Comincia oggi la nuovissima Road to Oscar 2020, esattamente come l'anno scorso è arrivato il momento di parlare, commentare, approfondire i film nominati per Miglior Film alla prossima edizione degli Academy Awards. 9 film, 9 articoli e una sola, lunga, corsa verso il 9 febbraio, data in cui verrà celebrata la notte delle stelle. Come detto in varie occasioni, il 2019 ci ha regalato un'ottima annata del cinema americano, che ho personalmente "premiato" con i Cinemaverso Awards e di cui ho parlato negli articoli dei vincitori dei Golden Globes e, ovviamente, delle Nomination della prossima edizione degli Oscar. Ora bando alle ciance e sotto con il primo film.
Questo è, paradossalmente, un periodo in cui le maggiori major cinematografiche di Hollywood (Universal, Sony, Warner e ovviamente l'onnipotente Disney) hanno preso a sfornare cinecomics e blockbuster come se non ci fosse un domani (anche di questo ho parlato in varie occasioni), mentre Netflix, il colosso dello streaming sempre più in ascesa che ora si ritrova ad affrontare una dura concorrenza, cerca di raccogliere a sé quanti più progetti autoriali possibili, alla ricerca di premi e di prestigio, nonché della considerazione della critica. Per questo morivo abbaiamo avuto, nel 2019, diversi film di un certo livello, come The King, The Irishman e I due papi, ma anche il film di cui parleremo oggi, Marriage Story.
Cominciamo questa Road proprio con Storia di un matrimonio, il film d'autore targato Netflix scritto e diretto da Noah Baumbach, con protagonisti Adam Driver e Scarlett Johansson e comprendete nel cast Laura Dern e Ray Liotta, un film che ha ricevuto grande considerazione e numerose nomination nelle maggiori premiazioni del cinema. Storia di un matrimonio tratta delle tormentante vicende di due coniugi, lui regista teatrale profondamente legato a New York e lei attrice californiana con aspirazioni hollywoodiane, che attraversano un lungo periodo di separazione, che si complica ulteriormente con la presenza degli avvocati divorzisti, i dissidi che nascono fra i due e l'affidamento del loro piccolo figlio.
Un film che tratta la fine di un rapporto, la fine, appunto, di un matrimonio, con tutte le implicazioni e le complicazioni del caso. Un film intimista, che si poggia totalmente sui suoi due protagonisti, interpretati magistralmente da Scarlett Johansson e Adam Driver. Ne escono fuori dei ritratti psicologici molto tridimensionali e sfaccettati, in cui si evidenziano pregi e difetti di queste due persone, che quindi si riflettono anche su tutti noi.
Per tutta la durata del film sembra quasi che i due protagonisti non vogliano separarsi, sembra quasi che il divorzio sia un evento del destino, lento, lungo e inevitabile. Storia di un matrimonio è, inoltre, la completa demolizione di un certo tipo di commedia romantica, un po' la decostruzione dell'archetipo del film d'amore americano, dato che qui si rovesciano le ingenuità e le illusioni, facendo entrare prepotentemente la triste realtà, uno scorcio amaro di vita reale.
Adam Driver è uno dei maggiori attori degli ultimi tempi, molto richiesto e prolifico, uno che è esploso in poco tempo, "scoperto" da Martin Scorsese per il suo Silence (2016), è stato poi l'interprete di Kylo Ren nella trilogia sequel di Star Wars, ma si è distinto al contempo con pellicole di stampo autoriale, come The Report è sicuramente Blackkklansman, di Spike Lee, per cui è stato nominato come miglior attore non protagonista l'anno scorso. Quest'anno concorre come miglior attore protagonista, purtroppo aggiungerei, purtroppo perché la nomination è meritatissima, ma quest'anno è stato parecchio sfortunato, dato che la statuetta è già nelle mani di Joaquin Phoenix, se si fosse trovato anche solo l'anno scorso l'avrebbe rubata a piene mani a Rami Malek. L'avrebbe fatto senza dubbio, perché in Marriage Story Driver sforna una performance straordinaria, una delle sue migliori prove recitative, tratteggiando il suo personaggio in maniera certosina e per niente banale, aiutato sicuramente da un grande lavoro di sceneggiatura dietro e anche dalla co-protagonista del film.
Scarlett Johansson, si sa, è anche lei una delle maggiori firme di Hollywood degli ultimi anni, anche lei molto prolifica e anche lei ha lavorato con altre grandi firme del cinema americano (già, non ha fatto solo la Vedova Nera), qualche nome? Woody Allen, Christopher Nolan, i fratelli Coen, Sofia Coppola, Brian De Palma e Luc Besson. Nella grande mole di film a cui ha partecipato non sempre ha brillato, ma la sua bravura è innegabile, e Storia di un matrimonio non è solo la conferma di ciò, ma anche un nuovo traguardo dell'attrice. Tra l'altro ho scelto proprio lei per la Miglior attrice protagonista nei Cinemaverso Awards. Ovviamente è nominata agli Oscar, ma la sfida potrebbe essere, anche in questo caso, già persa, dato che la più quotata per aggiudicarsi la statuetta è Renee Zellweger, per Judy, ancora non uscito in Italia. Inoltre, cosa molto curiosa, la Joahnsson quest'anno è nominata sia per la miglior attrice protagonista che non protagonista (per Jojo Rabbit), andando a concorrere anche con la collega Laura Dern, favorita per aggiudicarsi la statuetta per non protagonista.
Un film molto ben fatto, coinvolgente e allo stesso tempo distaccato, nessuno dei due protagonisti è nel torto o nella ragione, ma entrambi si ritrovano in balia delle sfumature fra giusto o sbagliato, i due protagonisti, splendidamente scritti e interpretati, si completano a vicenda, anche se sono "costretti" a dividersi. La pellicola mi è piaciuta in maniera particolare, la trama del film è, a tutti gli effetti, composta unicamente delle vicissitudini dei due protagonisti, con le loro caratterizzazioni che si sviluppano per tutta la durata della pellicola, fino ad un finale dolce amaro che ho apprezzato molto.
Come detto negli articoli precedenti, la sfida per accaparrarsi le statuette dorate, quest'anno, è davvero ardua, dato che quest'anno abbiamo avuto una concentrazione di film meravigliosi che rendono la scelta del critici dell'Academy per niente facile o prevedibile (a parte in alcune categorie), molto più rispetto alle ultime edizioni. Storia di un matrimonio arriva alla notte degli Oscar con 6 candidature, tre sono per le categorie degli attori, fra cui dò per certo la Dern come miglior attrice non protagonista e dò altrettanto certamente per sconfitti i due attori protagonisti, una per la colonna sonora (che probabilmente vincerà Joker), un'altra per la sceneggiatura (che potrebbe essere data per certa a Tarantino) e ovviamente l'ultima per Miglior film, per cui è favorito 1917, ma l'Academy si è sempre dimostrata imprevedibile per questa categoria, la più prestigiosa.
Probabilmente vincerà solo la Dern e mi dispiace, perché se questo film si fosse trovato qualche anno fa avrebbe mietuto non poche vittorie agli Oscar, ma quest'anno non riuscirà a ritagliarsi molto spazio in mezzo alle altre grandi pellicole date per favorite, ma anche questo fa parte del bello delle premiazioni. Io avrei nominato Baumbach per la regia, anche se forse in quella categoria c'è una guerra ben peggiore persino più per il miglior film. In ogni caso, Netflix potrà considerarsi soddisfatta del magnifico prodotto e del successo di critica che ha avuto, soprattutto se sommato a quello delle altre pellicole autoriali prodotte l'anno scorso.
sabato 1 febbraio 2020
martedì 14 gennaio 2020
Così continuò Cinemaverso
Un anno. È passato esattamente un anno da quando tutto questo ebbe inizio, da quando cominciò Cinemaverso. Avrei voluto fare un gran bell'articolo celebrativo, ma non ho avuto molto tempo, in ogni caso le "celebrazioni" di questo primo anniversario del blog avverranno in poco tempo, spero. In ogni caso ecco qui un piccolo trafiletto e qualche parola sul blog, su questo primo anno e sul futuro.
Quando diedi inizio al sito cominciai con molto entusiasmo, ero molto infervorato e i risultati si sono visti con la valanga di post che fin da subito apparvero nella bacheca del blog. Avevo tante idee e molta voglia di scrivere, di parlare di novità, classifiche, recensioni e anche argomenti a random. Fu davvero una grande emozione per me inaugurare una vera e propria Road to Oscar 2019, che mi ha permesso di vivere in modo diverso la premiazione del cinema americano più importante dell'anno. Fu davvero una corsa folle e divertente, ma l'apice di questo primo anno di blog è stato sicuramente la Road to Avengers Endgame, che ha visto sotto l'obiettivo tutti, ma proprio tutti, i film del variopinto Marvel Cinematic Universe, in previsione della visione di un film che è poi passato alla storia.
Si è parlato anche di tanti altri film, classici, cult e anche a random, ma non solo, non nascondo che mi è davvero piaciuto tanto andare a scandagliare la settima arte con la rubrica Cinema Story, come per esempio l'analisi del fenomeno Cinecomics, ma anche un grande articolo sui generi principali di successo della storia del cinema. Si è dato un piccolo spazio anche al cinema italiano con la rubrica Italians do it better, a cui avrei tanto voluto dare maggior lustro, ma come per Italians, tante altre idee e spunti sono finiti per scemare poco a poco nel tempo.
Dopo l'estate è stato un periodo fortemente altalenante per il blog, che sono riuscito a riesumare solo per delle grosse recensioni che non potevano mancare, a settembre con C'era una volta a...Hollywood e ad ottobre con Joker, mentre poi c'è stato il silenzio assoluto. Purtroppo ho poco da dire, la pagina Instagram, e anche altri impegni, mi hanno parecchio assorbito, ma sono molto contento di essere riuscito a costruire una succursale sui social molto fervente.
Si è tornati a scrivere in maniera quasi regolare sul sito proprio con i Cinemaverso Awards 2019, a cui stavo pensando da tanto tempo e a cui tenevo tanto, mentre poi si è proseguito con i vincitori dei Golden Globes, la cui nottata è una delle prime imprese di quest'anno del sito, e ieri con le nomination della prossima edizione degli Oscar. Proprio gli Oscar 2020 saranno i protagonisti del prossimo futuro di Cinemaverso, sia sui social che sul sito, con l'imminente Road to Oscar 2020, di cui mi sto ingegnando in questi giorni per renderla ancora più particolare rispetto a quella dell'anno scorso.
E dopo? Ormai la struttura dei post sul blog è dettata dalle recensioni più importanti e altre occasioni speciali, e così continuerà sicuramente in futuro, mentre chissà, magari torneranno anche gli excursus generali sul cinema e qualche bella lista o classifica.
Quando diedi inizio al sito cominciai con molto entusiasmo, ero molto infervorato e i risultati si sono visti con la valanga di post che fin da subito apparvero nella bacheca del blog. Avevo tante idee e molta voglia di scrivere, di parlare di novità, classifiche, recensioni e anche argomenti a random. Fu davvero una grande emozione per me inaugurare una vera e propria Road to Oscar 2019, che mi ha permesso di vivere in modo diverso la premiazione del cinema americano più importante dell'anno. Fu davvero una corsa folle e divertente, ma l'apice di questo primo anno di blog è stato sicuramente la Road to Avengers Endgame, che ha visto sotto l'obiettivo tutti, ma proprio tutti, i film del variopinto Marvel Cinematic Universe, in previsione della visione di un film che è poi passato alla storia.
Si è parlato anche di tanti altri film, classici, cult e anche a random, ma non solo, non nascondo che mi è davvero piaciuto tanto andare a scandagliare la settima arte con la rubrica Cinema Story, come per esempio l'analisi del fenomeno Cinecomics, ma anche un grande articolo sui generi principali di successo della storia del cinema. Si è dato un piccolo spazio anche al cinema italiano con la rubrica Italians do it better, a cui avrei tanto voluto dare maggior lustro, ma come per Italians, tante altre idee e spunti sono finiti per scemare poco a poco nel tempo.
Dopo l'estate è stato un periodo fortemente altalenante per il blog, che sono riuscito a riesumare solo per delle grosse recensioni che non potevano mancare, a settembre con C'era una volta a...Hollywood e ad ottobre con Joker, mentre poi c'è stato il silenzio assoluto. Purtroppo ho poco da dire, la pagina Instagram, e anche altri impegni, mi hanno parecchio assorbito, ma sono molto contento di essere riuscito a costruire una succursale sui social molto fervente.
Si è tornati a scrivere in maniera quasi regolare sul sito proprio con i Cinemaverso Awards 2019, a cui stavo pensando da tanto tempo e a cui tenevo tanto, mentre poi si è proseguito con i vincitori dei Golden Globes, la cui nottata è una delle prime imprese di quest'anno del sito, e ieri con le nomination della prossima edizione degli Oscar. Proprio gli Oscar 2020 saranno i protagonisti del prossimo futuro di Cinemaverso, sia sui social che sul sito, con l'imminente Road to Oscar 2020, di cui mi sto ingegnando in questi giorni per renderla ancora più particolare rispetto a quella dell'anno scorso.
E dopo? Ormai la struttura dei post sul blog è dettata dalle recensioni più importanti e altre occasioni speciali, e così continuerà sicuramente in futuro, mentre chissà, magari torneranno anche gli excursus generali sul cinema e qualche bella lista o classifica.
lunedì 13 gennaio 2020
Nomination Oscar 2020
Esattamente come l'anno scorso, ecco qui tutte le nomination della prossima edizione degli Oscar, i premi più prestigiosi di Hollywood, che quest'anno arrivano a quota 92 edizioni. La cerimonia si terrà la notte fra 9 e 10 febbraio, ma di questo e tanto altro si parla giù, ora ecco di seguito le nomination.
Miglior film
1917
The Irishman
Piccole donne
Jojo Rabbit
Joker
Storia di un matrimonio
C’era una volta… a Hollywood
Parasite
Le Mans 66 – La grande sfida
Miglior regia
Martin Scorsese per The Irishman
Sam Mendes per 1917
Quentin Tarantino per C’era una volta… a Hollywood
Bon Joon Ho per Parasite
Todd Phillips per Joker
Miglior attore protagonista
Joaquin Phoenix per Joker
Adam Driver per Storia di un matrimonio
Leonardo DiCaprio per C’era una volta… a Hollywood
Jonathan Pryce per I due papi
Antonio Banderas per Dolor y Gloria
Miglior attrice protagonista
Scarlett Johansson per Storia di un matrimonio
Saorsie Ronan per Piccole donne
Charlize Theron per Bombshell
Renee Zellweger per Judy
Cynthia Erivo per Harriett
Miglior attore non protagonista
Tom Hanks per Un amico straordinario
Anthony Hopkins per I due papi
Al Pacino per The Irishman
Joe Pesci per The Irishman
Brad Pitt per C’era una volta… a Hollywood
Miglior attrice non protagonista
Laura Dern per Storia di un matrimonio
Scarlett Johansson per Jojo Rabbit
Margot Robbie per Bombshell
Kathy Bates per Richard Jewell
Florence Pugh per Piccole donne
Miglior sceneggiatura originale
C’era una volta… a Hollywood
Storia di un matrimonio
Parasite
Cena con delitto – Knives Out
1917
Miglior sceneggiatura non originale
Jojo Rabbit
Joker
Piccole donne
The Irishman
I due papi
Miglior film di animazione
Dov’è il mio corpo?
Klaus
Dragon Trainer – Il mondo nascosto
Toy Story 4
Missing Link
Migliore film straniero
Les Misérables (Francia)
Honeyland (Macedonia del Nord)
Corpus Christi (Polonia)
Parasite (Corea del Sud)
Dolor y Gloria (Spagna)
Miglior documentario
American Factory
The Cave
The Edge of Democracy
For Sama
Honeyland
Miglior cortometraggio documentario
In the Absence
Learning to Skateboard in a Warzone (Id You’re a Girl)
Life Overtakes Me
St. Louis Superman
Walk Run Cha-Cha
Miglior cortometraggio
Brotherhood
Nefta Football Club
The Neighbor’s Widow
Saria
A Sister
Miglior cortometraggio animato
Dcera
Hair Love
Kitbull
Memorable
Sister
Migliore colonna sonora
Joker
Piccole Donne
Storia di un matrimonio
1917
Star Wars: L’ascesa di Skywalker
Migliore canzone originale
“I’m Standing With You” da Atto di fede
“Into the Unknown” da Frozen II – Il segreto di Arendelle
“Stand Up” da Harriet
“(I’m Gonna) Love Me Again” da Rocketman
“I Can’t Let You Throw Yourself Away” da Toy Story 4
Miglior fotografia
1917
C’era una volta… a Hollywood
Joker
The Irishman
The Lighthouse
Migliori effetti speciali (“visual effects”)
Avengers: Endgame
The Irishman
Il re leone
1917
Star Wars: L’ascesa di Skywalker
Migliori trucco e acconciature
Bombshell
Joker
Judy
Maleficent – Signora del Male
1917
Migliore scenografia
The Irishman
1917
C’era una volta… a Hollywood
Parasite
Jojo Rabbit
Migliori costumi
Joker
Piccole donne
C’era una volta… a Hollywood
The Irishman
Jojo Rabbit
Miglior montaggio
Le Mans 66 – La grande sfida
The Irishman
Parasite
Jojo Rabbit
Joker
Miglior sonoro (“sound editing”)
1917
Le Mans 66 – La grande sfida
Joker
C’era una volta… a Hollywood
Star Wars: L’ascesa di Skywalker
Miglior montaggio sonoro (“sound mixing”)
1917
Le Mans 66 – La grande sfida
Joker
C’era una volta… a Hollywood
Ad Astra
Sarà davvero dura, una sfida molto accesa e combattuta fra le migliori pellicole del 2019, come del resto lo è stata anche l'ultima edizione dei Golden Globes. Sinceramente sono molto più elettrizzato rispetto all'anno scorso, si vede che quest'anno tornano le grandi competizione fra film bellissimi e fra grandi registi e sono davvero curioso di come si comporterà l'Academy. Non c'è un netto predominio di candidature per un film in particolare, ma, come detto, sarà una grande competizione fra un paio di pellicole che sono presenti in quasi tutte le nomination. Sicuramente sto parlando del trittico migliore, a mio parere, del 2019, composto da Joker, The Irishman e C'era una volta...a Hollywood, ma anche del 1917 di Sam Mendes, che dopo il trionfo ai Globes sta scalando i pronostici (oltre ad un netto incremento degli incassi). Si distinguono sicuramente gli altri candidati per miglior film (qui in numero maggiore rispetto ai Globes e senza distinzione fra drama e comedy). Mi dispiace davvero molto per l'esclusione di Robert De Niro dalla gara per il Miglior attore protagonista, mentre trovo davvero curiosa la situazione di Scarlett Johansson, nominata sia per Miglior attrice protagonista che non protagonista.
