) sul film, dando carta bianca a Scorsese, che si è ritrovato per la prima volta nella carriera ad avere la più totale e completa libertà creativa, con l'opportunità di dare al film la durata che voleva, infatti The Irishman dura la bellezza di 3 ore e mezza.
La totale libertà data a Scorsese è il sogno bagnato di tutti i registi, ma alle volte non è una cosa totalmente positiva, la durata del film non doveva essere necessariamente quella e devo ammettere che ci sono parti che potevano essere tranquillamente tagliate, come lo sarebbero state se fosse stato un film prodotto da una major mainstream, ma alla fin fine la lunghezza del film accentua la sensazione del tempo che passa e dell'imponenza della trama. La CGI è un elemento preponderante e caratteristico del film, che ha dato modo di dare diverse età agli attori principali, anche se all'inizio spiazza un po' per la sua artificiosità e, almeno durante la parte "più giovane" della vita dei personaggi, risulta alquanto altalenante, ma poi si normalizza durante il film e quasi non ci si fa più caso. Questi erano, principalmente, gli unici difetti del film, e ora veniamo a noi.
Martin Scorsese è, per me, una divinità della cinematografia, sul blog non ho avuto modo di parlare in maniera approfondita dei suoi film più celebri o della sua carriera, ma credo anche che non ci sia proprio nessun bisogno di presentazioni. Un gigante assoluto del cinema, uno dei pochi registi che, praticamente, non ha mai sbagliato un colpo e allo stesso tempo ha sempre fatto film e sempre di vario genere. Di lui, ovviamente, si ricorda la trilogia della mafia, composta da Mean Streets, Quei Bravi Ragazzi e Casinò (tutti e tre con Robert De Niro), ma forse sono anche più celebri Taxi Driver e Toro scatenato, anche questi con De Niro. La proficua collaborazione e lunga amicizia con Robert De Niro si è poi accostata a quella con Leonardo DiCaprio, altro grande attore che ha brillato sempre un po' di più nei film di Scorsese, come Gangs of New York, Shutter Island e The Wolf of Wall Street. Un regista prolifico, versatile, caratteristico, profondamente legato alle proprie origini italiane e senza ombra di dubbio il mio secondo regista preferito, ma credo che questo si sia capito, quindi torniamo a The Irishman, la sua ultima mastodontica fatica.
The Irishman va a citare tutte le grandi pellicole del genere dello stesso Scorsese, principalmente Quei bravi ragazzi, ma anche Mean Streets e Casinò, dopo che lo stesso Scorsese aveva messo la parola fine alle sue opere di stampo gangster, ma ha deciso di tornare sul genere che lo aveva lanciato, consapevole della grande opportunità che la storia che aveva deciso di trasporre offriva. Un'occasione più unica che rara di poter fare l'ultimo grande film gangster del cinema, non perché sarà l'ultimo, ovviamente ce ne saranno altri, ma The Irishman si pone come l'ultima vera grande pietra miliare del genere, il film testamento della gangster story, e non poteva essere altrimenti senza avere i volti più iconici di quel genere, tutti riuniti in un solo film. Sono diventati vecchi, è vero, nel frattempo ne hanno fatto di film di merda, e anche questo è vero, ma Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci sono e saranno sempre dei titani del cinema americano, che ormai sulla soglia degli ottant'anni hanno saputo regalarci un grande gioiello, a dimostrazione del fatto che la bravura non ha età e che sono ancora capaci di performance memorabili.
Partiamo proprio da lui, il protagonista, Robert De Niro, che torna a collaborare con Scorsese, che torna in carreggiata, insomma, dopo qualche sbandamento degli ultimi anni e alcuni film davvero imbarazzanti, che non rendono onore alla sua gloriosa e imponente carriera. Non nascondo che, molto probabilmente, considero De Niro il miglior attore della vecchia guardia, nonché forse il mio attore preferito del cinema americano, per motivi che non dovrei neanche spiegare, dato che a parlare sono le sue interpretazioni storiche e le sue collaborazioni molto più che eccellenti per lo stesso Scorsese, ma anche per Coppola, Leone, Cimino, Bertolucci, De Palma e tanti, tantissimi altri. E per rilanciarsi dagli ultimi anni alquanto sconsolanti, non poteva che tornare con Scorsese e tornare ad un genere che tanto lo ha contraddistinto ai tempi d'oro. De Niro sforna una performance diversa, portando su schermo un personaggio di una freddezza unica, che sembra quasi sempre distaccato, che si tiene tutto per sé, una performance fatta di silenzi e di sguardi, cui dietro si cela una storia lunga e sfaccettata. Insomma, un De Niro in grande spolvero che purtroppo non ha ricevuto neanche la nomination per il suo ruolo, una scelta dell'Academy di cui non mi capacito proprio.