1917 riporta la bellezza di 10 nomination, mentre Joker è in testa con 11 candidature, l'ultima fatica di Martin Scorsese si attesta anch'essa sulla cifra tonda di 10 nomination, come del resto anche il nono film di Quentin Tarantino, sempre a quota 10.
I miei pronostici:
-Miglior film---->1917
-Miglior regia---->Sam Mendes
-Miglior attore protagonista---->Joaquin Phoenix
-Miglior attore non protagonista----> Brad Pitt
-Miglior attrice protagonista---->Renèe Zellweger
-Miglior attrice non protagonista---->Laura Dern
-Miglior sceneggiatura originale---->C'era una volta a...Hollywood
-Miglior sceneggiatura non originale---->The Irishman
-Miglior film d'animazione---->Toy Story 4
-Miglior film straniero---->Parasite
-Miglior colonna sonora---->Joker
-Miglior fotografia---->Joker
-Miglior effetti speciali---->1917
Questi pronostici non corrispondono a quelli che io premerei (quelli li potete leggere nell'articolo dei Cinemaverso Awards), ma sono piccole "scommesse" tenendo conto di come l'Academy ha valutato certi tipi di film in passato o di come certi film sono stati accolti negli States.
Non ho voluto dire tutto ciò che penso in merito a queste nomination e lascio il resto per la vicina Road to Oscar 2020.
Miglior film
1917
The Irishman
Piccole donne
Jojo Rabbit
Joker
Storia di un matrimonio
C’era una volta… a Hollywood
Parasite
Le Mans 66 – La grande sfida
Miglior regia
Martin Scorsese per The Irishman
Sam Mendes per 1917
Quentin Tarantino per C’era una volta… a Hollywood
Bon Joon Ho per Parasite
Todd Phillips per Joker
Miglior attore protagonista
Joaquin Phoenix per Joker
Adam Driver per Storia di un matrimonio
Leonardo DiCaprio per C’era una volta… a Hollywood
Jonathan Pryce per I due papi
Antonio Banderas per Dolor y Gloria
Miglior attrice protagonista
Scarlett Johansson per Storia di un matrimonio
Saorsie Ronan per Piccole donne
Charlize Theron per Bombshell
Renee Zellweger per Judy
Cynthia Erivo per Harriett
Miglior attore non protagonista
Tom Hanks per Un amico straordinario
Anthony Hopkins per I due papi
Al Pacino per The Irishman
Joe Pesci per The Irishman
Brad Pitt per C’era una volta… a Hollywood
Miglior attrice non protagonista
Laura Dern per Storia di un matrimonio
Scarlett Johansson per Jojo Rabbit
Margot Robbie per Bombshell
Kathy Bates per Richard Jewell
Florence Pugh per Piccole donne
Miglior sceneggiatura originale
C’era una volta… a Hollywood
Storia di un matrimonio
Parasite
Cena con delitto – Knives Out
1917
Miglior sceneggiatura non originale
Jojo Rabbit
Joker
Piccole donne
The Irishman
I due papi
Miglior film di animazione
Dov’è il mio corpo?
Klaus
Dragon Trainer – Il mondo nascosto
Toy Story 4
Missing Link
Migliore film straniero
Les Misérables (Francia)
Honeyland (Macedonia del Nord)
Corpus Christi (Polonia)
Parasite (Corea del Sud)
Dolor y Gloria (Spagna)
Miglior documentario
American Factory
The Cave
The Edge of Democracy
For Sama
Honeyland
Miglior cortometraggio documentario
In the Absence
Learning to Skateboard in a Warzone (Id You’re a Girl)
Life Overtakes Me
St. Louis Superman
Walk Run Cha-Cha
Miglior cortometraggio
Brotherhood
Nefta Football Club
The Neighbor’s Widow
Saria
A Sister
Miglior cortometraggio animato
Dcera
Hair Love
Kitbull
Memorable
Sister
Migliore colonna sonora
Joker
Piccole Donne
Storia di un matrimonio
1917
Star Wars: L’ascesa di Skywalker
Migliore canzone originale
“I’m Standing With You” da Atto di fede
“Into the Unknown” da Frozen II – Il segreto di Arendelle
“Stand Up” da Harriet
“(I’m Gonna) Love Me Again” da Rocketman
“I Can’t Let You Throw Yourself Away” da Toy Story 4
Miglior fotografia
1917
C’era una volta… a Hollywood
Joker
The Irishman
The Lighthouse
Migliori effetti speciali (“visual effects”)
Avengers: Endgame
The Irishman
Il re leone
1917
Star Wars: L’ascesa di Skywalker
Migliori trucco e acconciature
Bombshell
Joker
Judy
Maleficent – Signora del Male
1917
Migliore scenografia
The Irishman
1917
C’era una volta… a Hollywood
Parasite
Jojo Rabbit
Migliori costumi
Joker
Piccole donne
C’era una volta… a Hollywood
The Irishman
Jojo Rabbit
Miglior montaggio
Le Mans 66 – La grande sfida
The Irishman
Parasite
Jojo Rabbit
Joker
Miglior sonoro (“sound editing”)
1917
Le Mans 66 – La grande sfida
Joker
C’era una volta… a Hollywood
Star Wars: L’ascesa di Skywalker
Miglior montaggio sonoro (“sound mixing”)
1917
Le Mans 66 – La grande sfida
Joker
C’era una volta… a Hollywood
Ad Astra
Sarà davvero dura, una sfida molto accesa e combattuta fra le migliori pellicole del 2019, come del resto lo è stata anche l'ultima edizione dei Golden Globes. Sinceramente sono molto più elettrizzato rispetto all'anno scorso, si vede che quest'anno tornano le grandi competizione fra film bellissimi e fra grandi registi e sono davvero curioso di come si comporterà l'Academy. Non c'è un netto predominio di candidature per un film in particolare, ma, come detto, sarà una grande competizione fra un paio di pellicole che sono presenti in quasi tutte le nomination. Sicuramente sto parlando del trittico migliore, a mio parere, del 2019, composto da Joker, The Irishman e C'era una volta...a Hollywood, ma anche del 1917 di Sam Mendes, che dopo il trionfo ai Globes sta scalando i pronostici (oltre ad un netto incremento degli incassi). Si distinguono sicuramente gli altri candidati per miglior film (qui in numero maggiore rispetto ai Globes e senza distinzione fra drama e comedy). Mi dispiace davvero molto per l'esclusione di Robert De Niro dalla gara per il Miglior attore protagonista, mentre trovo davvero curiosa la situazione di Scarlett Johansson, nominata sia per Miglior attrice protagonista che non protagonista.
1917 riporta la bellezza di 10 nomination, mentre Joker è in testa con 11 candidature, l'ultima fatica di Martin Scorsese si attesta anch'essa sulla cifra tonda di 10 nomination, come del resto anche il nono film di Quentin Tarantino, sempre a quota 10.
I miei pronostici:
-Miglior film---->1917
-Miglior regia---->Sam Mendes
-Miglior attore protagonista---->Joaquin Phoenix
-Miglior attore non protagonista----> Brad Pitt
-Miglior attrice protagonista---->Renèe Zellweger
-Miglior attrice non protagonista---->Laura Dern
-Miglior sceneggiatura originale---->C'era una volta a...Hollywood
-Miglior sceneggiatura non originale---->The Irishman
-Miglior film d'animazione---->Toy Story 4
-Miglior film straniero---->Parasite
-Miglior colonna sonora---->Joker
-Miglior fotografia---->Joker
-Miglior effetti speciali---->1917
Questi pronostici non corrispondono a quelli che io premerei (quelli li potete leggere nell'articolo dei Cinemaverso Awards), ma sono piccole "scommesse" tenendo conto di come l'Academy ha valutato certi tipi di film in passato o di come certi film sono stati accolti negli States.
Non ho voluto dire tutto ciò che penso in merito a queste nomination e lascio il resto per la vicina Road to Oscar 2020.
lunedì 6 gennaio 2020
Vincitori Golden Globes 2020
È stata una gran bella nottata, con le prime premiazioni di questo 2020, i Golden Globes. Questa premiazione è fra le prime a tirare le somme della stagione cinematografica appena conclusa e, come ogni anno, serve anche per vedere i più favoriti film e attori per gli Oscar. Di seguito la lista di tutti i vincitori, poi via con i commenti personali.
Miglior Film - Drama: 1917
Miglior Attrice - Drama: Renee Zellweger, Judy
Miglior Attore - Drama: Joaquin Phoenix, Joker
Miglior Film - Musical o Commedia: C'era una volta a... Hollywood
Miglior attrice - Musical o Commedia: Awkwafina, The Farewell
Miglior attore - Musical o Commedia: Taron Egerton, Rocketman
Miglior attore non protagonista: Brad Pitt, C'era una volta a... Hollywood
Miglior colonna sonora: Joker
Miglior Limited Series / TV Movie: Chernobyl
Miglior Performance di un'attrice in Limited Series: Michelle Williams, Fosse/Verdon
Miglior Regista: Sam Mendes, 1917
Miglior Attrice TV Series - Drama: Olivia Colman, The Crown
Miglior Attrice non protagonista in una Limited Series: Patricia Arquette, The Act
Miglior Canzone Originale: I'm Gonna Love Me Again - Rocketman
Miglior Serie Tv - Comedy: Fleabag
Miglior Attrice non protagonista: Laura Dern, Storia di un matrimonio
Miglior Film d'Animazione: Missing Link
Miglior Sceneggiatura: C'era una volta a... Hollywood
Miglior Attore Serie Tv - Drama: Best Actor TV Series - Drama: Brian Cox, Succession
Miglior Film Straniero: Parasite
Miglior Attrice Serie Tv - Comedy: Phoebe Waller-Bridge, Fleabag
Miglior Serie Tv - Drama: Succession
Miglior Attore non protagonista in una Limited Series: Stellan Skarsgard, Chernobyl
Miglior Attore in una Limited Series: Russell Crowe, The Loudest Voice
Miglior Attore Serie Tv - Comedy: Ramy Yousef, Ramy
La cerimonia è stata bella, tutto sommato, con i Globes presentati per la quinta (e sembra ultima) volta da Ricky Gervais, mattatore assoluto che con il discorso iniziale ha preso a pizze in faccia tutta Hollywood e non solo, non risparmiando niente e nessuno. Il red carpet ha visto una carrellata di celebrità, ovviamente molti volti noti, anche perché quest'anno abbiamo assistito al ritorno in scena di alcuni pesi massimi di Hollywood, con una concentrazione spaventosa di mostri sacri, basti pensare che quest'anno sotto il tetto del Beverly Hilton Hotel c'erano Martin Scorsese, Robert De Niro, Al Pacino, Quentin Tarantino, Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Daniel Craig, Chris Evans, Scarlett Johansson, Joaquin Phoenix, Sam Mendes, Taron Egerton, Tom Hanks e tanti, tantissimi altri, c'era anche Elton John.
Ma veniamo a noi e ai vincitori, non c'è stato un trionfatore indiscusso, ma ci sono un paio di film che si sono portati a casa un po' di statuette. Uno dei maggiori vincitori è stato sicuramente 1917, il film bellico di Sam Mendes in uscita tra pochi giorni in Italia. Mendes conquista il premio per la miglior regia, a sorpresa, strappandolo a Martin Scorsese, il favorito, ma anche a Quentin Tarantino e persino a Todd Philips, che con il suo Joker ci sperava veramente di vincere. Non solo, 1917 conquista anche il premio più prestigioso, come miglior film drammatico. Sinceramente sono rimasto abbastanza stizzito, il film ovviamente non l'ho visto, ma a questo punto, tenendo conto che ha superato The Irishman e Joker, deve essere come minimo spettacolare. Insomma, queste scelte della giuria non tanto le ho capite, anche perché non avevo i mezzi per farlo.
L'altro grande trionfatore di quest'anno è indubbiamente C'era una volta a...Hollywood, il nono film di Quentin Tarantino, su cui ho veramente detto di tutto e di più. Tarantino la spunta ancora una volta per il premio della miglior sceneggiatura (che ha già vinto tre volte), ma non si ferma qui e conquista anche il premio come miglior film commedia o musicale, meritatissimo ovviamente. Tarantino si ferma, ma il film ha avuto un altro premio, con la statuetta del miglior attore non protagonista data a Brad Pitt. Non era scontato, data l'enorme presenza di Al Pacino, ma Brad sembra proprio aver conquistato la giuria con il suo fantastico Cliff Booth, vincendo il suo secondo Globe dopo quello vinto per L'esercito delle 12 scimmie, la bellezza di 25 anni fa. Davvero molto bello il suo discorso, probabilmente il mio preferito dell'intera serata, nel quale ringrazia anche gli altri contendenti, mostri sacri del cinema che per lui erano considerati alla stregua di divinità, poi ha ringraziato suo "fratello" Quentin e il suo "partner in crime" Leonardo DiCaprio. In ogni caso, devo ammettere che di tutte le premiazioni, solo per queste tre ho esultato come un idiota.
C'è stata anche una gran bella celebrazione per Tom Hanks, premiato alla carriera, con una carrellata di tutta la sua filmografia, e che ha fatto anche lui un bel discorso. Per quanto riguarda il settore serie tv, posso dire veramente poco, non ho visto Fleabag, ma ne parlano tutti bene, come del resto anche Chernobyl, che ha conquistato due grossi premi. Da citare anche Russell Crowe, premiato per The Loudest Voice, illustro assente a causa degli incendi in Australia. E proprio la situazione australiana e il panorama politico di questi giorni sono stati al centri di molti dei discorsi degli attori, tra gli altri si è distinto Sacha Baron Cohen, che ha dato ironicamente del nazista a Marck Zuchenberg. Per quanto riguarda le attrici, vince ancora Olivia Colman, sempre per aver interpretato la regina, ma questa volta non si tratta della Favorita, ma di The Crown. Facevo il tifo per Scarlett Johansson, ma a spuntarla è stata Renée Zellweger, per Judy, che da noi deve ancora uscire.
L'altro grosso calibro di questa stagione, Joker, porta a casa due statuette, una per la colonna sonora e l'altra, ovviamente, per il miglior attore protagonista in un film drammatico, il grande Joaquin Phoenix. L'interprete di Arthur Fleck ha fatto un gran bel discorso, che tocca temi importanti, anche politici, ma che poi finisce persino per bacchettare Hollywood. Premio meritatissimo, ovviamente. Taron Egerton la spunta su Leonardo DiCaprio, conquistando con il suo Elton John, in Rocketman, il premio come miglior attore protagonista in un film commedia o musicale. Non ho avuto la fortuna di vedere Rocketman, ma non ne ho neanche tanta voglia, sinceramente, ora sono solo curioso di vedere quale star della musica porteranno sul grande schermo l'anno prossimo. L'anno scorso avevamo Freddie Mercury, quest'anno Elton John, ora a chi toccherà, Michael Jackson? Prince? Bah.
E ora veniamo alla parte più spinosa dell'articolo. Quest'anno era, senza dubbio, l'anno di Netflix, il colosso streaming che ha puntato molto sulle proprie produzioni originali, soprattutto The Irishman, Storia di un matrimonio e I due papi, facendo incetta di nomination. Ebbene, si porta a casa solo la vittoria di Laura Dern come miglior attrice non protagonista, per Storia di un matrimonio. Solo quello. Il meraviglioso film di Noah Baumbach è stato quasi del tutto ignorato, lo posso capire, la sfida era davvero ardua vedendo la concorrenza, e comunque una statuetta se la porta a casa. I due papi aveva poche possibilità, ammettiamolo, ma The Irishman di Martin Scorsese, dai. Non ha vinto niente. Niente. Neanche una statuetta. Alla premiazione c'era un tavolo con Scorsese, De Niro e Al Pacino ed è rimasto senza una statuetta fino alla fine. Vi giuro che questo non lo capirò mai. Mai. La sfida era davvero dura, è vero, ma se proprio non volevano dargli il premio di miglior film, dovevano almeno dare il premio alla miglior regia, perché Scorsese se lo merita tutto, quel premio. Persino Mendes ha ammesso che qualunque regista presente in quella stanza viveva sotto l'ombra di Martin Scorsese. Non voglio entrare in polemiche inutili, non so se è una ripicca della giuria contro Netflix, dato che gli attriti ci sono sempre stati in casi del genere, ma di sicuro, per me, questa completa trascuratezza per uno dei migliori film del 2019, è una grossa offesa a tutto il cinema, a tutta la settima arte. Negli anni mi sono quasi sempre ritrovato più nelle scelte dei Golden Globes che degli Oscar, ma questa volta spero che l'Academy possa rendere giustizia ad un pezzo mastodontico del cinema americano.
E niente, finisce qui, ormai le danze sono aperte e fra una settimana avremo le nomination agli Oscar 2020 e anche lì, statene certi, ne vedremo delle belle.