Ma nel film non c'è solo De Niro, e il caro vecchio Robert non è l'unica vecchia leggenda in cerca di "redenzione", il suo partner in crime nel film è nientedimeno che Al Pacino, anche lui sicuramente fra i migliori interpreti del cinema americano e non credo abbia bisogno di presentazioni, purtroppo il percorso di Pacino ha seguito quello di De Niro, finendo per fare film di merda. Al contrario del suo collega, Al Pacino non aveva mai collaborato con Martin Scorsese e la sua aggiunta nel cast è stata davvero una grande sorpresa, un vero e proprio evento, come del resto lo è anche la sua reunion con De Niro. Pacino, al contrario di De Niro, ha avuto il compito delicato di interpretare James Hoffa, un personaggio storico americano di cui ancora si discute oggi, e nessuno meglio dell'interprete di Michael Corleone e Tony Montana poteva rendere al meglio le luci e le ombre (queste ultime maggiormente) di Hoffa e il suo rapporto con Sheeran.
Ed è stata una grande emozione vedere insieme sullo schermo queste due grandi leggende, con l'aggiunta dell'altrettanto mitico Joe Pesci, diretti da Martin Scorsese, qualcosa di irripetibile, e che con me ha colto pienamente nel segno.
Insomma, The Irishman è un grande film, con la parola grande utilizzata in tutti i sensi, non è privo di difetti, ma si rivela uno dei progetti più autoriali di Scorsese e forse, a dispetto del nome, anche il più "italiano".
Il film si sviluppa quasi in modo parallelo alle pellicole di genere più famose, comprese proprio quelle di Scorsese stesso, che fa di questa pellicola la summa della trilogia della mafia, riprendendone temi, cliché e personaggi, almeno inizialmente, perché poi si tinge di una componente storica inedita, che va a contestualizzare il tutto fra le decadi statunitensi, legandosi a doppio filo con la storia degli Stati Uniti, con la consapevolezza storica degli eventi e la maturità di chi quel periodo l'ha vissuto, in modo tale da far muovere i personaggi a cavallo fra eventi reali e presunti tali.
Ma la parte migliore è senza dubbio quella finale, quando Scorsese, lasciato totalmente libero di fare da Netflix, va oltre la gangster story e i suoi film, spingendosi dove nessuno prima di lui era arrivato, e ci porta fino ai giorni nostri, mostrandoci la senilità di Frank, una lunga agonia, in cui il regista sfodera nella maniera più amara la sua incrollabile bussola morale, quella specie di "giustizia divina" che è sempre stata presente nei suoi film, e ci mostra l'inevitabile decadenza di un mondo, quello dei gangster di un tempo, come del resto anche quello del genere e di un cinema di un tempo, giunto alla fine.
The Irishman non è solo il crepuscolo della gangster story, ma è proprio la sua pietra tombale, l'ultimo capolavoro di un mondo che tanto ha dato al cinema, il glorioso testamento di un genere.
Nell'ambito degli Oscar di quest'anno, The Irishman ha ben 10 nomination, al pari di 1917 e C'era una volta a...Hollywood, e sotto Joker, con 11 nomination. Ha quasi tutte le candidature più importanti, manca appunto quella per miglior attore protagonista a Robert De Niro, che sarebbe comunque inutile (la statuetta ce l'ha già in mano Phoenix), ma ripeto, non candidarlo neanche è stata una scelta, da parte dell'Academy, che non riesco proprio a comprendere. In compenso gareggiano per miglior attore non protagonista sia Al Pacino che Joe Pesci, entrambi davvero bravissimi, ma fra i due ho preferito Pacino, in ogni caso la vedo dura (ma non impossibile) battere il favorito di quest'anno, Brad Pitt. Lo stesso vale anche per gli altri premi importanti, sicuramente miglior film e miglior regia, che per quanto mi riguarda potrebbero essere più che meritati, ma la sfida principale per entrambi è il sempre più favorito 1917, che ha conquistato la critica di tutto il mondo, scalzando non solo The Irishman, ma anche Joker e Tarantino. Credo e spero vinca almeno per la sceneggiatura non originale, e se lo merita tutto, ma probabilmente vincerà solo quello e, per me, è una grave ingiustizia, ma mai quanto i Golden Globes di quest'anno, da cui Scorsese è uscito completamente a mani vuote. Il timore maggiore sarebbe rivedere la stessa scena, che tra l'altro non è neanche nuova al buon Martin, dato che nel 2003 vide il suo Gangs of New York venire nominato in ben 10 categorie (esattamente come quest'anno) e non vincere alcun premio, ma spero vivamente che non ricapiti quest'anno.
martedì 4 febbraio 2020
Joker: il gioiello folle del 2019 (Road to Oscar 2020)
Continua la corsa agli Oscar di Cinemaverso, e oggi tocca ad un film di cui avevo già parlato abbondantemente, ma di cui è doveroso tornare a parlare nell'ambito degli Oscar di quest'anno. È il film con più nomination, ben 11, oltre ad essere uno dei maggiori successi di pubblico e critica del 2019, una pellicola che già ora, a poca distanza dall'uscita, non ha alcun bisogno di presentazioni. Il piccolo grande gioiello folle della stagione cinematografica passata, Joker.