Miglior Film - Drama: 1917
Miglior Attrice - Drama: Renee Zellweger, Judy
Miglior Attore - Drama: Joaquin Phoenix, Joker
Miglior Film - Musical o Commedia: C'era una volta a... Hollywood
Miglior attrice - Musical o Commedia: Awkwafina, The Farewell
Miglior attore - Musical o Commedia: Taron Egerton, Rocketman
Miglior attore non protagonista: Brad Pitt, C'era una volta a... Hollywood
Miglior colonna sonora: Joker
Miglior Limited Series / TV Movie: Chernobyl
Miglior Performance di un'attrice in Limited Series: Michelle Williams, Fosse/Verdon
Miglior Regista: Sam Mendes, 1917
Miglior Attrice TV Series - Drama: Olivia Colman, The Crown
Miglior Attrice non protagonista in una Limited Series: Patricia Arquette, The Act
Miglior Canzone Originale: I'm Gonna Love Me Again - Rocketman
Miglior Serie Tv - Comedy: Fleabag
Miglior Attrice non protagonista: Laura Dern, Storia di un matrimonio
Miglior Film d'Animazione: Missing Link
Miglior Sceneggiatura: C'era una volta a... Hollywood
Miglior Attore Serie Tv - Drama: Best Actor TV Series - Drama: Brian Cox, Succession
Miglior Film Straniero: Parasite
Miglior Attrice Serie Tv - Comedy: Phoebe Waller-Bridge, Fleabag
Miglior Serie Tv - Drama: Succession
Miglior Attore non protagonista in una Limited Series: Stellan Skarsgard, Chernobyl
Miglior Attore in una Limited Series: Russell Crowe, The Loudest Voice
Miglior Attore Serie Tv - Comedy: Ramy Yousef, Ramy
La cerimonia è stata bella, tutto sommato, con i Globes presentati per la quinta (e sembra ultima) volta da Ricky Gervais, mattatore assoluto che con il discorso iniziale ha preso a pizze in faccia tutta Hollywood e non solo, non risparmiando niente e nessuno. Il red carpet ha visto una carrellata di celebrità, ovviamente molti volti noti, anche perché quest'anno abbiamo assistito al ritorno in scena di alcuni pesi massimi di Hollywood, con una concentrazione spaventosa di mostri sacri, basti pensare che quest'anno sotto il tetto del Beverly Hilton Hotel c'erano Martin Scorsese, Robert De Niro, Al Pacino, Quentin Tarantino, Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Daniel Craig, Chris Evans, Scarlett Johansson, Joaquin Phoenix, Sam Mendes, Taron Egerton, Tom Hanks e tanti, tantissimi altri, c'era anche Elton John.
L'altro grande trionfatore di quest'anno è indubbiamente C'era una volta a...Hollywood, il nono film di Quentin Tarantino, su cui ho veramente detto di tutto e di più. Tarantino la spunta ancora una volta per il premio della miglior sceneggiatura (che ha già vinto tre volte), ma non si ferma qui e conquista anche il premio come miglior film commedia o musicale, meritatissimo ovviamente. Tarantino si ferma, ma il film ha avuto un altro premio, con la statuetta del miglior attore non protagonista data a Brad Pitt. Non era scontato, data l'enorme presenza di Al Pacino, ma Brad sembra proprio aver conquistato la giuria con il suo fantastico Cliff Booth, vincendo il suo secondo Globe dopo quello vinto per L'esercito delle 12 scimmie, la bellezza di 25 anni fa. Davvero molto bello il suo discorso, probabilmente il mio preferito dell'intera serata, nel quale ringrazia anche gli altri contendenti, mostri sacri del cinema che per lui erano considerati alla stregua di divinità, poi ha ringraziato suo "fratello" Quentin e il suo "partner in crime" Leonardo DiCaprio. In ogni caso, devo ammettere che di tutte le premiazioni, solo per queste tre ho esultato come un idiota.
C'è stata anche una gran bella celebrazione per Tom Hanks, premiato alla carriera, con una carrellata di tutta la sua filmografia, e che ha fatto anche lui un bel discorso. Per quanto riguarda il settore serie tv, posso dire veramente poco, non ho visto Fleabag, ma ne parlano tutti bene, come del resto anche Chernobyl, che ha conquistato due grossi premi. Da citare anche Russell Crowe, premiato per The Loudest Voice, illustro assente a causa degli incendi in Australia. E proprio la situazione australiana e il panorama politico di questi giorni sono stati al centri di molti dei discorsi degli attori, tra gli altri si è distinto Sacha Baron Cohen, che ha dato ironicamente del nazista a Marck Zuchenberg. Per quanto riguarda le attrici, vince ancora Olivia Colman, sempre per aver interpretato la regina, ma questa volta non si tratta della Favorita, ma di The Crown. Facevo il tifo per Scarlett Johansson, ma a spuntarla è stata Renée Zellweger, per Judy, che da noi deve ancora uscire.
L'altro grosso calibro di questa stagione, Joker, porta a casa due statuette, una per la colonna sonora e l'altra, ovviamente, per il miglior attore protagonista in un film drammatico, il grande Joaquin Phoenix. L'interprete di Arthur Fleck ha fatto un gran bel discorso, che tocca temi importanti, anche politici, ma che poi finisce persino per bacchettare Hollywood. Premio meritatissimo, ovviamente. Taron Egerton la spunta su Leonardo DiCaprio, conquistando con il suo Elton John, in Rocketman, il premio come miglior attore protagonista in un film commedia o musicale. Non ho avuto la fortuna di vedere Rocketman, ma non ne ho neanche tanta voglia, sinceramente, ora sono solo curioso di vedere quale star della musica porteranno sul grande schermo l'anno prossimo. L'anno scorso avevamo Freddie Mercury, quest'anno Elton John, ora a chi toccherà, Michael Jackson? Prince? Bah.
E ora veniamo alla parte più spinosa dell'articolo. Quest'anno era, senza dubbio, l'anno di Netflix, il colosso streaming che ha puntato molto sulle proprie produzioni originali, soprattutto The Irishman, Storia di un matrimonio e I due papi, facendo incetta di nomination. Ebbene, si porta a casa solo la vittoria di Laura Dern come miglior attrice non protagonista, per Storia di un matrimonio. Solo quello. Il meraviglioso film di Noah Baumbach è stato quasi del tutto ignorato, lo posso capire, la sfida era davvero ardua vedendo la concorrenza, e comunque una statuetta se la porta a casa. I due papi aveva poche possibilità, ammettiamolo, ma The Irishman di Martin Scorsese, dai. Non ha vinto niente. Niente. Neanche una statuetta. Alla premiazione c'era un tavolo con Scorsese, De Niro e Al Pacino ed è rimasto senza una statuetta fino alla fine. Vi giuro che questo non lo capirò mai. Mai. La sfida era davvero dura, è vero, ma se proprio non volevano dargli il premio di miglior film, dovevano almeno dare il premio alla miglior regia, perché Scorsese se lo merita tutto, quel premio. Persino Mendes ha ammesso che qualunque regista presente in quella stanza viveva sotto l'ombra di Martin Scorsese. Non voglio entrare in polemiche inutili, non so se è una ripicca della giuria contro Netflix, dato che gli attriti ci sono sempre stati in casi del genere, ma di sicuro, per me, questa completa trascuratezza per uno dei migliori film del 2019, è una grossa offesa a tutto il cinema, a tutta la settima arte. Negli anni mi sono quasi sempre ritrovato più nelle scelte dei Golden Globes che degli Oscar, ma questa volta spero che l'Academy possa rendere giustizia ad un pezzo mastodontico del cinema americano.
E niente, finisce qui, ormai le danze sono aperte e fra una settimana avremo le nomination agli Oscar 2020 e anche lì, statene certi, ne vedremo delle belle.
martedì 31 dicembre 2019
Cinemaverso Awards 2019
Ultimo giorno dell'anno, ultimo giorno di questo 2019, fra pochi giorni ricorrerà anche il primo "anniversario" del blog, ma per oggi ci concentriamo sull'anno cinematografico che ci lasciamo alle spalle, che tra l'altro chiude anche il decennio. Come? Con la prima edizione dei Cinemaverso Awards, i "prestigiosissimi" premi dati da una critica specializzata e fortemente elitaria (infatti è composta da una sola persona, il sottoscritto). A parte gli scherzi, mi è sempre piaciuta l'idea di fare un bilancio dell'anno trascorso, "premiando" attori, autori e film che hanno scandito questo 2019. Un gioco, giusto per concludere in bellezza l'anno.
Il 2019 è stato un anno parecchio importante per il cinema, ma anche per le serie tv. Si potrebbe definirlo un anno di crocevia, ed è davvero curioso che coincida anche con la fine del decennio. Questo 2019 non è solo l'anno in cui fu ambientato il primo indimenticabile Blade Runner (anche se non abbiamo ancora le macchine volanti e i replicanti), ma abbiamo avuto una serie di film e importanti serie tv che per la loro importanza e valenza storica hanno dato la sensazione di essere giunti alla fine di qualcosa.
Abbiamo avuto il ritorno di Quentin Tarantino, con il suo nono e penultimo film, C'era una volta a...Hollywood, ma abbiamo avuto anche il ritorno di un'altra vecchia leggenda, Martin Scorsese, con un film targato Netflix che sono sicuro farà storia, The Irishman. E a Scorsese e al suo stile si rifà la grande sorpresa e rivelazione di questo 2019, ovviamente sto parlando del Joker di Todd Philips, un cinecomic d'autore che ha unito qualità autoriale alle trasposizioni fumettistiche che stanno imperversando in questi anni. Ma per quanto riguarda i cinecomics, questo 2019 sarà ricordato soprattutto per Avengers Endgame, l'ultimo film della saga Marvel che ha tirato le fila di 11 anni di storie, 11 anni che hanno visto il grande affresco Marvel conquistare incontrastato il botteghino mondiale, con il suo apice proprio in Endgame, che, infine, è riuscito nell'impresa titanica di battere Avatar e divenire il film con il maggiore incasso della storia del cinema. Un'altra grande conclusione, ma questa volta televisiva, l'abbiamo avuta con la controversa, criticata, odiata e amata ottava stagione di Game of Thrones, che ha messo la parola fine alla serie TV di maggiore successo di sempre.
Rimanendo nel mondo del piccolo schermo, ho notato, in questo 2019, l'esordio di importanti serie quali Chernobyl, Watchmen e The Boys, giusto per citarne tre, ma anche una netta ripresa di Netflix, che verso la fine dell'anno ha sfornato The Witcher. Il colosso dello streaming si sta preparando alla guerra, in particolare con Disney+, e così abbiamo avuto anche importanti produzioni originali come il già citato The Irishman, ma anche Storia di un matrimonio e I due papi, oltre anche all'esplosivo 6 Underground. Ma anche rimanendo in patria, questo 2019 ha contato molto per il cinema italiano. A gennaio abbiamo avuto il coraggioso e colossale Il Primo Re, mentre sono stati celebrati anche La paranza dei bambini e Martin Eden, per non parlare de Il Traditore, acclamato a Cannes e in tutto il mondo. Ha chiuso in bellezza il 2019 italiano un'altra coraggiosa pellicola, il Pinocchio di Matteo Garrone. Insomma, dopo aver fatto un bilancio sommario di quest'anno, veniamo a noi e alle categorie che ho scelto di presentarvi.
MIGLIOR SERIE TV
Ebbene sì, Game of Thrones. Quest'anno ne sono uscite di belle serie, alcune le ho citate poco sopra, e ce ne sono altre ancora, fra quelle che sono riuscito a vedere e altre che non ho avuto ancora modo di recuperare, ma dato che questa è una classifica totalmente personale, non potevo che premiare l'ottava stagione della più grande serie tv di tutti i tempi.
Odiata, criticata fino allo sfinimento, disprezzata dalla stragrande maggioranza dei fan e degli spettatori, eppure, per me, miglior serie dell'anno. Del sentimento comune e dell'opinione collettiva frega davvero poco, io esprimo il mio parere e giudico in base ai miei criteri, di certo non mi adeguo all'opinione generale, altrimenti ora dovrei stare a scrivere della terza stagione della Casa di Carta.
L'ultimo capitolo della serie è stato controverso, lo ammetto, ma anche risolutore, ambiguo come era la serie agli inizi, perfidamente bastardo e anticlimatico. E anche se la storia è stata condannata, cosa che comunque io non condivido per nulla, la regia, la fotografia, lo stile e le performance degli attori rimangono sempre qualche spanna sopra la stragrande maggioranza delle altre serie tv. E poi, GoT ha fatto la storia e con la sua conclusione ha lasciato un vuoto enorme nell'intrattenimento, e per quanto sia stata criticata stanno già fiocchettando i suoi emuli, come The Witcher, la prossima serie de Il Signore degli Anelli e gli stessi spin-off di GoT. In ogni caso, quest'ultima stagione, nel bene e nel male, verrà ricordato per molto, molto tempo.
MIGLIOR COLONNA SONORA
Mi piacciono molto le colonne sonore dei film, con gli anni sono diventato un vero fan dei compositori più bravi e famosi, fra tutti Hans Zimmer, Ennio Morricone e, ovviamente, John Williams. Quest'anno c'era anche la meravigliosa colonna sonora di Avengers Endgame, di Alan Silvestri, che forse non molti apprezzano, mentre a parecchi, compreso il sottoscritto, è piaciuta la soundtrack di Joker, di Hildur Gudnadottir, solenne, tragica e potente. Ma, per me, la vera sfida era fra due contendenti quest'anno, Il Re Leone e Star Wars IX, rispettivamente di Zimmer e Williams. A vincere è stato proprio quest'ultimo, che con l'ultimo capitolo della saga stellare mi ha fatto nuovamente emozionare con i suoi temi più famosi, riarrangiati e anche qualcosa di nuovo. La colonna sonora, in Star Wars, è importante quanto la narrazione, oltre ad essere famosa quanto, se non più, della stessa saga.
MIGLIOR BLOCKBUSTER
Il 2019, come quasi tutti gli anni ormai, è pieno zeppo di blockbuster, ma dovendo sceglierne uno, non c'era proprio sfida, non c'era nessuna competizione. Su Endgame ho scritto molto e dalla sua uscita credo di averlo già rivisto altre tre o quattro volte. L'ultimo capitolo di una saga "totale", che collega e unisce decine di film, sapientemente orchestrata da decine di autori diversi, una lunga storia iniziata 11 anni fa, con Iron Man. Un affresco con cui sono cresciuto, praticamente, anno dopo anno, e che sembra proprio non finire per almeno un altro decennio, ma Endgame è la fine di un viaggio, niente sarà più come prima. Emozionante, travolgente, esplosivo, divertente e sì, anche commovente. Infine, con la conquista del miglior incasso della storia del cinema, è entrato di diritto nella storia dell'immaginario comune, e vi posso garantire che, al contrario di quasi tutte le pellicole presenti in questa lista, Endgame sarà ricordato per sempre.
MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
In ogni caso è giunto il momento di parlare di un altro tipo di cinema, a cominciare dai premi delle sceneggiature. La sceneggiatura non originale è quel tipo di sceneggiatura che è basata su un'altra opera, praticamente una trasposizione, che quindi può essere basata su un romanzo, un fumetto, un videogioco, ecc. Quest'anno si sono distinti pochi film basati su altre opere, da citare I due papi, che si ispira ad uno spettacolo teatrale, oppure Joker, che è ovviamente basato sul personaggio Dc Comics, ma anche in questo caso, per me, c'era pochissima competizione. The Irishman è basato su un saggio di Charles Brandt, che trattava la vita del sicario Frank Sheeran, una storia che si posizionava in anni cruciali della storia americana, una storia di gangster, che non poteva che non essere adattata da Martin Scorsese.
Scorsese ritorna così alla gangster story, dopo la sua trilogia della mafia, e lo fa portando in scena quella che è, a tutti gli effetti, l'ultima grande gangster story possibile, con un trio di vecchi leoni che ritornano così a ruggire. Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci, insieme, sotto la regia di Martin Scorsese, capite bene, che è un evento più unico che raro e che probabilmente non accadrà mai più.
The Irishman va a citare tutte le grandi pellicole del genere dello stesso Scorsese, principalmente Quei bravi ragazzi, ma anche Mean Streets e Casinò, si sviluppa quasi in modo parallelo ad esse, con in aggiunta una componente storica inedita, che va a contestualizzare il tutto fra le decadi statunitensi. Ma la parte migliora è quella finale, quando Scorsese, lasciato totalmente libero di fare tutto da Netflix, va oltre là gangster story e ci porta fino ai giorni nostri, mostrandoci la senilità di Frank, l'inevitabile decadenza di un mondo, quello dei gangster, giunto alla fine. The Irishman non è solo il crepuscolo della gangster story, ma è proprio la sua pietra tombale, l'ultimo capolavoro di un genere che tanto ha dato al cinema.
MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE
La sceneggiatura originale, invece, come è facilmente intuibile è quella sceneggiatura che è totalmente farina del sacco dell'autore, quindi può trattarsi di una storia completamente originale, ma la dicitura vale anche per le sceneggiature basate su eventi realmente accaduti, quindi anche sui biopic ecc. Anche in questo caso non c'era molta competizione, quella della sceneggiatura originale è una categoria da sempre molto cara a Quentin Tarantino, che ha concorso in essa per quasi tutti i suoi film, vincendo molte volte. C'era una volta a...Hollywood non sarà il suo miglior intreccio, ma rimane comunque una grande storia, divertente, grottesca, esagerata, piena di citazioni e omaggi al cinema che fu.
MIGLIOR REGIA
Devo essere sincero, per quanto ci fossero anche Todd Philips (e il suo grande salto di qualità con Joker) e Noah Baumbach, la sfida per la miglior regia era fra i due titani di quest'anno, Quentin Tarantino e Martin Scorsese. Li avrei voluti premiare entrambi, ma non mi piacciono gli ex aequo, così ho dovuto scegliere. E ho scelto lui, Quentin da Knoxville, la cui regia rimane frizzante, dinamica e sempre molto caratteristica. Tarantino, come sa chi ha letto la mia recensione, con questo film entra in una nuova fase stilistica, ma la sua regia, i suoi marchi da fabbrica, rimangono sempre gli stessi, e rimangono sempre una garanzia.
MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
Davvero molto curiosa la situazione che si è venuta a creare per i premi delle attrici, quest'anno. Forse sarà una mia impressione, ma non ci sono state grandi performance, in questo 2019, al contrario degli anni passati. Anzi, paradossalmente è stata più combattuta per l'attrice non protagonista che per la protagonista. Va allo sbaraglio Jennifer Lopez, con Le ragazze di Wall Street, ma da citare indubbiamente anche Laura Dern per la sua interessante performance in Storia di un matrimonio, ma la grande sorpresa, per me, è sicuramente Ana de Armas, in Knives Out-Cena con delitto. La de Armas sta diventando, anno dopo anno, una delle attrici più prolifiche è più richieste del settore, la vedremo nei panni di Marilyn Monroe nel biopic a lei dedicato, ma sarà interessante vederla anche nel prossimo film di James Bond, intanto, però, ho apprezzato moltissimo la sua parte nel giallo di Rian Johnson. È la sorpresa del film, nonché la vera protagonista, capace di darci un personaggio che rispecchia, a tutti gli effetti, il punto di vista della vicenda da parte degli spettatori.
MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA
Come dicevo, non c'era molta competizione per la miglior attrice protagonista, la favorita in quasi tutte le prossime celebrazioni è proprio colei che io ho scelto, Scarlett Johansson. Se Ana de Armas si sta rivelando piano piano una delle attrici più prolifiche, Scarlett lo è già da anni, e ha dimostrato abbondantemente di poter prendere parte a qualsiasi tipo di film. Sotto la scrittura e la regia di Noah Baumbach, l'abbiamo trovata in Storia di un matrimonio, al fianco di Adam Driver, come coprotagonista. La bravura dell'attrice è esplosa portando sullo schermo un personaggio fortemente tridimensionale, sfaccettato e per niente banale, in modo uguale e speculare al protagonista maschile. Due fini ritratti psicologici che, dividendosi, si completano a vicenda.
MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Per quanto riguarda gli attori, di entrambe le categorie, la scelta è stata davvero dura, quasi amara. Quest'anno abbiamo avuto davvero grandi performance attoriale, sia di non protagonisti che di protagonisti, ma come vedrete più giù, la scelta più difficile è stata quella dell'attore non protagonista. Nomi di tutto rispetto, giganti del cinema, per quanto mi riguarda concorrevano Brad Pitt, Al Pacino, Joe Pesci e Anthony Hopkins. Volendo scartarne due, a malincuore, rimanevano a contendersi il "premio", Pitt e Pacino, e lì non è stato per niente facile. Al Pacino è sempre un mostro sacro, negli ultimi anni si era un po' perso, certo, ma con Scorsese è tornato a ruggire. Anche in questo caso avrei tanto voluto premiare entrambi, ma dovevo scegliere. E ho scelto.
Brad, ancora una volta sotto la regia di Tarantino (dopo Bastardi senza gloria), ha saputo raggiungere quella maturità che cercava da tempo, non è più il sex symbol dei tempi andati e ormai veleggia sulla sessantina d'anni, ma con il suo personaggio, Cliff Booth, per me, ci ha dato un nuovo personaggio iconico del cinema, merce rara, ormai, in tempi come questi, in cui nessuno vuole più fare qualcosa di nuovo e si poggiano tutti sulle saghe del passato, sulla nostalgia. Anche Tarantino ha permeato di nostalgia il suo nono film, ma lo ha fatto dandoci comunque una nuova coppia di personaggi, Rick Dalton e Cliff Booth, che anche se provenienti dal 1969, ha dimostrato a tutti che è ancora possibile creare nuovi personaggi iconici, con il giusto autore e il giusto attore dietro. Tarantino e Brad Pitt ci hanno dato così Cliff, l'ultimo vero cowboy.
MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
E beh, doveva arrivare anche il turno del miglior attore protagonista. Per moltissimi era scontato, molto scontato, per moltissimi non c'era proprio gara, ma per me sì. Quest'anno abbiamo avuto contendenti di un certo peso, a partire da Leonardo DiCaprio, ma non bisogna assolutamente scordare il grande ritorno di Robert De Niro, in The Irishman, che ha dimostrato a tutti quanto ancora vale la sua grandezza. E a me piacerebbe citare anche Adam Driver, per Storia di un matrimonio, che è stato praticamente perfetto, il suo unico peccato è stato concorrere quest'anno con tutti questi altri mostri sacri.
Ma veniamo a lui, il vincitore, perché sì, per me non era scontato, ma non potevo che sceglierlo. Non saprei che altro aggiungere a tutto ciò che è stato detto su Joaquin Phoenix e il suo Joker, e quando dico il suo Joker è perché suo è l'intero film. Ogni singola cosa. Ogni singolo minuto. La scelta non è stata facile, come ho detto, ma pensandoci, gli altri grandi attori candidati hanno sfornato una performance al meglio che potevano, perché sono stati tutti davvero molto bravi, e per quanto bravi e straordinari, il loro straordinario rimane ordinario, se paragonato al lavoro di Phoenix. Si potrebbe benissimo dire che Phoenix abbia "barato", ma perché il barare di Phoenix è la sua dannatissima bravura.
MIGLIOR FILM ITALIANO
Ho voluto dedicare una categoria solo e unicamente al cinema italiano, per dargli maggior spazio possibile e anche per parlarne un po'. È da tempo che vorrei scrivere di come il cinema italiano si stia riprendendo, di come molti autori talentuosi lo stiano rivoluzionando piano piano, a volte questi esperimenti funzionano, altre voluto non hanno l'appoggio del grande pubblico, ed è davvero un gran peccato. Comunque non è questo il momento migliore per parlarne, ma ci tengo a ribadire che il cinema italiano è il nostro cinema, che al contrario di quanto pensino molti, non è più il cinema pieno di commedie indecenti e film di serie b come lo era, effettivamente, fino a qualche anno fa, ma che ora, ogni anno, escono film di un certo livello, sia del cinema d'autore che di quello "popolare" (anche se è triste pensare che un tempo questa distinzione non esisteva). Abbiamo parlato, in apertura, de Il Primo Re, audace, colossale, sperimentale per certi versi o comunque inedito per il panorama cinematografico italiano. Abbiamo avuto film celebrati e premiati in tutto il mondo e giusto per concludere in bellezza, questo mese è uscito il Pinocchio di Garrone. Ma il miglior film italiano di quest'anno, per me, è senz'altro Il Traditore, di Marco Bellocchio.
Bellocchio si poggia fortemente sulle spalle di un attore protagonista che difficilmente fallisce, Pierfrancesco Favino, uno dei migliori sulla piazza, per raccontare una storia, quella di Tommaso Buscetta, il pentito che ha dato l'avvio al maxi processo che ha demolito quasi del tutto Cosa Nostra, una storia che ci riguarda tutti, una pezzo di storia d'Italia non così lontano, ma che rimane importantissimo. Il Traditore è un film che tutti dovrebbero vedere, o meglio, è un film che tutti gli italiani dovrebbero vedere, tutti noi, per non scordare mai ciò che è successo, per non scordare la nostra storia.
MIGLIOR FILM
Veniamo a noi, e alla fine di questa lunga carrellata di "premi". Il miglior film, il premio assoluto, il migliore in assoluto di tutto quest'anno. La sfida era fra le stesse pellicole che hanno concorso per miglior attore protagonista, ma questa volta andavano valutate nella loro interezza. Giusto per ripeterle ancora una volta, concorrevano: C'era una volta a...Hollywood, The Irishman, Joker e Storia di un matrimonio.
A spuntarla è stata la pellicola, ultra celebrata fino allo sfinimento, del villain di Batman, quel Joker che si è rivelato un tornado in questo 2019, che è, per me, di diritto il miglior film di quest'anno.
Anche in questo caso non credete che sia stato facile, o scontato, perché nella sua interezza Joker non è un film perfetto, infatti ben due film che concorrevano hanno una sceneggiatura nettamente superiore a quella del film di Todd Philips. Ci tengo a dirlo perché si sappia che Joker è effettivamente il miglior film dell'anno, ma non credete che possa stravincere contro gli altri, infatti sono molto curioso di come si comporterà l'Academy. In ogni caso, Joker ha vinto.
Finisce qui, ringrazio tutti i miei lettori e i follower su Instagram, buon fine anno e fine decennio, vedremo se questo 2020 ci regalerà tanti bei film come questo 2019.
Il 2019 è stato un anno parecchio importante per il cinema, ma anche per le serie tv. Si potrebbe definirlo un anno di crocevia, ed è davvero curioso che coincida anche con la fine del decennio. Questo 2019 non è solo l'anno in cui fu ambientato il primo indimenticabile Blade Runner (anche se non abbiamo ancora le macchine volanti e i replicanti), ma abbiamo avuto una serie di film e importanti serie tv che per la loro importanza e valenza storica hanno dato la sensazione di essere giunti alla fine di qualcosa.
Abbiamo avuto il ritorno di Quentin Tarantino, con il suo nono e penultimo film, C'era una volta a...Hollywood, ma abbiamo avuto anche il ritorno di un'altra vecchia leggenda, Martin Scorsese, con un film targato Netflix che sono sicuro farà storia, The Irishman. E a Scorsese e al suo stile si rifà la grande sorpresa e rivelazione di questo 2019, ovviamente sto parlando del Joker di Todd Philips, un cinecomic d'autore che ha unito qualità autoriale alle trasposizioni fumettistiche che stanno imperversando in questi anni. Ma per quanto riguarda i cinecomics, questo 2019 sarà ricordato soprattutto per Avengers Endgame, l'ultimo film della saga Marvel che ha tirato le fila di 11 anni di storie, 11 anni che hanno visto il grande affresco Marvel conquistare incontrastato il botteghino mondiale, con il suo apice proprio in Endgame, che, infine, è riuscito nell'impresa titanica di battere Avatar e divenire il film con il maggiore incasso della storia del cinema. Un'altra grande conclusione, ma questa volta televisiva, l'abbiamo avuta con la controversa, criticata, odiata e amata ottava stagione di Game of Thrones, che ha messo la parola fine alla serie TV di maggiore successo di sempre.
Rimanendo nel mondo del piccolo schermo, ho notato, in questo 2019, l'esordio di importanti serie quali Chernobyl, Watchmen e The Boys, giusto per citarne tre, ma anche una netta ripresa di Netflix, che verso la fine dell'anno ha sfornato The Witcher. Il colosso dello streaming si sta preparando alla guerra, in particolare con Disney+, e così abbiamo avuto anche importanti produzioni originali come il già citato The Irishman, ma anche Storia di un matrimonio e I due papi, oltre anche all'esplosivo 6 Underground. Ma anche rimanendo in patria, questo 2019 ha contato molto per il cinema italiano. A gennaio abbiamo avuto il coraggioso e colossale Il Primo Re, mentre sono stati celebrati anche La paranza dei bambini e Martin Eden, per non parlare de Il Traditore, acclamato a Cannes e in tutto il mondo. Ha chiuso in bellezza il 2019 italiano un'altra coraggiosa pellicola, il Pinocchio di Matteo Garrone. Insomma, dopo aver fatto un bilancio sommario di quest'anno, veniamo a noi e alle categorie che ho scelto di presentarvi.
MIGLIOR SERIE TV
Ebbene sì, Game of Thrones. Quest'anno ne sono uscite di belle serie, alcune le ho citate poco sopra, e ce ne sono altre ancora, fra quelle che sono riuscito a vedere e altre che non ho avuto ancora modo di recuperare, ma dato che questa è una classifica totalmente personale, non potevo che premiare l'ottava stagione della più grande serie tv di tutti i tempi.
Odiata, criticata fino allo sfinimento, disprezzata dalla stragrande maggioranza dei fan e degli spettatori, eppure, per me, miglior serie dell'anno. Del sentimento comune e dell'opinione collettiva frega davvero poco, io esprimo il mio parere e giudico in base ai miei criteri, di certo non mi adeguo all'opinione generale, altrimenti ora dovrei stare a scrivere della terza stagione della Casa di Carta.
L'ultimo capitolo della serie è stato controverso, lo ammetto, ma anche risolutore, ambiguo come era la serie agli inizi, perfidamente bastardo e anticlimatico. E anche se la storia è stata condannata, cosa che comunque io non condivido per nulla, la regia, la fotografia, lo stile e le performance degli attori rimangono sempre qualche spanna sopra la stragrande maggioranza delle altre serie tv. E poi, GoT ha fatto la storia e con la sua conclusione ha lasciato un vuoto enorme nell'intrattenimento, e per quanto sia stata criticata stanno già fiocchettando i suoi emuli, come The Witcher, la prossima serie de Il Signore degli Anelli e gli stessi spin-off di GoT. In ogni caso, quest'ultima stagione, nel bene e nel male, verrà ricordato per molto, molto tempo.
MIGLIOR COLONNA SONORA
Mi piacciono molto le colonne sonore dei film, con gli anni sono diventato un vero fan dei compositori più bravi e famosi, fra tutti Hans Zimmer, Ennio Morricone e, ovviamente, John Williams. Quest'anno c'era anche la meravigliosa colonna sonora di Avengers Endgame, di Alan Silvestri, che forse non molti apprezzano, mentre a parecchi, compreso il sottoscritto, è piaciuta la soundtrack di Joker, di Hildur Gudnadottir, solenne, tragica e potente. Ma, per me, la vera sfida era fra due contendenti quest'anno, Il Re Leone e Star Wars IX, rispettivamente di Zimmer e Williams. A vincere è stato proprio quest'ultimo, che con l'ultimo capitolo della saga stellare mi ha fatto nuovamente emozionare con i suoi temi più famosi, riarrangiati e anche qualcosa di nuovo. La colonna sonora, in Star Wars, è importante quanto la narrazione, oltre ad essere famosa quanto, se non più, della stessa saga.
MIGLIOR BLOCKBUSTER
Il 2019, come quasi tutti gli anni ormai, è pieno zeppo di blockbuster, ma dovendo sceglierne uno, non c'era proprio sfida, non c'era nessuna competizione. Su Endgame ho scritto molto e dalla sua uscita credo di averlo già rivisto altre tre o quattro volte. L'ultimo capitolo di una saga "totale", che collega e unisce decine di film, sapientemente orchestrata da decine di autori diversi, una lunga storia iniziata 11 anni fa, con Iron Man. Un affresco con cui sono cresciuto, praticamente, anno dopo anno, e che sembra proprio non finire per almeno un altro decennio, ma Endgame è la fine di un viaggio, niente sarà più come prima. Emozionante, travolgente, esplosivo, divertente e sì, anche commovente. Infine, con la conquista del miglior incasso della storia del cinema, è entrato di diritto nella storia dell'immaginario comune, e vi posso garantire che, al contrario di quasi tutte le pellicole presenti in questa lista, Endgame sarà ricordato per sempre.
MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE
In ogni caso è giunto il momento di parlare di un altro tipo di cinema, a cominciare dai premi delle sceneggiature. La sceneggiatura non originale è quel tipo di sceneggiatura che è basata su un'altra opera, praticamente una trasposizione, che quindi può essere basata su un romanzo, un fumetto, un videogioco, ecc. Quest'anno si sono distinti pochi film basati su altre opere, da citare I due papi, che si ispira ad uno spettacolo teatrale, oppure Joker, che è ovviamente basato sul personaggio Dc Comics, ma anche in questo caso, per me, c'era pochissima competizione. The Irishman è basato su un saggio di Charles Brandt, che trattava la vita del sicario Frank Sheeran, una storia che si posizionava in anni cruciali della storia americana, una storia di gangster, che non poteva che non essere adattata da Martin Scorsese.
Scorsese ritorna così alla gangster story, dopo la sua trilogia della mafia, e lo fa portando in scena quella che è, a tutti gli effetti, l'ultima grande gangster story possibile, con un trio di vecchi leoni che ritornano così a ruggire. Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci, insieme, sotto la regia di Martin Scorsese, capite bene, che è un evento più unico che raro e che probabilmente non accadrà mai più.
The Irishman va a citare tutte le grandi pellicole del genere dello stesso Scorsese, principalmente Quei bravi ragazzi, ma anche Mean Streets e Casinò, si sviluppa quasi in modo parallelo ad esse, con in aggiunta una componente storica inedita, che va a contestualizzare il tutto fra le decadi statunitensi. Ma la parte migliora è quella finale, quando Scorsese, lasciato totalmente libero di fare tutto da Netflix, va oltre là gangster story e ci porta fino ai giorni nostri, mostrandoci la senilità di Frank, l'inevitabile decadenza di un mondo, quello dei gangster, giunto alla fine. The Irishman non è solo il crepuscolo della gangster story, ma è proprio la sua pietra tombale, l'ultimo capolavoro di un genere che tanto ha dato al cinema.
MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE
La sceneggiatura originale, invece, come è facilmente intuibile è quella sceneggiatura che è totalmente farina del sacco dell'autore, quindi può trattarsi di una storia completamente originale, ma la dicitura vale anche per le sceneggiature basate su eventi realmente accaduti, quindi anche sui biopic ecc. Anche in questo caso non c'era molta competizione, quella della sceneggiatura originale è una categoria da sempre molto cara a Quentin Tarantino, che ha concorso in essa per quasi tutti i suoi film, vincendo molte volte. C'era una volta a...Hollywood non sarà il suo miglior intreccio, ma rimane comunque una grande storia, divertente, grottesca, esagerata, piena di citazioni e omaggi al cinema che fu.
MIGLIOR REGIA
Devo essere sincero, per quanto ci fossero anche Todd Philips (e il suo grande salto di qualità con Joker) e Noah Baumbach, la sfida per la miglior regia era fra i due titani di quest'anno, Quentin Tarantino e Martin Scorsese. Li avrei voluti premiare entrambi, ma non mi piacciono gli ex aequo, così ho dovuto scegliere. E ho scelto lui, Quentin da Knoxville, la cui regia rimane frizzante, dinamica e sempre molto caratteristica. Tarantino, come sa chi ha letto la mia recensione, con questo film entra in una nuova fase stilistica, ma la sua regia, i suoi marchi da fabbrica, rimangono sempre gli stessi, e rimangono sempre una garanzia.
MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
Davvero molto curiosa la situazione che si è venuta a creare per i premi delle attrici, quest'anno. Forse sarà una mia impressione, ma non ci sono state grandi performance, in questo 2019, al contrario degli anni passati. Anzi, paradossalmente è stata più combattuta per l'attrice non protagonista che per la protagonista. Va allo sbaraglio Jennifer Lopez, con Le ragazze di Wall Street, ma da citare indubbiamente anche Laura Dern per la sua interessante performance in Storia di un matrimonio, ma la grande sorpresa, per me, è sicuramente Ana de Armas, in Knives Out-Cena con delitto. La de Armas sta diventando, anno dopo anno, una delle attrici più prolifiche è più richieste del settore, la vedremo nei panni di Marilyn Monroe nel biopic a lei dedicato, ma sarà interessante vederla anche nel prossimo film di James Bond, intanto, però, ho apprezzato moltissimo la sua parte nel giallo di Rian Johnson. È la sorpresa del film, nonché la vera protagonista, capace di darci un personaggio che rispecchia, a tutti gli effetti, il punto di vista della vicenda da parte degli spettatori.
MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA
Come dicevo, non c'era molta competizione per la miglior attrice protagonista, la favorita in quasi tutte le prossime celebrazioni è proprio colei che io ho scelto, Scarlett Johansson. Se Ana de Armas si sta rivelando piano piano una delle attrici più prolifiche, Scarlett lo è già da anni, e ha dimostrato abbondantemente di poter prendere parte a qualsiasi tipo di film. Sotto la scrittura e la regia di Noah Baumbach, l'abbiamo trovata in Storia di un matrimonio, al fianco di Adam Driver, come coprotagonista. La bravura dell'attrice è esplosa portando sullo schermo un personaggio fortemente tridimensionale, sfaccettato e per niente banale, in modo uguale e speculare al protagonista maschile. Due fini ritratti psicologici che, dividendosi, si completano a vicenda.
MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Per quanto riguarda gli attori, di entrambe le categorie, la scelta è stata davvero dura, quasi amara. Quest'anno abbiamo avuto davvero grandi performance attoriale, sia di non protagonisti che di protagonisti, ma come vedrete più giù, la scelta più difficile è stata quella dell'attore non protagonista. Nomi di tutto rispetto, giganti del cinema, per quanto mi riguarda concorrevano Brad Pitt, Al Pacino, Joe Pesci e Anthony Hopkins. Volendo scartarne due, a malincuore, rimanevano a contendersi il "premio", Pitt e Pacino, e lì non è stato per niente facile. Al Pacino è sempre un mostro sacro, negli ultimi anni si era un po' perso, certo, ma con Scorsese è tornato a ruggire. Anche in questo caso avrei tanto voluto premiare entrambi, ma dovevo scegliere. E ho scelto.
Brad, ancora una volta sotto la regia di Tarantino (dopo Bastardi senza gloria), ha saputo raggiungere quella maturità che cercava da tempo, non è più il sex symbol dei tempi andati e ormai veleggia sulla sessantina d'anni, ma con il suo personaggio, Cliff Booth, per me, ci ha dato un nuovo personaggio iconico del cinema, merce rara, ormai, in tempi come questi, in cui nessuno vuole più fare qualcosa di nuovo e si poggiano tutti sulle saghe del passato, sulla nostalgia. Anche Tarantino ha permeato di nostalgia il suo nono film, ma lo ha fatto dandoci comunque una nuova coppia di personaggi, Rick Dalton e Cliff Booth, che anche se provenienti dal 1969, ha dimostrato a tutti che è ancora possibile creare nuovi personaggi iconici, con il giusto autore e il giusto attore dietro. Tarantino e Brad Pitt ci hanno dato così Cliff, l'ultimo vero cowboy.
MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA
E beh, doveva arrivare anche il turno del miglior attore protagonista. Per moltissimi era scontato, molto scontato, per moltissimi non c'era proprio gara, ma per me sì. Quest'anno abbiamo avuto contendenti di un certo peso, a partire da Leonardo DiCaprio, ma non bisogna assolutamente scordare il grande ritorno di Robert De Niro, in The Irishman, che ha dimostrato a tutti quanto ancora vale la sua grandezza. E a me piacerebbe citare anche Adam Driver, per Storia di un matrimonio, che è stato praticamente perfetto, il suo unico peccato è stato concorrere quest'anno con tutti questi altri mostri sacri.
Ma veniamo a lui, il vincitore, perché sì, per me non era scontato, ma non potevo che sceglierlo. Non saprei che altro aggiungere a tutto ciò che è stato detto su Joaquin Phoenix e il suo Joker, e quando dico il suo Joker è perché suo è l'intero film. Ogni singola cosa. Ogni singolo minuto. La scelta non è stata facile, come ho detto, ma pensandoci, gli altri grandi attori candidati hanno sfornato una performance al meglio che potevano, perché sono stati tutti davvero molto bravi, e per quanto bravi e straordinari, il loro straordinario rimane ordinario, se paragonato al lavoro di Phoenix. Si potrebbe benissimo dire che Phoenix abbia "barato", ma perché il barare di Phoenix è la sua dannatissima bravura.
MIGLIOR FILM ITALIANO
Ho voluto dedicare una categoria solo e unicamente al cinema italiano, per dargli maggior spazio possibile e anche per parlarne un po'. È da tempo che vorrei scrivere di come il cinema italiano si stia riprendendo, di come molti autori talentuosi lo stiano rivoluzionando piano piano, a volte questi esperimenti funzionano, altre voluto non hanno l'appoggio del grande pubblico, ed è davvero un gran peccato. Comunque non è questo il momento migliore per parlarne, ma ci tengo a ribadire che il cinema italiano è il nostro cinema, che al contrario di quanto pensino molti, non è più il cinema pieno di commedie indecenti e film di serie b come lo era, effettivamente, fino a qualche anno fa, ma che ora, ogni anno, escono film di un certo livello, sia del cinema d'autore che di quello "popolare" (anche se è triste pensare che un tempo questa distinzione non esisteva). Abbiamo parlato, in apertura, de Il Primo Re, audace, colossale, sperimentale per certi versi o comunque inedito per il panorama cinematografico italiano. Abbiamo avuto film celebrati e premiati in tutto il mondo e giusto per concludere in bellezza, questo mese è uscito il Pinocchio di Garrone. Ma il miglior film italiano di quest'anno, per me, è senz'altro Il Traditore, di Marco Bellocchio.
Bellocchio si poggia fortemente sulle spalle di un attore protagonista che difficilmente fallisce, Pierfrancesco Favino, uno dei migliori sulla piazza, per raccontare una storia, quella di Tommaso Buscetta, il pentito che ha dato l'avvio al maxi processo che ha demolito quasi del tutto Cosa Nostra, una storia che ci riguarda tutti, una pezzo di storia d'Italia non così lontano, ma che rimane importantissimo. Il Traditore è un film che tutti dovrebbero vedere, o meglio, è un film che tutti gli italiani dovrebbero vedere, tutti noi, per non scordare mai ciò che è successo, per non scordare la nostra storia.
MIGLIOR FILM
Veniamo a noi, e alla fine di questa lunga carrellata di "premi". Il miglior film, il premio assoluto, il migliore in assoluto di tutto quest'anno. La sfida era fra le stesse pellicole che hanno concorso per miglior attore protagonista, ma questa volta andavano valutate nella loro interezza. Giusto per ripeterle ancora una volta, concorrevano: C'era una volta a...Hollywood, The Irishman, Joker e Storia di un matrimonio.
A spuntarla è stata la pellicola, ultra celebrata fino allo sfinimento, del villain di Batman, quel Joker che si è rivelato un tornado in questo 2019, che è, per me, di diritto il miglior film di quest'anno.
Anche in questo caso non credete che sia stato facile, o scontato, perché nella sua interezza Joker non è un film perfetto, infatti ben due film che concorrevano hanno una sceneggiatura nettamente superiore a quella del film di Todd Philips. Ci tengo a dirlo perché si sappia che Joker è effettivamente il miglior film dell'anno, ma non credete che possa stravincere contro gli altri, infatti sono molto curioso di come si comporterà l'Academy. In ogni caso, Joker ha vinto.
Finisce qui, ringrazio tutti i miei lettori e i follower su Instagram, buon fine anno e fine decennio, vedremo se questo 2020 ci regalerà tanti bei film come questo 2019.
domenica 20 ottobre 2019
Joker: il mondo brucerà con una risata (Recensione)
Ho aspettato una seconda visione per avere la giusta lucidità e per parlare in modo più approfondito di un altro grande film molto atteso in questa seconda parte del 2019, un periodo che ci sta regalando almeno una perla al mese. Sto parlando di un film complesso, nelle intenzioni degli autori quanto nella realizzazione finale, un film che fin dal principio mi sembrava anomalo e discordante, ma che non immaginavo minimamente quanto lo sarebbe stato. Oggi parliamo di Joker.
Il film è targato, ovviamente, Warner Bros. ed è una libera trasposizione dell'iconica nemesi di Batman, Joker, i cui diritti, come per il resto dei personaggi Dc Comics, sono appunto della Warner. La pellicola è diretta da Todd Philips, noto regista della trilogia de Una notte da leoni e Trafficanti, ed è stata supportata da Martin Scorsese, il cui stile e le cui opere sono state fin dal principio la fonte d'ispirazione di Philips. Nel ruolo del protagonista troviamo Joaquin Phoenix, attore premio Oscar tra i più bravi e famosi in circolazione, voluto fortemente dalla produzione e dal regista fin dal principio. Il resto del cast prevede principalmente il grandissimo Robert De Niro, Zazie Beetz e Brett Cullen.
Joker segue le vicende di Arthur Fleck, clown da festa e aspirante comico, un uomo affetto da disturbi psicologici e vessato in continuazione da destino e dalle ingiustizie sociali di Gotham City, una metropoli che in realtà è una polveriera pronta ad esplodere, una città sul baratro della follia, a cui basta solo una piccola spinta, per far sì che si scateni il caos. Arthur comincerà così una lunga e inesorabile discesa negli abissi della follia, fino a diventare qualcos'altro, un concentrato di follia e anarchia, in una sola parola: Joker.
Devo essere sincero, quando seppi della notizia ufficiale riguardo questo film su Joker, ero a dir poco titubante, principalmente perché ormai diffido sempre di più di alcune scelte della Warner Bros. riguardo i cinecomics Dc, sempre più confusionarie e traballanti, ma anche per la vera e propria invasione di cinecomics degli ultimi anni, cosa su cui ho scritto molto in passato sul blog. La mente dietro tutto era Todd Philips, un regista che ho apprezzato moltissimo in tutte le sue opere, ma che ha fatto solo commedie e che aveva uno stile un filo troppo esagerato per i miei gusti, inoltre questo Joker sembrava non voler avere niente a che fare con l'iconico personaggio dei fumetti, insomma, un po' di cose che non tornavano.
Però fin dal principio c'era qualcosa di diverso in questo Joker, la volontà di fare qualcosa di scollegato da tutto e tutti, in un periodo in cui si cerca disperatamente di creare un universo narrativo condiviso sulla falsariga di quello Marvel, l'ispirazione esplicita allo stile e le opere del mio secondo regista preferito, Martin Scorsese, la scelta non indifferente di scritturare quel mostro della recitazione che è Joaquin Phoenix, la curiosità di vedere un film di Joker senza la presenza di Batman e non come antagonista, ma come protagonista, e non solo un film qualunque basato sulle gesta criminali del personaggio, ma un film di origini. C'erano vari pro e contro, che regalavano a questo progetto fascino e mistero, proprio come il personaggio principale.
Joker è sicuramente fra i personaggi più conosciuti al mondo, la nemesi di Batman, un'icona anche del cinema, fin dal 1989 con il magnifico Batman di Tim Burton, in cui il clown pazzo era interpretato in modo magistrale, cartoonesco, folle e fumettoso da Jack Nicholson (ancora oggi il mio interprete preferito del personaggio), ma è impossibile non citare Heath Ledger e il suo Joker pazzo, psicotico e spaventoso de Il cavaliere oscuro (2008), secondo capitolo della trilogia di Christopher Nolan, ruolo che costò la vita all'attore e che gli valse un Oscar postumo. Purtroppo bisogna anche ricordare Jared Leto e il suo imbarazzante Joker gangster di Suicide Squad (2016), assolutamente dimenticabile, patetico e ridicolo. Comunque Joker non è mai stato un ruolo facile, ma fra i più complessi e sfaccettati, perché non si tratta solo di un clown pazzo e psicopatico, ma dell'incarnazione del male nella sua forma più spaventosa, quella della follia. Un pagliaccio criminale che uccide senza scrupoli, senza regole, le cui azioni sono dettate dal caos e dal disordine, il principe del crimine e dell'anarchia.
Veniamo a noi, le mie aspettative, come detto, erano discordanti, ma mentirei se dicessi che non schizzarono alle stelle quando vidi trionfare la pellicola a Venezia e venire elogiata da un numero impressionante di critici, a quel punto capii che stava per uscire un film fra i più interessanti di questo 2019. E infatti è proprio così, Joker è uno dei migliori film, se non il migliore, di quest'anno. Un'opera complessa, basata interamente sulla psiche del personaggio e la sua evoluzione criminale, un'opera capace di legare delle buone radici al soggetto originale con degli ottimi spunti narrativi, producendo così un vero e proprio cinecomic d'autore, unendo un certo tipo di film a quello che è l'attuale genere dominante del cinema americano. Ma Joker non è solo questo, dopotutto anche la trilogia di Nolan è una forma di cinecomic d'autore, come anche Logan e in minima parte anche Iron Man 3, no, Joker fa anche qualcos'altro: osa. Osa toccare certi temi molto caldi, osa andare contro ogni regola, contro tutto e tutti, fomentando, incitando alla follia più pura. Qualcosa che raramente si è visto prima d'ora. Joker, quindi, va ad unirsi a quel tipo di film che divide e fa discutere, come Fight Club e Arancia Meccanica, giusto per scomodare qualche nome pesante, quelle mosche bianche del cinema che ancora oggi dividono il pubblico. Sono pronto a scommettere che questo film passerà alla storia, come del resto anche il suo interprete principale.
Joaquin Phoenix è praticamente indescrivibile, lascia davvero senza parole la spaventosa bravura di quest'attore, una performance perfetta, intensa e mozzafiato, infatti Joker altro non è che un one man show, con Phoenix mattatore indiscusso del film, forza trainante e assoluto maestro della scena, come lui nessuno mai. L'immedesimazione totale e l'accurata ricerca nei movimenti e nelle espressioni, una recitazione sempre calzante e una maestosa presenza scenica sono gli elementi cardine di questa prova attoriale magistrale, senza pari. Non lo si può paragonare agli altri interpreti del personaggio, perché nessuno di questi ha mai avuto modo di poter sviluppare Joker in questa maniera, con un film completamente dedicato a lui e soprattutto senza la presenza di Batman, ma il Joker di Phoenix è qualcosa che rimarrà negli annali, è da prendere di pari peso e portato nelle scuole di recitazione.
Mi è parso ovvio che la produzione abbia voluto Phoenix fin dal principio (anche se la presenza di Scorsese avrebbe potuto portare Leonardo DiCaprio a Gotham e per fortuna non è stato così), semplicemente perché l'intero film non avrebbe funzionato per nulla con un altro, qualsiasi altro, attore. Joaquin eleva di brutto la sceneggiatura, che presa così com'è presenta una trama molto semplice e lineare, uno dei pochissimi difetti del film, cioè la totale dipendenza dal suo attore principale, ma è quello che succede quando hai un attore del calibro di Phoenix e capisci come sfruttarlo al massimo, e qui il merito va al regista. Todd Philips ha fatto il suo salto di qualità, con questo Joker ha dimostrato di avere grandi potenzialità, non è più "il tizio che ha fatto Una notte da leoni", ma un promettente regista poliedrico, con idee originali e molto, davvero molto da dire. Come detto, la trama è molto semplice, inoltre un altro difetto che mi tocca far evidenziare, e che ho rilevato maggiormente durante la seconda visione, è uno sviluppo centrale leggermente lento, non inutile, probabilmente volutamente rallentato per preparare il terreno al crescendo finale, un climax sconvolgente che culmina con un finale meraviglioso, che rasenta la perfezione. Alla fine si arriva al culmine tutto, dall'evoluzione del personaggio al messaggio del film, ma anche la propria natura di cinecomic.
Le influenze Scorsesiane si sentono molto, la Gotham City di Joker è praticamente la New York di Taxi Driver e di Mean Streets, ma la maggior parte dell'influenza di Scorsese deriva da Re per una notte, su cui Philips basa la parte iniziale del film, inoltre proprio la presenza e il ruolo di Robert De Niro, grandissimo attore che non guasta mai in un film, permette di fare un bel parallelismo con la pellicola citata, da cui De Niro riprende filologicamente il ruolo. In ogni caso Joker va molto oltre le pellicole da cui prende spunto, il che mi ha fatto molto piacere, infatti una delle mie paure era proprio lo sconfinamento da omaggio a imitazione delle opere di Scorsese, che per fortuna non avviene, dato che il film cammina poi sulle sue gambe per completare quel discorso dell'osare di cui parlavamo prima.