È proprio vero, non ha alcun senso ripetere le presentazioni di un film che continua a far discutere anche a distanza di mesi dall'uscita, con tutto il successo che ha ottenuto, quindi non lo farò, anzi, non lo rifarò, dato che la mia lunga recensione di Joker è ancora disponibile sul sito, poco più giù oppure nella bacheca. Quindi? Se del film abbiamo già parlato, in questa sede cosa diciamo? Innanzitutto non ci sarebbe niente di male nel valutare il film anche a distanza di mesi e alla luce del successo enorme ottenuto, ma personalmente non è cambiato molto, per me, tant'è che ho "premiato" Joker come miglior film del 2019 nei Cinemaverso Awards. Quindi (parte 2)? E quindi in questo articolo prenderò sotto esame una per una le 11 nomination nel film, cercando di fare delle previsioni, delle critiche o comunque delle considerazioni su quello che il film potrà vincere agli Oscar.
Joker è nominato per miglior film, ovviamente, e tra l'altro nel caso vincesse andrebbe a ritirare la statuetta nientedimeno che Bradley Cooper, produttore del film. In ogni caso, la sfida quest'anno è davvero combattutissima, come già detto altre volte, e Joker gioca un ruolo di primo piano in questa "guerra" delle statuette, ma la vedo davvero molto difficile per il cinecomic d'autore diretto da Todd Philips. Non credo proprio che vincerà il premio più prestigioso, anche se l'Academy ha sorpreso in passato su questo aspetto, ma per Joker è quasi una certezza. La giuria degli Oscar, per il premio più importante, ha dei criteri di scelta davvero imprevedibili, che negli anni sono stati spesso e volentieri parecchio discordanti da quelli del pubblico, ma anche da quelli delle altre premiazioni cinematografiche, cercando di trovare il film che presenta l'equilibrio migliore dal per di vista della sceneggiatura, degli attori e dell'accuratezza dal punto di vista tecnico (in questo si contraddistinguono gli Academy Awards). E proprio per questo, è molto difficile che vinca Joker.
L'equilibrio non è esattamente ciò che contraddistingue Joker, sicuramente perchè non è quello che aveva in mente Todd Philips quando ha deciso di fare questo film, ma anche per una questione di struttura del film. Allora, dato che sto per imbarcarmi in una specie di critica verso il film, dico fin da subito che, a me, Joker è piaciuto tanto, come saprà chi ha letto cosa ne pensavo quando uscì e ripeto che l'ho decretato miglior film del 2019, ma dal punto di vista degli Oscar le cose cambiano non poco. La sceneggiatura è molto buona, ma si ferma a quello appunto, molto buono, la storia di fa forte del messaggio potentissimo della pellicola, ma soprattutto si poggia totalmente sul più grande pregio del film che, paradossalmente, è anche il motivo per cui quasi sicuramente non vincerà come miglior film, e cioè il suo interprete principale.
Joaquin Phoenix ha già la sua statuetta in mano, poco ma sicuro, non c'è proprio alcuna sfida, per quanto i suoi rivali siano di altissimo livello, per il premio come miglior attore protagonista. Assurdo, folle, strabiliante, spaventosamente bravo, di parole sulla sua interpretazione di Arthur Fleck ne ho spese parecchie e ancor più di me praticamente tutto il mondo. La sua vittoria è scontata, ma non per questo meno trionfale, dato che sarebbe la giusta celebrazione di una performance agghiacciante e meravigliosa, oltre ad essere il coronamento della sequela inarrestabile di premi vinti in questi mesi da Phoenix. Insomma, è stato dannatamente bravo e va celebrato e premiato, peccato però che Phoenix sia anche la ragione per cui il film non vincerà come miglior film. È davvero paradossale, vero? Eppure, per me, è così, nel senso che in Joker non esiste alcun tipo di equilibrio nella trama e nelle atmosfere, perché c'è lui e lui solo, per tutta la durata della pellicola. Phoenix sovrasta completamente tutto il film, come era giusto e come era voluto dallo stesso regista, regalandoci un film magnifico, sfaccettato, folle, ma che si può vedere anche come un one man show, perché lo è.
Non è una critica, lo ribadisco, ma una constatazione, inoltre non c'è niente di male nel dire che è Phoenix il perno generale del film, mi sembra ovvio, ma quello che voglio far capire a chi legge è che Joker non può essere valutato in base all'equilibrio della trama (totalmente e integralmente incentrata sulla performance di Phoenix), il lavoro del regista (che accentua la performance di Phoenix) e il lato tecnico (che serve più che altro da sfondo all'interminabile performance di Phoenix). Ripeto, non è un difetto del film, perché nelle volontà del regista è proprio così che doveva essere, e lo si capisce perfettamente, quando si ha l'opportunità di far esplodere quella bomba dinamitarda di bravura che è Phoenix, ma quello descritto è il modo di vedere dei critici dell'Academy, è il loro modo di valutare. In definitiva, per loro, in Joker va premiato più l'attore principale che il film stesso.
Insomma, per miglior film la vedo davvero dura (ma non del tutto impossibile), mentre posso già immaginarmi Joquin Phoenix mentre sale sul palco del Dolby Theatre per ritirare la statuetta. A mani asciutte rimarrà Todd Philips, la cui regia è più che buona e di cui andrebbe apprezzato il grandissimo salto di qualità, ma che vedrà sicuramente la statuetta per miglior regia contesa fra Martin Scorsese, Quentin Tarantino e Sam Mendes (che dovrebbe quasi certamente spuntarla per il suo 1917). Una statuetta certa, Joker, dovrebbe averla, ed è per la miglior colonna sonora, ad opera di Hildur Gudnadottir, che ha già conquistato il Golden Globe il mese scorso. Su questa palpabile vittoria concordo in pieno, anche se non nascondo che mi farebbe più piacere vedere premiato John Williams per il suo ultimo Star Wars.
Un'altra bella battaglia tutta tecnica sarà per la miglior fotografia, che io continuo a elogiare per questo film, davvero eccellente, spero che vinca, ma anche in questo caso dovrebbe vedersela principalmente con 1917. Dal punto di vista del sonoro non posso dire granché, non sono un esperto, mentre sono curioso di vedere cosa riuscirà a fare per quanto riguarda trucco e costumi, anche qui tutta una battaglia "tecnica", ma forse qualcosa riuscirà a portasela a casa il film.
Secondo la mia personale previsione, Joker non riuscirà a conquistare molto a parte la scontata vittoria di Phoenix, forse qualcosa dal lato tecnico, ma il vero trionfo del film è quello di essere la pellicola più nominata dell'anno con le sue straordinarie 11 nomination.
È proprio vero, non ha alcun senso ripetere le presentazioni di un film che continua a far discutere anche a distanza di mesi dall'uscita, con tutto il successo che ha ottenuto, quindi non lo farò, anzi, non lo rifarò, dato che la mia lunga recensione di Joker è ancora disponibile sul sito, poco più giù oppure nella bacheca. Quindi? Se del film abbiamo già parlato, in questa sede cosa diciamo? Innanzitutto non ci sarebbe niente di male nel valutare il film anche a distanza di mesi e alla luce del successo enorme ottenuto, ma personalmente non è cambiato molto, per me, tant'è che ho "premiato" Joker come miglior film del 2019 nei Cinemaverso Awards. Quindi (parte 2)? E quindi in questo articolo prenderò sotto esame una per una le 11 nomination nel film, cercando di fare delle previsioni, delle critiche o comunque delle considerazioni su quello che il film potrà vincere agli Oscar.
Joker è nominato per miglior film, ovviamente, e tra l'altro nel caso vincesse andrebbe a ritirare la statuetta nientedimeno che Bradley Cooper, produttore del film. In ogni caso, la sfida quest'anno è davvero combattutissima, come già detto altre volte, e Joker gioca un ruolo di primo piano in questa "guerra" delle statuette, ma la vedo davvero molto difficile per il cinecomic d'autore diretto da Todd Philips. Non credo proprio che vincerà il premio più prestigioso, anche se l'Academy ha sorpreso in passato su questo aspetto, ma per Joker è quasi una certezza. La giuria degli Oscar, per il premio più importante, ha dei criteri di scelta davvero imprevedibili, che negli anni sono stati spesso e volentieri parecchio discordanti da quelli del pubblico, ma anche da quelli delle altre premiazioni cinematografiche, cercando di trovare il film che presenta l'equilibrio migliore dal per di vista della sceneggiatura, degli attori e dell'accuratezza dal punto di vista tecnico (in questo si contraddistinguono gli Academy Awards). E proprio per questo, è molto difficile che vinca Joker.