Joker sembra quasi un romanzo psicologico novecentesco attualizzato ad oggi in chiave cinematografica, un romanzo di (de)formazione, un viaggio nella follia, ma non solo, perché tutto il film è permeato da un fortissimo messaggio politico che non lascia indifferenti. Alla fine della fiera, la follia di Arthur Fleck altro non è che il prodotto della società moderna (anche se il film è ambientato nel 1981), ignorante e crudele verso i più fragili, dove il divario fra ricco e povero diventa così insormontabile da far scatenare delle rivolte. Come detto in precedenza, una polveriera pronta ad esplodere, una bomba di follia a orologeria. Questo messaggio segue tutto il film e nel crescendo evolve in anarchia e un rifiuto totale delle regole. Perché questa pellicola è senza filtri, abbatte qualsiasi regola morale ed etica, persino regole cinematografiche. Infatti c'è una regola non scritta nel cinema americano in cui anche se il protagonista sia un delinquente, un pazzo o comunque un malvagio, alla fine dell'opera lo spettatore deve comunque capire cosa è giusto e cosa non lo è, alla fine si deve arrivare ad un minimo di messaggio morale, anche nei film dello stesso Scorsese, o di Tarantino, di Fincher e compagnia bella. Ciò non vale per Joker, che finisce col fomentare e incitare lo spettatore, indubbiamente il messaggio finale della pellicola diventa difficile da travisare, con l'inevitabile conseguenza che molti abbiano inteso il film in maniera sbagliata, tra chi prende le parti del protagonista e chi addirittura giustifica le sue azioni. Così non deve essere.
Comunque Joker rimane saldo alle sue origini fumettistiche, come detto, e a dispetto di tutti, infatti io non me l'aspettavo proprio, può essere considerato benissimo un cinecomic, ma "fatto meglio" insomma. Il film sfrutta la mitologia del protagonista e soprattutto del suo oscuro nemico in maniera impeccabile, risultando una variante sul tema eccezionale, tanto che sarei molto contento la tenessero in considerazione per il futuro The Batman di Matt Reeves, in cui a vestire i panni del cavaliere oscuro ci sarà Robert Pattinson, per alcuni garanzia di successo e per altri (compreso il sottoscritto) enorme incognita del prossimo cinecomic. Ma è più che altro un desiderio spassionato. Tornando a Joker, la Gotham presentata non è quella dei fumetti e nemmeno quella di Burton o Nolan, ma in comune con le altre versioni c'e proprio quella sensazione di bomba pronta ad esplodere, oltre all'indissolubile legame con una certa famiglia di nome Wayne.
E da questo punto comincia la parte SPOILER dell'articolo, che si concluderà alla fine del paragrafo.
Sono pochi i colpi di scena del film, ma sono dannatamente efficienti. Una delle cose che non tanto mi piacevano del film era proprio il fatto che Joker avesse un nome e un cognome, tradendo quel fascino e quel mistero che da sempre contraddistingue il personaggio (anche se pure Tim Burton gli diede un nome). Per fortuna nel film la situazione si capovolge, prima facendo credere che Arthur non sia altro che il figlio di Thomas Wayne, quindi addirittura il fratello del futuro Batman e in seguito si scopre della sua adozione e degli abusi avuti da bambino, insomma, effettivamente questo Joker può avere varie origini, tutte ambigue e nessuna del tutto chiarita all'interno del film, proprio come il personaggio fumettistico.
Come detto, il crescendo del film è magnifico, fino ad arrivare all'intervento di Joker al Murray Franklin Show, dove probabilmente all'inizio voleva uccidersi in diretta, infatti il film porta a credere ciò, ma che poi si rivela un momento di rottura, la definitiva trasformazione di Arthur in Joker, che dopo aver ucciso la madre, uccide anche il "padre", Murray appunto, l'unica figura paterna che lui abbia mai avuto e che poi identifica con tutto ciò che non va nella società, ma anche con la sua vita passata.
L'omicidio di Murray in diretta è la goccia che fa traboccare il vaso, la miccia è accesa, Gotham brucia ed esplode e qui si arriva alla parte finale del film. Joker viene arrestato e poi liberato dai suoi "seguaci" in seguito ad un incidente, viene posato sulla macchina delle polizia quasi come se fosse un messia, mentre da un'altra parte della città, i Wayne fuggono terrorizzati dalla follia dilagante. È proprio un seguace di Joker, con la maschera da clown, a dare a Thomas Wayne "quel che merita", in quella che è probabilmente la mia scena preferita dell'intero film, i Wayne vengono uccisi, quasi come se fosse un atto del destino, di fronte al loro piccolo figlio, un bambino di nome Bruce. Proprio in questo esatto momento, Joker riprende i sensi, rinasce, paradossalmente nello stesso attimo in cui, involontariamente, è stato l'autore della nascita della sua nemesi, Batman. La massa di seguaci lo incita, lo venera come un dio e Arthur si erge fra la folla, re per una notte, una notte di vendetta e di follia. Il clown sanguina, ma è felice e spalmandosi il sangue a mo di sorriso, se la ride. Il bene crea il male e il male crea il bene, Thomas Wayne ha creato Joker e Joker ha creato Batman, ognuno è destinato a creare la propria nemesi, in un circolo vizioso senza fine.
Ma non è finita così, perché c'è ancora l'ultima scena, quella più enigmatica. Ritroviamo Arthur ad Arkham, sta parlando con una psicologa e ride, e a detta di Philips questa è l'unica volta in tutto il film in cui il protagonista ride genuinamente, ride per una barzelletta, in questo momento rivediamo il piccolo Bruce al cospetto dei cadaveri dei genitori, una barzelletta che nessuno capirebbe. L'intero film era tutto una barzelletta pensata da Arthur in manicomio? È passato diverso tempo (infatti si possono vedere dei capelli grigi su Arthur) e il protagonista ripensa a tutto l'accaduto? Joker ride genuinamente per la creazione involontaria della sua nemesi? Non si sa, il finale è volutamente aperto, mentre è più chiara la sequenza finale, con Joker rincorso dalle guardie del manicomio, lasciando impronte di sangue (probabilmente della psicologa) che stonano col bianco candido dell'edificio. The end.
Un bel finale, potente come pochi e soggetto a varie interpretazioni, proprio come per Taxi Driver, ma lo stesso vale anche per altri grandi film, un tocco di classe per concludere una grande opera.
Insomma, Joker è un gran bel film, fra i migliori di quest'anno e che farà discutere per parecchio tempo, però, devo dire che l'incredibile successo che ha avuto la pellicola non ha fatto altro che accentuare il discorso dell'ambiguo messaggio finale del film, con la triste conseguenza che il mondo del web ha tratto conclusioni sbagliate o basate sulla più totale ignoranza, un'ignoranza dilagante che sta invadendo internet e che mi ha dato non poco fastidio, tenendo conto che così facendo si tradisce del tutto il vero messaggio del film. In ogni caso sono felice che un progetto del genere abbia riscosso un notevole successo e che forse possa dare una spinta maggiore alla formula "cinecomic d'autore", un modo furbo e intelligente per sfruttare il trend del momento per produrre ottimi film.
Per quanto riguarda gli Oscar, al contrario di quanto avvenuto a Venezia, credo meriti di vincere più l'attore che il film, anche e sopratutto perché in questo caso l'attore È il film, caso più unico che raro, oltre al fatto, ripeto, che l'operato di Phoenix è davvero miliare.
E ricordate, that's life.
Da questa recensione in poi, mi piacerebbe aggiungere anche un tocco artistico personale.
Il film è targato, ovviamente, Warner Bros. ed è una libera trasposizione dell'iconica nemesi di Batman, Joker, i cui diritti, come per il resto dei personaggi Dc Comics, sono appunto della Warner. La pellicola è diretta da Todd Philips, noto regista della trilogia de Una notte da leoni e Trafficanti, ed è stata supportata da Martin Scorsese, il cui stile e le cui opere sono state fin dal principio la fonte d'ispirazione di Philips. Nel ruolo del protagonista troviamo Joaquin Phoenix, attore premio Oscar tra i più bravi e famosi in circolazione, voluto fortemente dalla produzione e dal regista fin dal principio. Il resto del cast prevede principalmente il grandissimo Robert De Niro, Zazie Beetz e Brett Cullen.
Joker segue le vicende di Arthur Fleck, clown da festa e aspirante comico, un uomo affetto da disturbi psicologici e vessato in continuazione da destino e dalle ingiustizie sociali di Gotham City, una metropoli che in realtà è una polveriera pronta ad esplodere, una città sul baratro della follia, a cui basta solo una piccola spinta, per far sì che si scateni il caos. Arthur comincerà così una lunga e inesorabile discesa negli abissi della follia, fino a diventare qualcos'altro, un concentrato di follia e anarchia, in una sola parola: Joker.
Devo essere sincero, quando seppi della notizia ufficiale riguardo questo film su Joker, ero a dir poco titubante, principalmente perché ormai diffido sempre di più di alcune scelte della Warner Bros. riguardo i cinecomics Dc, sempre più confusionarie e traballanti, ma anche per la vera e propria invasione di cinecomics degli ultimi anni, cosa su cui ho scritto molto in passato sul blog. La mente dietro tutto era Todd Philips, un regista che ho apprezzato moltissimo in tutte le sue opere, ma che ha fatto solo commedie e che aveva uno stile un filo troppo esagerato per i miei gusti, inoltre questo Joker sembrava non voler avere niente a che fare con l'iconico personaggio dei fumetti, insomma, un po' di cose che non tornavano.
Però fin dal principio c'era qualcosa di diverso in questo Joker, la volontà di fare qualcosa di scollegato da tutto e tutti, in un periodo in cui si cerca disperatamente di creare un universo narrativo condiviso sulla falsariga di quello Marvel, l'ispirazione esplicita allo stile e le opere del mio secondo regista preferito, Martin Scorsese, la scelta non indifferente di scritturare quel mostro della recitazione che è Joaquin Phoenix, la curiosità di vedere un film di Joker senza la presenza di Batman e non come antagonista, ma come protagonista, e non solo un film qualunque basato sulle gesta criminali del personaggio, ma un film di origini. C'erano vari pro e contro, che regalavano a questo progetto fascino e mistero, proprio come il personaggio principale.
Joker è sicuramente fra i personaggi più conosciuti al mondo, la nemesi di Batman, un'icona anche del cinema, fin dal 1989 con il magnifico Batman di Tim Burton, in cui il clown pazzo era interpretato in modo magistrale, cartoonesco, folle e fumettoso da Jack Nicholson (ancora oggi il mio interprete preferito del personaggio), ma è impossibile non citare Heath Ledger e il suo Joker pazzo, psicotico e spaventoso de Il cavaliere oscuro (2008), secondo capitolo della trilogia di Christopher Nolan, ruolo che costò la vita all'attore e che gli valse un Oscar postumo. Purtroppo bisogna anche ricordare Jared Leto e il suo imbarazzante Joker gangster di Suicide Squad (2016), assolutamente dimenticabile, patetico e ridicolo. Comunque Joker non è mai stato un ruolo facile, ma fra i più complessi e sfaccettati, perché non si tratta solo di un clown pazzo e psicopatico, ma dell'incarnazione del male nella sua forma più spaventosa, quella della follia. Un pagliaccio criminale che uccide senza scrupoli, senza regole, le cui azioni sono dettate dal caos e dal disordine, il principe del crimine e dell'anarchia.
Veniamo a noi, le mie aspettative, come detto, erano discordanti, ma mentirei se dicessi che non schizzarono alle stelle quando vidi trionfare la pellicola a Venezia e venire elogiata da un numero impressionante di critici, a quel punto capii che stava per uscire un film fra i più interessanti di questo 2019. E infatti è proprio così, Joker è uno dei migliori film, se non il migliore, di quest'anno. Un'opera complessa, basata interamente sulla psiche del personaggio e la sua evoluzione criminale, un'opera capace di legare delle buone radici al soggetto originale con degli ottimi spunti narrativi, producendo così un vero e proprio cinecomic d'autore, unendo un certo tipo di film a quello che è l'attuale genere dominante del cinema americano. Ma Joker non è solo questo, dopotutto anche la trilogia di Nolan è una forma di cinecomic d'autore, come anche Logan e in minima parte anche Iron Man 3, no, Joker fa anche qualcos'altro: osa. Osa toccare certi temi molto caldi, osa andare contro ogni regola, contro tutto e tutti, fomentando, incitando alla follia più pura. Qualcosa che raramente si è visto prima d'ora. Joker, quindi, va ad unirsi a quel tipo di film che divide e fa discutere, come Fight Club e Arancia Meccanica, giusto per scomodare qualche nome pesante, quelle mosche bianche del cinema che ancora oggi dividono il pubblico. Sono pronto a scommettere che questo film passerà alla storia, come del resto anche il suo interprete principale.
Joaquin Phoenix è praticamente indescrivibile, lascia davvero senza parole la spaventosa bravura di quest'attore, una performance perfetta, intensa e mozzafiato, infatti Joker altro non è che un one man show, con Phoenix mattatore indiscusso del film, forza trainante e assoluto maestro della scena, come lui nessuno mai. L'immedesimazione totale e l'accurata ricerca nei movimenti e nelle espressioni, una recitazione sempre calzante e una maestosa presenza scenica sono gli elementi cardine di questa prova attoriale magistrale, senza pari. Non lo si può paragonare agli altri interpreti del personaggio, perché nessuno di questi ha mai avuto modo di poter sviluppare Joker in questa maniera, con un film completamente dedicato a lui e soprattutto senza la presenza di Batman, ma il Joker di Phoenix è qualcosa che rimarrà negli annali, è da prendere di pari peso e portato nelle scuole di recitazione.
Mi è parso ovvio che la produzione abbia voluto Phoenix fin dal principio (anche se la presenza di Scorsese avrebbe potuto portare Leonardo DiCaprio a Gotham e per fortuna non è stato così), semplicemente perché l'intero film non avrebbe funzionato per nulla con un altro, qualsiasi altro, attore. Joaquin eleva di brutto la sceneggiatura, che presa così com'è presenta una trama molto semplice e lineare, uno dei pochissimi difetti del film, cioè la totale dipendenza dal suo attore principale, ma è quello che succede quando hai un attore del calibro di Phoenix e capisci come sfruttarlo al massimo, e qui il merito va al regista. Todd Philips ha fatto il suo salto di qualità, con questo Joker ha dimostrato di avere grandi potenzialità, non è più "il tizio che ha fatto Una notte da leoni", ma un promettente regista poliedrico, con idee originali e molto, davvero molto da dire. Come detto, la trama è molto semplice, inoltre un altro difetto che mi tocca far evidenziare, e che ho rilevato maggiormente durante la seconda visione, è uno sviluppo centrale leggermente lento, non inutile, probabilmente volutamente rallentato per preparare il terreno al crescendo finale, un climax sconvolgente che culmina con un finale meraviglioso, che rasenta la perfezione. Alla fine si arriva al culmine tutto, dall'evoluzione del personaggio al messaggio del film, ma anche la propria natura di cinecomic.
Le influenze Scorsesiane si sentono molto, la Gotham City di Joker è praticamente la New York di Taxi Driver e di Mean Streets, ma la maggior parte dell'influenza di Scorsese deriva da Re per una notte, su cui Philips basa la parte iniziale del film, inoltre proprio la presenza e il ruolo di Robert De Niro, grandissimo attore che non guasta mai in un film, permette di fare un bel parallelismo con la pellicola citata, da cui De Niro riprende filologicamente il ruolo. In ogni caso Joker va molto oltre le pellicole da cui prende spunto, il che mi ha fatto molto piacere, infatti una delle mie paure era proprio lo sconfinamento da omaggio a imitazione delle opere di Scorsese, che per fortuna non avviene, dato che il film cammina poi sulle sue gambe per completare quel discorso dell'osare di cui parlavamo prima.
Joker sembra quasi un romanzo psicologico novecentesco attualizzato ad oggi in chiave cinematografica, un romanzo di (de)formazione, un viaggio nella follia, ma non solo, perché tutto il film è permeato da un fortissimo messaggio politico che non lascia indifferenti. Alla fine della fiera, la follia di Arthur Fleck altro non è che il prodotto della società moderna (anche se il film è ambientato nel 1981), ignorante e crudele verso i più fragili, dove il divario fra ricco e povero diventa così insormontabile da far scatenare delle rivolte. Come detto in precedenza, una polveriera pronta ad esplodere, una bomba di follia a orologeria. Questo messaggio segue tutto il film e nel crescendo evolve in anarchia e un rifiuto totale delle regole. Perché questa pellicola è senza filtri, abbatte qualsiasi regola morale ed etica, persino regole cinematografiche. Infatti c'è una regola non scritta nel cinema americano in cui anche se il protagonista sia un delinquente, un pazzo o comunque un malvagio, alla fine dell'opera lo spettatore deve comunque capire cosa è giusto e cosa non lo è, alla fine si deve arrivare ad un minimo di messaggio morale, anche nei film dello stesso Scorsese, o di Tarantino, di Fincher e compagnia bella. Ciò non vale per Joker, che finisce col fomentare e incitare lo spettatore, indubbiamente il messaggio finale della pellicola diventa difficile da travisare, con l'inevitabile conseguenza che molti abbiano inteso il film in maniera sbagliata, tra chi prende le parti del protagonista e chi addirittura giustifica le sue azioni. Così non deve essere.
Comunque Joker rimane saldo alle sue origini fumettistiche, come detto, e a dispetto di tutti, infatti io non me l'aspettavo proprio, può essere considerato benissimo un cinecomic, ma "fatto meglio" insomma. Il film sfrutta la mitologia del protagonista e soprattutto del suo oscuro nemico in maniera impeccabile, risultando una variante sul tema eccezionale, tanto che sarei molto contento la tenessero in considerazione per il futuro The Batman di Matt Reeves, in cui a vestire i panni del cavaliere oscuro ci sarà Robert Pattinson, per alcuni garanzia di successo e per altri (compreso il sottoscritto) enorme incognita del prossimo cinecomic. Ma è più che altro un desiderio spassionato. Tornando a Joker, la Gotham presentata non è quella dei fumetti e nemmeno quella di Burton o Nolan, ma in comune con le altre versioni c'e proprio quella sensazione di bomba pronta ad esplodere, oltre all'indissolubile legame con una certa famiglia di nome Wayne.
E da questo punto comincia la parte SPOILER dell'articolo, che si concluderà alla fine del paragrafo.