L'equilibrio non è esattamente ciò che contraddistingue Joker, sicuramente perchè non è quello che aveva in mente Todd Philips quando ha deciso di fare questo film, ma anche per una questione di struttura del film. Allora, dato che sto per imbarcarmi in una specie di critica verso il film, dico fin da subito che, a me, Joker è piaciuto tanto, come saprà chi ha letto cosa ne pensavo quando uscì e ripeto che l'ho decretato miglior film del 2019, ma dal punto di vista degli Oscar le cose cambiano non poco. La sceneggiatura è molto buona, ma si ferma a quello appunto, molto buono, la storia di fa forte del messaggio potentissimo della pellicola, ma soprattutto si poggia totalmente sul più grande pregio del film che, paradossalmente, è anche il motivo per cui quasi sicuramente non vincerà come miglior film, e cioè il suo interprete principale.
Joaquin Phoenix ha già la sua statuetta in mano, poco ma sicuro, non c'è proprio alcuna sfida, per quanto i suoi rivali siano di altissimo livello, per il premio come miglior attore protagonista. Assurdo, folle, strabiliante, spaventosamente bravo, di parole sulla sua interpretazione di Arthur Fleck ne ho spese parecchie e ancor più di me praticamente tutto il mondo. La sua vittoria è scontata, ma non per questo meno trionfale, dato che sarebbe la giusta celebrazione di una performance agghiacciante e meravigliosa, oltre ad essere il coronamento della sequela inarrestabile di premi vinti in questi mesi da Phoenix. Insomma, è stato dannatamente bravo e va celebrato e premiato, peccato però che Phoenix sia anche la ragione per cui il film non vincerà come miglior film. È davvero paradossale, vero? Eppure, per me, è così, nel senso che in Joker non esiste alcun tipo di equilibrio nella trama e nelle atmosfere, perché c'è lui e lui solo, per tutta la durata della pellicola. Phoenix sovrasta completamente tutto il film, come era giusto e come era voluto dallo stesso regista, regalandoci un film magnifico, sfaccettato, folle, ma che si può vedere anche come un one man show, perché lo è.
Non è una critica, lo ribadisco, ma una constatazione, inoltre non c'è niente di male nel dire che è Phoenix il perno generale del film, mi sembra ovvio, ma quello che voglio far capire a chi legge è che Joker non può essere valutato in base all'equilibrio della trama (totalmente e integralmente incentrata sulla performance di Phoenix), il lavoro del regista (che accentua la performance di Phoenix) e il lato tecnico (che serve più che altro da sfondo all'interminabile performance di Phoenix). Ripeto, non è un difetto del film, perché nelle volontà del regista è proprio così che doveva essere, e lo si capisce perfettamente, quando si ha l'opportunità di far esplodere quella bomba dinamitarda di bravura che è Phoenix, ma quello descritto è il modo di vedere dei critici dell'Academy, è il loro modo di valutare. In definitiva, per loro, in Joker va premiato più l'attore principale che il film stesso.
Insomma, per miglior film la vedo davvero dura (ma non del tutto impossibile), mentre posso già immaginarmi Joquin Phoenix mentre sale sul palco del Dolby Theatre per ritirare la statuetta. A mani asciutte rimarrà Todd Philips, la cui regia è più che buona e di cui andrebbe apprezzato il grandissimo salto di qualità, ma che vedrà sicuramente la statuetta per miglior regia contesa fra Martin Scorsese, Quentin Tarantino e Sam Mendes (che dovrebbe quasi certamente spuntarla per il suo 1917). Una statuetta certa, Joker, dovrebbe averla, ed è per la miglior colonna sonora, ad opera di Hildur Gudnadottir, che ha già conquistato il Golden Globe il mese scorso. Su questa palpabile vittoria concordo in pieno, anche se non nascondo che mi farebbe più piacere vedere premiato John Williams per il suo ultimo Star Wars.
Un'altra bella battaglia tutta tecnica sarà per la miglior fotografia, che io continuo a elogiare per questo film, davvero eccellente, spero che vinca, ma anche in questo caso dovrebbe vedersela principalmente con 1917. Dal punto di vista del sonoro non posso dire granché, non sono un esperto, mentre sono curioso di vedere cosa riuscirà a fare per quanto riguarda trucco e costumi, anche qui tutta una battaglia "tecnica", ma forse qualcosa riuscirà a portasela a casa il film.
Secondo la mia personale previsione, Joker non riuscirà a conquistare molto a parte la scontata vittoria di Phoenix, forse qualcosa dal lato tecnico, ma il vero trionfo del film è quello di essere la pellicola più nominata dell'anno con le sue straordinarie 11 nomination.
sabato 1 febbraio 2020
Storia di un matrimonio: uno scorcio dolceamaro di vita reale (Road to Oscar 2020)
Comincia oggi la nuovissima Road to Oscar 2020, esattamente come l'anno scorso è arrivato il momento di parlare, commentare, approfondire i film nominati per Miglior Film alla prossima edizione degli Academy Awards. 9 film, 9 articoli e una sola, lunga, corsa verso il 9 febbraio, data in cui verrà celebrata la notte delle stelle. Come detto in varie occasioni, il 2019 ci ha regalato un'ottima annata del cinema americano, che ho personalmente "premiato" con i Cinemaverso Awards e di cui ho parlato negli articoli dei vincitori dei Golden Globes e, ovviamente, delle Nomination della prossima edizione degli Oscar. Ora bando alle ciance e sotto con il primo film.
Questo è, paradossalmente, un periodo in cui le maggiori major cinematografiche di Hollywood (Universal, Sony, Warner e ovviamente l'onnipotente Disney) hanno preso a sfornare cinecomics e blockbuster come se non ci fosse un domani (anche di questo ho parlato in varie occasioni), mentre Netflix, il colosso dello streaming sempre più in ascesa che ora si ritrova ad affrontare una dura concorrenza, cerca di raccogliere a sé quanti più progetti autoriali possibili, alla ricerca di premi e di prestigio, nonché della considerazione della critica. Per questo morivo abbaiamo avuto, nel 2019, diversi film di un certo livello, come The King, The Irishman e I due papi, ma anche il film di cui parleremo oggi, Marriage Story.
Cominciamo questa Road proprio con Storia di un matrimonio, il film d'autore targato Netflix scritto e diretto da Noah Baumbach, con protagonisti Adam Driver e Scarlett Johansson e comprendete nel cast Laura Dern e Ray Liotta, un film che ha ricevuto grande considerazione e numerose nomination nelle maggiori premiazioni del cinema. Storia di un matrimonio tratta delle tormentante vicende di due coniugi, lui regista teatrale profondamente legato a New York e lei attrice californiana con aspirazioni hollywoodiane, che attraversano un lungo periodo di separazione, che si complica ulteriormente con la presenza degli avvocati divorzisti, i dissidi che nascono fra i due e l'affidamento del loro piccolo figlio.
Un film che tratta la fine di un rapporto, la fine, appunto, di un matrimonio, con tutte le implicazioni e le complicazioni del caso. Un film intimista, che si poggia totalmente sui suoi due protagonisti, interpretati magistralmente da Scarlett Johansson e Adam Driver. Ne escono fuori dei ritratti psicologici molto tridimensionali e sfaccettati, in cui si evidenziano pregi e difetti di queste due persone, che quindi si riflettono anche su tutti noi.
Per tutta la durata del film sembra quasi che i due protagonisti non vogliano separarsi, sembra quasi che il divorzio sia un evento del destino, lento, lungo e inevitabile. Storia di un matrimonio è, inoltre, la completa demolizione di un certo tipo di commedia romantica, un po' la decostruzione dell'archetipo del film d'amore americano, dato che qui si rovesciano le ingenuità e le illusioni, facendo entrare prepotentemente la triste realtà, uno scorcio amaro di vita reale.
Adam Driver è uno dei maggiori attori degli ultimi tempi, molto richiesto e prolifico, uno che è esploso in poco tempo, "scoperto" da Martin Scorsese per il suo Silence (2016), è stato poi l'interprete di Kylo Ren nella trilogia sequel di Star Wars, ma si è distinto al contempo con pellicole di stampo autoriale, come The Report è sicuramente Blackkklansman, di Spike Lee, per cui è stato nominato come miglior attore non protagonista l'anno scorso. Quest'anno concorre come miglior attore protagonista, purtroppo aggiungerei, purtroppo perché la nomination è meritatissima, ma quest'anno è stato parecchio sfortunato, dato che la statuetta è già nelle mani di Joaquin Phoenix, se si fosse trovato anche solo l'anno scorso l'avrebbe rubata a piene mani a Rami Malek. L'avrebbe fatto senza dubbio, perché in Marriage Story Driver sforna una performance straordinaria, una delle sue migliori prove recitative, tratteggiando il suo personaggio in maniera certosina e per niente banale, aiutato sicuramente da un grande lavoro di sceneggiatura dietro e anche dalla co-protagonista del film.
Scarlett Johansson, si sa, è anche lei una delle maggiori firme di Hollywood degli ultimi anni, anche lei molto prolifica e anche lei ha lavorato con altre grandi firme del cinema americano (già, non ha fatto solo la Vedova Nera), qualche nome? Woody Allen, Christopher Nolan, i fratelli Coen, Sofia Coppola, Brian De Palma e Luc Besson. Nella grande mole di film a cui ha partecipato non sempre ha brillato, ma la sua bravura è innegabile, e Storia di un matrimonio non è solo la conferma di ciò, ma anche un nuovo traguardo dell'attrice. Tra l'altro ho scelto proprio lei per la Miglior attrice protagonista nei Cinemaverso Awards. Ovviamente è nominata agli Oscar, ma la sfida potrebbe essere, anche in questo caso, già persa, dato che la più quotata per aggiudicarsi la statuetta è Renee Zellweger, per Judy, ancora non uscito in Italia. Inoltre, cosa molto curiosa, la Joahnsson quest'anno è nominata sia per la miglior attrice protagonista che non protagonista (per Jojo Rabbit), andando a concorrere anche con la collega Laura Dern, favorita per aggiudicarsi la statuetta per non protagonista.