Sono pochi i colpi di scena del film, ma sono dannatamente efficienti. Una delle cose che non tanto mi piacevano del film era proprio il fatto che Joker avesse un nome e un cognome, tradendo quel fascino e quel mistero che da sempre contraddistingue il personaggio (anche se pure Tim Burton gli diede un nome). Per fortuna nel film la situazione si capovolge, prima facendo credere che Arthur non sia altro che il figlio di Thomas Wayne, quindi addirittura il fratello del futuro Batman e in seguito si scopre della sua adozione e degli abusi avuti da bambino, insomma, effettivamente questo Joker può avere varie origini, tutte ambigue e nessuna del tutto chiarita all'interno del film, proprio come il personaggio fumettistico.
Come detto, il crescendo del film è magnifico, fino ad arrivare all'intervento di Joker al Murray Franklin Show, dove probabilmente all'inizio voleva uccidersi in diretta, infatti il film porta a credere ciò, ma che poi si rivela un momento di rottura, la definitiva trasformazione di Arthur in Joker, che dopo aver ucciso la madre, uccide anche il "padre", Murray appunto, l'unica figura paterna che lui abbia mai avuto e che poi identifica con tutto ciò che non va nella società, ma anche con la sua vita passata.
L'omicidio di Murray in diretta è la goccia che fa traboccare il vaso, la miccia è accesa, Gotham brucia ed esplode e qui si arriva alla parte finale del film. Joker viene arrestato e poi liberato dai suoi "seguaci" in seguito ad un incidente, viene posato sulla macchina delle polizia quasi come se fosse un messia, mentre da un'altra parte della città, i Wayne fuggono terrorizzati dalla follia dilagante. È proprio un seguace di Joker, con la maschera da clown, a dare a Thomas Wayne "quel che merita", in quella che è probabilmente la mia scena preferita dell'intero film, i Wayne vengono uccisi, quasi come se fosse un atto del destino, di fronte al loro piccolo figlio, un bambino di nome Bruce. Proprio in questo esatto momento, Joker riprende i sensi, rinasce, paradossalmente nello stesso attimo in cui, involontariamente, è stato l'autore della nascita della sua nemesi, Batman. La massa di seguaci lo incita, lo venera come un dio e Arthur si erge fra la folla, re per una notte, una notte di vendetta e di follia. Il clown sanguina, ma è felice e spalmandosi il sangue a mo di sorriso, se la ride. Il bene crea il male e il male crea il bene, Thomas Wayne ha creato Joker e Joker ha creato Batman, ognuno è destinato a creare la propria nemesi, in un circolo vizioso senza fine.
Ma non è finita così, perché c'è ancora l'ultima scena, quella più enigmatica. Ritroviamo Arthur ad Arkham, sta parlando con una psicologa e ride, e a detta di Philips questa è l'unica volta in tutto il film in cui il protagonista ride genuinamente, ride per una barzelletta, in questo momento rivediamo il piccolo Bruce al cospetto dei cadaveri dei genitori, una barzelletta che nessuno capirebbe. L'intero film era tutto una barzelletta pensata da Arthur in manicomio? È passato diverso tempo (infatti si possono vedere dei capelli grigi su Arthur) e il protagonista ripensa a tutto l'accaduto? Joker ride genuinamente per la creazione involontaria della sua nemesi? Non si sa, il finale è volutamente aperto, mentre è più chiara la sequenza finale, con Joker rincorso dalle guardie del manicomio, lasciando impronte di sangue (probabilmente della psicologa) che stonano col bianco candido dell'edificio. The end.
Un bel finale, potente come pochi e soggetto a varie interpretazioni, proprio come per Taxi Driver, ma lo stesso vale anche per altri grandi film, un tocco di classe per concludere una grande opera.
Insomma, Joker è un gran bel film, fra i migliori di quest'anno e che farà discutere per parecchio tempo, però, devo dire che l'incredibile successo che ha avuto la pellicola non ha fatto altro che accentuare il discorso dell'ambiguo messaggio finale del film, con la triste conseguenza che il mondo del web ha tratto conclusioni sbagliate o basate sulla più totale ignoranza, un'ignoranza dilagante che sta invadendo internet e che mi ha dato non poco fastidio, tenendo conto che così facendo si tradisce del tutto il vero messaggio del film. In ogni caso sono felice che un progetto del genere abbia riscosso un notevole successo e che forse possa dare una spinta maggiore alla formula "cinecomic d'autore", un modo furbo e intelligente per sfruttare il trend del momento per produrre ottimi film.
Per quanto riguarda gli Oscar, al contrario di quanto avvenuto a Venezia, credo meriti di vincere più l'attore che il film, anche e sopratutto perché in questo caso l'attore È il film, caso più unico che raro, oltre al fatto, ripeto, che l'operato di Phoenix è davvero miliare.
E ricordate, that's life.
Da questa recensione in poi, mi piacerebbe aggiungere anche un tocco artistico personale.
domenica 29 settembre 2019
C'era una volta a...Hollywood: il crepuscolo di Quentin Tarantino (Recensione)
È passato un bel po' dall'ultima volta che ho scritto su questo blog, principalmente perché mi sono concentrato in parte maggiore sulla pagina Instagram del sito, ma eccomi qui, a scrivere nuovamente in questa sede, ritrovando un po' lo spirito originario che mi ha spinto ad aprire il sito, cioè l'esigenza di esprimere nel miglior modo possibile le mie opinioni sulla settima arte. Infatti è la necessità che mi riporta qui, la necessità di dilungarmi sulla recensione di un film attesissimo, particolare e complesso come solo un film d'autore può essere. Sto parlando ovviamente del nono film di Quentin Tarantino, C'era una volta a...Hollywood.
Chi ha leggiucchiato qualche articolo del blog, o seguito i vari post sulla pagina Instagram, sa perfettamente quanto ho atteso questo film e quanto conti per me il regista in questione, anche perché non ho mai tenuto segreta la mia più totale ammirazione e adorazione per Quentin Tarantino, il mio regista preferito in assoluto, di cui ho visto e stravisto tutti i film e che ritengo abbia plasmato la mia concezione di cinema, oltre ad avermi fatto innamorare perdutamente della settima arte. Insomma, questo nuovo film era fra i più attesi del 2019, definire "alte" le mie aspettative era un eufemismo, le premesse di questa nuova opera del regista di Knoxville erano grandiose.
C'era una volta a...Hollywood segue le vicende, o sarebbe meglio dire disavventure, di Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), un attore giunto al tramonto della sua carriera, e il suo stuntman, Cliff Booth (Brad Pitt), veterano di guerra dal misterioso passato. La vicissitudini dei due amici si incastonano nella Hollywood del 1969, popolata dalle star del cinema e della televisione dell'epoca, come Steve McQueen e Bruce Lee, un mondo inconsapevole di trovarsi drammaticamente vicino al suo più grande stravolgimento, l'omicidio dell'attrice Sharon Tate (Margot Robbie), moglie di Roman Polanski, perpetrato dalla Manson Family proprio nella villa dell'attrice, a Cielo Drive e beh, si dà il caso che il nostro Rick Dalton abiti proprio vicino alla villa dei Polanski.
Tarantino si è sempre circondato di star nei propri film, lanciando o rilanciando numerose celebrità di Hollywood, e questo suo nono film non fa eccezione, anzi, questa volta Quentin è riuscito ad assemblare un cast stellare come pochi, su cui giganteggia la trinità formata da Leonardo DiCaprio, Brad Pitt e Margot Robbie, a cui "fanno compagnia" Al Pacino, Kurt Russell, Timothy Olyphant, Bruce Dern, Michael Madsen, Damian Lewis, Luke Perry, Damon Herriman e molti altri, alcuni purtroppo tagliati dal film, come Tim Roth e James Marsden, infatti la prima versione del film durava più di quattro ore e per rientrare nelle quasi tre ore della versione da cinema, Tarantino ha dovuto sacrificare parecchie parti presenti nella pellicola. Quella del taglio è una delle cose più odiate per il regista di Pulp Fiction, non per niente si vocifera di una possibile versione director's cut per Netflix (come fatto per The Hateful Eight).
Parto subito col dire che il film mi è piaciuto davvero molto, ha diviso la critica italiana (mentre in patria ha messo quasi tutti d'accordo) perché indubbiamente non arriva ai grandi capolavori del regista, ma forse il problema per molte persone è stato proprio questo. Mi spiego meglio, la gente si aspettava qualcosa da questo film, si aspettava che Tarantino facesse Tarantino e sfornasse il suo nuovo (e penultimo) capolavoro, con i suoi intrecci, con i suoi dialoghi, con le sue citazioni a go go, con il suo "occhio cinematografico" e infine con il sangue e lo splatter, quel momento che nei film di Tarantino lo si attende come i regali a Natale, e in parte è così, ma questa volta le cose sono andate diversamente e la gente ne è rimasta spiazzata, dividendosi fra chi è rimasto deluso dal film e chi invece è rimasto folgorato da questo Tarantino semi-inedito. Io, personalmente, faccio parte del secondo gruppo.
Alla fin fine Tarantino è sempre lo stesso, ci sono tutti i suoi marchi di fabbrica, ma questa volta abbandona i suoi deliziosi intrecci per concentrarsi su qualcosa che prima passava in secondo piano rispetto alla trama: i personaggi. Nei suoi film, Quentin ci ha dato personaggi meravigliosi, caratterizzati immediatamente da dialoghi perfetti e battute eccezionali e le loro azioni non erano da meno, ma questi personaggi rimanevano comunque le pedine della storia. Nei film di Tarantino è sempre stata la trama a comandare, quasi come se fosse un entità superiore, il destino che comandava i personaggi, ovviamente metafora di come giostrasse i suoi giocattoli il regista e di come li calasse in magnifici intrecci narrativi.
Parlando più concretamente, personaggi come Jules e Vincent, le varie Iene, Mia Wallace e Aldo Raine sono personaggi dannatamente affascinanti e ben caratterizzati, ma perdono di significato tolti dal loro contesto e intreccio narrativo, che ha fatto la fortuna de Le iene, Pulp Fiction e Bastardi senza gloria. Discorso diverso per personaggi quali la Sposa e Django, unici protagonisti principali dei loro film, ma che comunque venivano incanalati in un mondo sui generis, infatti le ambientazioni di Kill Bill e di Django Unchained sono quasi esse stesse dei personaggi. In tutto questo fanno eccezione personaggi e ambientazioni di The Hateful Eight e Death Proof, in quanto molto particolareggiati e posti un po' a metà dei vari approcci di Tarantino alle storie e ai personaggi. Tutto questo preambolo era doveroso per parlare di C'era una volta a...Hollywood.
Come detto prima, in questo film Tarantino pone l'accento sui personaggi, sulle loro caratterizzazioni, preferendo un intreccio più basilare, molto lineare, tanto che più che un intreccio, sembra di seguire le (dis)avventure quotidiane dei due protagonisti, questa volta non calati in un bizzarro scenario popolato da assassini, mercenari e psicopatici e neanche in un western rivisitato e crepuscolare, bensì nella madre e il padre di tutte queste ambientazioni, il luogo dove tutto nasce e finisce, un luogo dove la parola film è il verbo e il cinema è Dio, in una parola: Hollywood.
Non la Hollywood contemporanea e neanche quella ormai blasonata e citata fino allo sfinimento degli anni '80, ma una Hollywood immortalata in un momento particolare, ad un bivio nella propria storia quasi secolare, l'Hollywood del 1969.
Gli anni '60 erano stati anni di rivoluzioni politiche e sociali, che da una parte portarono una ventata d'aria fresca per il cinema e la cultura tutta, ma dall'altra parecchio movimento per gli Stati Uniti, dalla terribile guerra e in seguito amara sconfitta in Vietnam, dalle proteste per i diritti civili degli afroamericani e l'omicidio di Martin Luther King, dall'accentuarsi della guerra fredda all'omicidio di Kennedy, ma furono anche gli anni dell'allunaggio, della beat generation e dei movimenti degli hippie, i figli dei fiori convinti di poter cambiare il mondo con l'amore e con la pace, un sogno utopistico capace di far smuovere milioni di persone, un sogno che si infranse tragicamente una notte d'estate sul finire di questo decennio parecchio agitato. Precisamente il 9 agosto 1969, quando la Manson family, una setta di hippie creata attorno alla figura di Charles Manson, irruppe nella villa dell'attrice Sharon Tate durante un party con i suoi amici e massacrò le celebrità, fra cui la stessa Tate, incinta di un bambino. Il massacro di Cielo Drive fu la pietra tombale sul sogno degli hippie, la fine di un'era, una tragedia che cambiò irrimediabilmente l'opinione pubblica e il mondo di Hollywood.
La Hollywood del 1969 era già di per sé in un momento particolare, l'era dei western, genere dominante del cinema americano e non solo, cominciava ad avviarsi sul viale di un tramonto lento e inesorabile, con il poliziesco e il curioso e affascinante film d'arti marziali che avanzavano e una riscoperta da parte degli americani del grande cinema autoriale europeo, nettamente superiore alla produzione statunitense. Il 1969 fu anche l'anno in cui si trovavano nello stesso momento storico icone del cinema quali Steve McQueen, Bruce Lee, Roman Polanski, Burt Reynolds e molti altri e in cui in Italia la rivisitazione di Sergio Leone aveva aperto al genere degli spaghetti western, fra cui spiccano i titoli diretti da un altro Sergio, Corbucci, ma anche i film di serie B diretti da Antonio Margheriti. E in tutto questo, nel 1969, Quentin Tarantino aveva 6 anni, ma sarebbe cresciuto con i miti di questa Hollywood, con il cinema di questo periodo. Insomma, un momento della storia molto particolare in cui Tarantino fa muovere i suoi personaggi, sia reali che fittizi, in un gioco di specchi senza fine fra realtà e finzione. Un gioco che comincia fin dalla creazione dei suoi personaggi.
Leonardo DiCaprio interpreta Rick Dalton, un attore fallito la cui carriera è consistita in una famosa serie tv western degli anni '50 e in un film di guerra, un'icona in discesa, una celebrità ridotta ad arrampicarsi sugli specchi pur di continuare a fare cinema, un uomo disperato e agli sgoccioli, perché Rick È Hollywood, ma un Hollywood che sta cedendo il passo al nuovo che avanza, incapace di cambiare per sopravvivere. Un uomo che vive per la macchina da presa, un uomo completamente dipendente dal suo lavoro, capace soltanto di recitare nella sua vita, un uomo con enormi problemi di autostima, un divo che sta per sparire, ecco chi è Rick Dalton, ma proprio per questo insieme di cose, Rick è anche un grandissimo attore, capace di fare una performance mostruosa dopo una crisi di nervi. E mostruoso è proprio lui, Leonardo DiCaprio, capace di recitare nella recitazione, di passare dalla realtà alla finzione in completa scioltezza, producendo per Tarantino una performance metacinematografica che lascia più volte senza fiato. Ogni volta che si crede che Leo abbia raggiunto l'apice, Leo ci sorprende ancora, migliorandosi sempre, film dopo film, performance dopo performance. Signori, uno dei più grandi attori in circolazione, definirlo da Oscar sarebbe parecchio riduttivo.
Brad Pitt, invece, interpreta Cliff Booth, lo stuntman e migliore amico di Rick, un uomo tutto d'un pezzo dal passato misterioso e ambiguo, uno delle tantissime persone di Hollywood che non si vedono sui giornali o in tv, il loro nome non compare nelle locandine, ma nei film, loro ci sono. Sono le controfigure, le persone che fanno quello che gli attori non possono fare, coloro che "recitano" senza parole, ma solo con l'azione e le acrobazie, quelle persone che permettono alla "magia del cinema" di avverarsi. Come gli attori sono persone (o personaggi) diversi, presi fuori dal set, anche per gli stuntman è così, ma non li vediamo ritirarsi in ville super arredate con bar e piscina, bensì in catapecchie appena vivibili a condurre una vita da cani, spesso con l'unica compagnia, appunto, dei cani. Cliff è l'ultimo cowboy, un tipo d'uomo come non ci sono più, amici veri e uomini giusti, vessati dal destino e dalla sfortuna, ma mai spezzati. Un personaggio terribilmente affascinante, l'unico uomo vero in un mondo di finzione, un'icona nella vita reale e non sul set, immortalato da un sempre criptico e statuario sguardo tanto apprezzato da David Fincher. Brad Pitt ne ha fatta di strada, uno dei più adorati e venerati teen idol (come del resto anche Leonardo DiCaprio) che è ormai giunto alla soglia dei 60 anni, ma che sullo schermo non ha mai perso un'oncia della sua potenza cinematografica, perché Brad è ancora uno dei più grandi fighi di Hollywood, capace di brillare in modo inedito grazie a Tarantino e ad un ruolo che sembra (e forse lo è) scritto apposta per lui. Il Cliff Booth di Brad buca lo schermo e ruba la scena non poche volte al suo compare, divenendo a mio parere il vero protagonista della pellicola, spesso e volentieri anche la vera forza di questo film.
Sin dall'annuncio del film e sulle prime informazioni della trama, in molti si aspettavano come "terza" protagonista della pellicola colei che dovrebbe, per certi versi, esserne anche il perno, Sharon Tate, interpretata da Margot Robbie, ma senza spoilerare troppo, così non è. Una delle critiche maggiori del film è proprio il mancato approfondimento della Tate e in effetti è così, l'attrice vittima del massacro al centro delle vicende non viene molto caratterizzata da Tarantino, anzi, quasi per niente, ma ancora una volta mi trovo in disaccordo con queste critiche. La Sharon Tate di Tarantino è una figura particolare, più che un personaggio o una persona vera, assume il ruolo di simbolo emblematico, un simbolo di tutto ciò che c'era di buono nella Hollywood degli anni '60, il simbolo di un sogno di pace e armonia dolcemente ingenuo, un simbolo di innocenza su cui, fin dal principio, lo spettatore sa che incombe un tragico destino. Una dea benevole e candida, ecco chi è, o sarebbe meglio dire cos'è, la Sharon Tate di Tarantino, ovviamente tutto ciò è accentuato dalla performance di Margot Robbie, un'attrice capace di sembrare perfetta in qualsiasi inquadratura.