Un film molto ben fatto, coinvolgente e allo stesso tempo distaccato, nessuno dei due protagonisti è nel torto o nella ragione, ma entrambi si ritrovano in balia delle sfumature fra giusto o sbagliato, i due protagonisti, splendidamente scritti e interpretati, si completano a vicenda, anche se sono "costretti" a dividersi. La pellicola mi è piaciuta in maniera particolare, la trama del film è, a tutti gli effetti, composta unicamente delle vicissitudini dei due protagonisti, con le loro caratterizzazioni che si sviluppano per tutta la durata della pellicola, fino ad un finale dolce amaro che ho apprezzato molto.
Come detto negli articoli precedenti, la sfida per accaparrarsi le statuette dorate, quest'anno, è davvero ardua, dato che quest'anno abbiamo avuto una concentrazione di film meravigliosi che rendono la scelta del critici dell'Academy per niente facile o prevedibile (a parte in alcune categorie), molto più rispetto alle ultime edizioni. Storia di un matrimonio arriva alla notte degli Oscar con 6 candidature, tre sono per le categorie degli attori, fra cui dò per certo la Dern come miglior attrice non protagonista e dò altrettanto certamente per sconfitti i due attori protagonisti, una per la colonna sonora (che probabilmente vincerà Joker), un'altra per la sceneggiatura (che potrebbe essere data per certa a Tarantino) e ovviamente l'ultima per Miglior film, per cui è favorito 1917, ma l'Academy si è sempre dimostrata imprevedibile per questa categoria, la più prestigiosa.
Probabilmente vincerà solo la Dern e mi dispiace, perché se questo film si fosse trovato qualche anno fa avrebbe mietuto non poche vittorie agli Oscar, ma quest'anno non riuscirà a ritagliarsi molto spazio in mezzo alle altre grandi pellicole date per favorite, ma anche questo fa parte del bello delle premiazioni. Io avrei nominato Baumbach per la regia, anche se forse in quella categoria c'è una guerra ben peggiore persino più per il miglior film. In ogni caso, Netflix potrà considerarsi soddisfatta del magnifico prodotto e del successo di critica che ha avuto, soprattutto se sommato a quello delle altre pellicole autoriali prodotte l'anno scorso.
Questo è, paradossalmente, un periodo in cui le maggiori major cinematografiche di Hollywood (Universal, Sony, Warner e ovviamente l'onnipotente Disney) hanno preso a sfornare cinecomics e blockbuster come se non ci fosse un domani (anche di questo ho parlato in varie occasioni), mentre Netflix, il colosso dello streaming sempre più in ascesa che ora si ritrova ad affrontare una dura concorrenza, cerca di raccogliere a sé quanti più progetti autoriali possibili, alla ricerca di premi e di prestigio, nonché della considerazione della critica. Per questo morivo abbaiamo avuto, nel 2019, diversi film di un certo livello, come The King, The Irishman e I due papi, ma anche il film di cui parleremo oggi, Marriage Story.
Cominciamo questa Road proprio con Storia di un matrimonio, il film d'autore targato Netflix scritto e diretto da Noah Baumbach, con protagonisti Adam Driver e Scarlett Johansson e comprendete nel cast Laura Dern e Ray Liotta, un film che ha ricevuto grande considerazione e numerose nomination nelle maggiori premiazioni del cinema. Storia di un matrimonio tratta delle tormentante vicende di due coniugi, lui regista teatrale profondamente legato a New York e lei attrice californiana con aspirazioni hollywoodiane, che attraversano un lungo periodo di separazione, che si complica ulteriormente con la presenza degli avvocati divorzisti, i dissidi che nascono fra i due e l'affidamento del loro piccolo figlio.
Un film che tratta la fine di un rapporto, la fine, appunto, di un matrimonio, con tutte le implicazioni e le complicazioni del caso. Un film intimista, che si poggia totalmente sui suoi due protagonisti, interpretati magistralmente da Scarlett Johansson e Adam Driver. Ne escono fuori dei ritratti psicologici molto tridimensionali e sfaccettati, in cui si evidenziano pregi e difetti di queste due persone, che quindi si riflettono anche su tutti noi.
Per tutta la durata del film sembra quasi che i due protagonisti non vogliano separarsi, sembra quasi che il divorzio sia un evento del destino, lento, lungo e inevitabile. Storia di un matrimonio è, inoltre, la completa demolizione di un certo tipo di commedia romantica, un po' la decostruzione dell'archetipo del film d'amore americano, dato che qui si rovesciano le ingenuità e le illusioni, facendo entrare prepotentemente la triste realtà, uno scorcio amaro di vita reale.
Adam Driver è uno dei maggiori attori degli ultimi tempi, molto richiesto e prolifico, uno che è esploso in poco tempo, "scoperto" da Martin Scorsese per il suo Silence (2016), è stato poi l'interprete di Kylo Ren nella trilogia sequel di Star Wars, ma si è distinto al contempo con pellicole di stampo autoriale, come The Report è sicuramente Blackkklansman, di Spike Lee, per cui è stato nominato come miglior attore non protagonista l'anno scorso. Quest'anno concorre come miglior attore protagonista, purtroppo aggiungerei, purtroppo perché la nomination è meritatissima, ma quest'anno è stato parecchio sfortunato, dato che la statuetta è già nelle mani di Joaquin Phoenix, se si fosse trovato anche solo l'anno scorso l'avrebbe rubata a piene mani a Rami Malek. L'avrebbe fatto senza dubbio, perché in Marriage Story Driver sforna una performance straordinaria, una delle sue migliori prove recitative, tratteggiando il suo personaggio in maniera certosina e per niente banale, aiutato sicuramente da un grande lavoro di sceneggiatura dietro e anche dalla co-protagonista del film.
Scarlett Johansson, si sa, è anche lei una delle maggiori firme di Hollywood degli ultimi anni, anche lei molto prolifica e anche lei ha lavorato con altre grandi firme del cinema americano (già, non ha fatto solo la Vedova Nera), qualche nome? Woody Allen, Christopher Nolan, i fratelli Coen, Sofia Coppola, Brian De Palma e Luc Besson. Nella grande mole di film a cui ha partecipato non sempre ha brillato, ma la sua bravura è innegabile, e Storia di un matrimonio non è solo la conferma di ciò, ma anche un nuovo traguardo dell'attrice. Tra l'altro ho scelto proprio lei per la Miglior attrice protagonista nei Cinemaverso Awards. Ovviamente è nominata agli Oscar, ma la sfida potrebbe essere, anche in questo caso, già persa, dato che la più quotata per aggiudicarsi la statuetta è Renee Zellweger, per Judy, ancora non uscito in Italia. Inoltre, cosa molto curiosa, la Joahnsson quest'anno è nominata sia per la miglior attrice protagonista che non protagonista (per Jojo Rabbit), andando a concorrere anche con la collega Laura Dern, favorita per aggiudicarsi la statuetta per non protagonista.
Un film molto ben fatto, coinvolgente e allo stesso tempo distaccato, nessuno dei due protagonisti è nel torto o nella ragione, ma entrambi si ritrovano in balia delle sfumature fra giusto o sbagliato, i due protagonisti, splendidamente scritti e interpretati, si completano a vicenda, anche se sono "costretti" a dividersi. La pellicola mi è piaciuta in maniera particolare, la trama del film è, a tutti gli effetti, composta unicamente delle vicissitudini dei due protagonisti, con le loro caratterizzazioni che si sviluppano per tutta la durata della pellicola, fino ad un finale dolce amaro che ho apprezzato molto.
Come detto negli articoli precedenti, la sfida per accaparrarsi le statuette dorate, quest'anno, è davvero ardua, dato che quest'anno abbiamo avuto una concentrazione di film meravigliosi che rendono la scelta del critici dell'Academy per niente facile o prevedibile (a parte in alcune categorie), molto più rispetto alle ultime edizioni. Storia di un matrimonio arriva alla notte degli Oscar con 6 candidature, tre sono per le categorie degli attori, fra cui dò per certo la Dern come miglior attrice non protagonista e dò altrettanto certamente per sconfitti i due attori protagonisti, una per la colonna sonora (che probabilmente vincerà Joker), un'altra per la sceneggiatura (che potrebbe essere data per certa a Tarantino) e ovviamente l'ultima per Miglior film, per cui è favorito 1917, ma l'Academy si è sempre dimostrata imprevedibile per questa categoria, la più prestigiosa.
Probabilmente vincerà solo la Dern e mi dispiace, perché se questo film si fosse trovato qualche anno fa avrebbe mietuto non poche vittorie agli Oscar, ma quest'anno non riuscirà a ritagliarsi molto spazio in mezzo alle altre grandi pellicole date per favorite, ma anche questo fa parte del bello delle premiazioni. Io avrei nominato Baumbach per la regia, anche se forse in quella categoria c'è una guerra ben peggiore persino più per il miglior film. In ogni caso, Netflix potrà considerarsi soddisfatta del magnifico prodotto e del successo di critica che ha avuto, soprattutto se sommato a quello delle altre pellicole autoriali prodotte l'anno scorso.
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