In ogni caso neanche io sono cieco di fronte ad alcuni difetti del film, che sono sicuro siano quasi del tutto dovuti al taglio di parecchie parti del film, come la troppo piccola parte di Charles Manson, ma anche e soprattutto lo spreco del personaggio interpretato da Al Pacino, infatti posso capire il volergli affidare un ruolo minore (alla stregua di un cameo) come fatto anche per Kurt Russell, Damian Lewis e Timothy Olyphant, ma, come detto, è davvero uno spreco con un attore del calibro di Al Pacino, un gigante del cinema che non aveva mai lavorato con Tarantino.
Ovviamente sono cose a cui io, personalmente, passo sopra, mentre mi trovo in totale disaccordo con chi ha stroncato il film dato che a me è piaciuto davvero tanto e credo che su questa discussione si possa anche dire un bel po' di cose. Come scritto sopra, la gente si aspettava il solito Tarantino e dopo aver discusso la cosa a livello di contenuti, ora tocca ad un punto di vista "dietro le quinte". Il regista di Knoxville si accinge anch'egli alla soglia dei 60, e dopo anni da scapolo è convolato a nozze qualche mese fa, è ovvio che la cosa ha portato un cambiamento enorme nella sua vita e di conseguenza nel suo lavoro. Inoltre non bisogna dimenticare che C'era una volta a...Hollywood è il suo nono film, il penultimo, dato che l'autore da anni ha deciso di ritirarsi dalla regia dopo il suo decimo film, e forse il fatto che la sua produzione sia quindi relativamente corta, l'opinione generale non ha quindi considerato che il buon Quentin sia nel giro da quasi trent'anni e che ora stiamo vivendo il crepuscolo del regista.
Il crepuscolo, quel momento del tramonto che precede la fine della luce, un momento in cui è inevitabile divenire un po' romantici e la cosa si può benissimo apportare all'opera di Tarantino, che in questo film, lontanissimo da quelle Iene che hanno rappresentato il suo folgorante esordio, cita un intero periodo del cinema americano, quel periodo con cui è cresciuto, il periodo che lo ha formato e che arriva ai nostri occhi impregnato di una dolce nostalgia, infatti un'altra delle critiche mosse al film è l'idealizzazione del 1969, che in effetti non è come noi lo abbiamo visto, ma come lo ha "visto" Quentin, ma anche a queste critiche rispondo con un chissenefrega, perché C'era una volta a...Hollywood è una lettera di amore proprio al cinema americano di un tempo, ormai scomparso e lontano ben più di cinquant'anni, il che ci porta ad avere una visione pessimistica dell'attuale panorama cinematografico, anche qui, inteso come crepuscolare, per questo basta anche vedere i piedi nel film, si sa che Tarantino è un feticista, li inserisce in tutti i suoi film, ma in questo i piedi sono rappresentati sporchi e raggrinziti. Un Quentin più romantico, che ad un passo dalla fine della sua carriera, ripensa a tutto ciò che ha fatto, e così vediamo il set di un western che altro non è che lo stesso di Django Unchained, l'aeroporto di Jackie Brown, Kurt Russell in un ruolo che non può non ricordare Stuntman Mike di Death Proof, le fiamme di Bastardi senza gloria, gli allenamenti di Sharon Tate e Bruce Lee che strizzano l'occhio a Kill Bill, la Los Angeles e i giri in macchina di Pulp Fiction e chissà cos'altro, tra le miriadi di citazioni nascoste e occulte con cui Tarantino ha infarcito il film.
Non solo citazioni, comunque, il film rimane incentrato sui personaggi, sulle loro azioni quotidiane e le loro vicissitudini, per poi arrivare ad un crescendo in cui, il seppur "blando" intreccio mostra i propri frutti, con un finale davvero perfetto, fra i più belli di sempre a mio parere.
Ora passiamo quindi alla parte SPOILER che si concluderà solo alla fine del paragrafo.
Lo stratagemma conclusivo potrà sembrare già visto o per alcuni telefonato, ma la cosa non toglie davvero niente alla sua perfezione, dopotutto per tutto il film vediamo realtà e finzione rincorrersi e nel finale assistiamo alla resa dei conti. Le scene che precedono il climax finale sono magnifiche, dall'accensione di tutta Los Angeles, trepidante e frenetica, passando per la voce narrante che passa per filo e per segno gli eventi del 9 agosto, in cui finalmente le vicende di Rick e Cliff arrivano al loro compimento. Nella loro ultima serata di baldoria, un Rick su di giri e un Cliff strafatto cambiano la storia. La Manson family è lì, davanti ai cancelli della villa Polanski, ma basta una sfuriata di Rick Dalton per cambiare tutto. La setta di fanatici ora irrompe nella casa dell'attore, solo per ritrovarsi contro Cliff e il suo cane, ciò che segue è il momento più atteso dei film di Tarantino, il climax splatteroso, e ovviamente Quentin non si risparmia, creando una serie di scene grottesche e assurde, esagerate ed esilaranti, praticamente perfette, con un Cliff scatenato. Solo alla fine, anche Rick ha il suo momento di gloria, bruciando l'hippie con il lanciafiamme, ricordo del suo war movie ed è in questo momento che l'uomo e il divo divengono una cosa sola, portando a compimento il percorso di Rick, ora soddisfatto e completo. E così ci avviciniamo alla fine, un Cliff ammaccato viene portato via dall'ambulanza, non prima di un bellissimo confronto con l'amico di una vita e poi Rick si ritrova solo, dopo una lunga e agitata notte, ma le emozioni non sono finite per l'attore di Bounty Law, infatti viene raggiunto da Jay, l'amico di Sharon Tate, e proprio quest'ultima gli apre i cancelli della villa, i cancelli di Cielo Drive, i cancelli del cielo, e come un moderno San Pietro, Jay accompagna Rick verso la casa, dove il miracolo è avvenuto, il pericolo è scampato, almeno nella finzione. Con una ripresa dall'alto vediamo l'abbraccio di Sharon e Rick, l'attore ha finalmente l'occasione di entrare nel cinema che conta, dopo una vita di sacrifici e belle batoste, Rick Dalton ce l'ha fatta. E a quel punto compare il titolo, che oltre ad essere un omaggio al cinema di Sergio Leone si rivela essere il significato del film, una gran bella favola Tarantiniana, una fiaba, la massima espressione di finzione, dove i cattivi muoiono sempre e vissero tutti felici e contenti. Ancora una volta Tarantino vince sulla cruda realtà, ma in Bastardi senza gloria è la grande vendetta contro i nazisti e Hitler, qui un desiderio irrealizzabile, un sogno che solo al cinema può prendere forma, un sogno di una realtà diversa, dove un sogno non è finito quella notte in un insensato e tragico massacro. Ci sono poche cose più potenti del cinema quando questo si prende una rivincita contro la storia, quando riesce dove noi abbiamo fallito, quando si assiste all'impossibile sul grande schermo, perché lì, su quel grande schermo che ogni volta che si accende ci regala un'emozione, tutto è possibile.
Ed eccoci qui, alla fine, sinceramente mi verrebbero da discutere parecchie altre cose, ma lo spazio che mi sono preso è già molto, sicuramente tornerò a parlare del film, anche solo per riportare le decine di curiosità, citazioni e riferimenti presenti nella pellicola. Del resto è abbastanza sicuro che prima che finisca la sua corsa al cinema tornerò a vederlo, anche perché per questo film mi è capitato qualcosa che raramente succede, e cioè che più tempo passa e più rimango soddisfatto della sua visione, infatti le prime impressioni a caldo non erano così entusiastiche. Insomma, C'era una volta a...Hollywood rappresenta un crepuscolo romantico per Quentin Tarantino, ma è anche la sua nona sinfonia di cinema.
Chi ha leggiucchiato qualche articolo del blog, o seguito i vari post sulla pagina Instagram, sa perfettamente quanto ho atteso questo film e quanto conti per me il regista in questione, anche perché non ho mai tenuto segreta la mia più totale ammirazione e adorazione per Quentin Tarantino, il mio regista preferito in assoluto, di cui ho visto e stravisto tutti i film e che ritengo abbia plasmato la mia concezione di cinema, oltre ad avermi fatto innamorare perdutamente della settima arte. Insomma, questo nuovo film era fra i più attesi del 2019, definire "alte" le mie aspettative era un eufemismo, le premesse di questa nuova opera del regista di Knoxville erano grandiose.
C'era una volta a...Hollywood segue le vicende, o sarebbe meglio dire disavventure, di Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), un attore giunto al tramonto della sua carriera, e il suo stuntman, Cliff Booth (Brad Pitt), veterano di guerra dal misterioso passato. La vicissitudini dei due amici si incastonano nella Hollywood del 1969, popolata dalle star del cinema e della televisione dell'epoca, come Steve McQueen e Bruce Lee, un mondo inconsapevole di trovarsi drammaticamente vicino al suo più grande stravolgimento, l'omicidio dell'attrice Sharon Tate (Margot Robbie), moglie di Roman Polanski, perpetrato dalla Manson Family proprio nella villa dell'attrice, a Cielo Drive e beh, si dà il caso che il nostro Rick Dalton abiti proprio vicino alla villa dei Polanski.
Tarantino si è sempre circondato di star nei propri film, lanciando o rilanciando numerose celebrità di Hollywood, e questo suo nono film non fa eccezione, anzi, questa volta Quentin è riuscito ad assemblare un cast stellare come pochi, su cui giganteggia la trinità formata da Leonardo DiCaprio, Brad Pitt e Margot Robbie, a cui "fanno compagnia" Al Pacino, Kurt Russell, Timothy Olyphant, Bruce Dern, Michael Madsen, Damian Lewis, Luke Perry, Damon Herriman e molti altri, alcuni purtroppo tagliati dal film, come Tim Roth e James Marsden, infatti la prima versione del film durava più di quattro ore e per rientrare nelle quasi tre ore della versione da cinema, Tarantino ha dovuto sacrificare parecchie parti presenti nella pellicola. Quella del taglio è una delle cose più odiate per il regista di Pulp Fiction, non per niente si vocifera di una possibile versione director's cut per Netflix (come fatto per The Hateful Eight).
Parto subito col dire che il film mi è piaciuto davvero molto, ha diviso la critica italiana (mentre in patria ha messo quasi tutti d'accordo) perché indubbiamente non arriva ai grandi capolavori del regista, ma forse il problema per molte persone è stato proprio questo. Mi spiego meglio, la gente si aspettava qualcosa da questo film, si aspettava che Tarantino facesse Tarantino e sfornasse il suo nuovo (e penultimo) capolavoro, con i suoi intrecci, con i suoi dialoghi, con le sue citazioni a go go, con il suo "occhio cinematografico" e infine con il sangue e lo splatter, quel momento che nei film di Tarantino lo si attende come i regali a Natale, e in parte è così, ma questa volta le cose sono andate diversamente e la gente ne è rimasta spiazzata, dividendosi fra chi è rimasto deluso dal film e chi invece è rimasto folgorato da questo Tarantino semi-inedito. Io, personalmente, faccio parte del secondo gruppo.
Alla fin fine Tarantino è sempre lo stesso, ci sono tutti i suoi marchi di fabbrica, ma questa volta abbandona i suoi deliziosi intrecci per concentrarsi su qualcosa che prima passava in secondo piano rispetto alla trama: i personaggi. Nei suoi film, Quentin ci ha dato personaggi meravigliosi, caratterizzati immediatamente da dialoghi perfetti e battute eccezionali e le loro azioni non erano da meno, ma questi personaggi rimanevano comunque le pedine della storia. Nei film di Tarantino è sempre stata la trama a comandare, quasi come se fosse un entità superiore, il destino che comandava i personaggi, ovviamente metafora di come giostrasse i suoi giocattoli il regista e di come li calasse in magnifici intrecci narrativi.
Parlando più concretamente, personaggi come Jules e Vincent, le varie Iene, Mia Wallace e Aldo Raine sono personaggi dannatamente affascinanti e ben caratterizzati, ma perdono di significato tolti dal loro contesto e intreccio narrativo, che ha fatto la fortuna de Le iene, Pulp Fiction e Bastardi senza gloria. Discorso diverso per personaggi quali la Sposa e Django, unici protagonisti principali dei loro film, ma che comunque venivano incanalati in un mondo sui generis, infatti le ambientazioni di Kill Bill e di Django Unchained sono quasi esse stesse dei personaggi. In tutto questo fanno eccezione personaggi e ambientazioni di The Hateful Eight e Death Proof, in quanto molto particolareggiati e posti un po' a metà dei vari approcci di Tarantino alle storie e ai personaggi. Tutto questo preambolo era doveroso per parlare di C'era una volta a...Hollywood.
Come detto prima, in questo film Tarantino pone l'accento sui personaggi, sulle loro caratterizzazioni, preferendo un intreccio più basilare, molto lineare, tanto che più che un intreccio, sembra di seguire le (dis)avventure quotidiane dei due protagonisti, questa volta non calati in un bizzarro scenario popolato da assassini, mercenari e psicopatici e neanche in un western rivisitato e crepuscolare, bensì nella madre e il padre di tutte queste ambientazioni, il luogo dove tutto nasce e finisce, un luogo dove la parola film è il verbo e il cinema è Dio, in una parola: Hollywood.
Non la Hollywood contemporanea e neanche quella ormai blasonata e citata fino allo sfinimento degli anni '80, ma una Hollywood immortalata in un momento particolare, ad un bivio nella propria storia quasi secolare, l'Hollywood del 1969.
Gli anni '60 erano stati anni di rivoluzioni politiche e sociali, che da una parte portarono una ventata d'aria fresca per il cinema e la cultura tutta, ma dall'altra parecchio movimento per gli Stati Uniti, dalla terribile guerra e in seguito amara sconfitta in Vietnam, dalle proteste per i diritti civili degli afroamericani e l'omicidio di Martin Luther King, dall'accentuarsi della guerra fredda all'omicidio di Kennedy, ma furono anche gli anni dell'allunaggio, della beat generation e dei movimenti degli hippie, i figli dei fiori convinti di poter cambiare il mondo con l'amore e con la pace, un sogno utopistico capace di far smuovere milioni di persone, un sogno che si infranse tragicamente una notte d'estate sul finire di questo decennio parecchio agitato. Precisamente il 9 agosto 1969, quando la Manson family, una setta di hippie creata attorno alla figura di Charles Manson, irruppe nella villa dell'attrice Sharon Tate durante un party con i suoi amici e massacrò le celebrità, fra cui la stessa Tate, incinta di un bambino. Il massacro di Cielo Drive fu la pietra tombale sul sogno degli hippie, la fine di un'era, una tragedia che cambiò irrimediabilmente l'opinione pubblica e il mondo di Hollywood.
La Hollywood del 1969 era già di per sé in un momento particolare, l'era dei western, genere dominante del cinema americano e non solo, cominciava ad avviarsi sul viale di un tramonto lento e inesorabile, con il poliziesco e il curioso e affascinante film d'arti marziali che avanzavano e una riscoperta da parte degli americani del grande cinema autoriale europeo, nettamente superiore alla produzione statunitense. Il 1969 fu anche l'anno in cui si trovavano nello stesso momento storico icone del cinema quali Steve McQueen, Bruce Lee, Roman Polanski, Burt Reynolds e molti altri e in cui in Italia la rivisitazione di Sergio Leone aveva aperto al genere degli spaghetti western, fra cui spiccano i titoli diretti da un altro Sergio, Corbucci, ma anche i film di serie B diretti da Antonio Margheriti. E in tutto questo, nel 1969, Quentin Tarantino aveva 6 anni, ma sarebbe cresciuto con i miti di questa Hollywood, con il cinema di questo periodo. Insomma, un momento della storia molto particolare in cui Tarantino fa muovere i suoi personaggi, sia reali che fittizi, in un gioco di specchi senza fine fra realtà e finzione. Un gioco che comincia fin dalla creazione dei suoi personaggi.
Leonardo DiCaprio interpreta Rick Dalton, un attore fallito la cui carriera è consistita in una famosa serie tv western degli anni '50 e in un film di guerra, un'icona in discesa, una celebrità ridotta ad arrampicarsi sugli specchi pur di continuare a fare cinema, un uomo disperato e agli sgoccioli, perché Rick È Hollywood, ma un Hollywood che sta cedendo il passo al nuovo che avanza, incapace di cambiare per sopravvivere. Un uomo che vive per la macchina da presa, un uomo completamente dipendente dal suo lavoro, capace soltanto di recitare nella sua vita, un uomo con enormi problemi di autostima, un divo che sta per sparire, ecco chi è Rick Dalton, ma proprio per questo insieme di cose, Rick è anche un grandissimo attore, capace di fare una performance mostruosa dopo una crisi di nervi. E mostruoso è proprio lui, Leonardo DiCaprio, capace di recitare nella recitazione, di passare dalla realtà alla finzione in completa scioltezza, producendo per Tarantino una performance metacinematografica che lascia più volte senza fiato. Ogni volta che si crede che Leo abbia raggiunto l'apice, Leo ci sorprende ancora, migliorandosi sempre, film dopo film, performance dopo performance. Signori, uno dei più grandi attori in circolazione, definirlo da Oscar sarebbe parecchio riduttivo.
Brad Pitt, invece, interpreta Cliff Booth, lo stuntman e migliore amico di Rick, un uomo tutto d'un pezzo dal passato misterioso e ambiguo, uno delle tantissime persone di Hollywood che non si vedono sui giornali o in tv, il loro nome non compare nelle locandine, ma nei film, loro ci sono. Sono le controfigure, le persone che fanno quello che gli attori non possono fare, coloro che "recitano" senza parole, ma solo con l'azione e le acrobazie, quelle persone che permettono alla "magia del cinema" di avverarsi. Come gli attori sono persone (o personaggi) diversi, presi fuori dal set, anche per gli stuntman è così, ma non li vediamo ritirarsi in ville super arredate con bar e piscina, bensì in catapecchie appena vivibili a condurre una vita da cani, spesso con l'unica compagnia, appunto, dei cani. Cliff è l'ultimo cowboy, un tipo d'uomo come non ci sono più, amici veri e uomini giusti, vessati dal destino e dalla sfortuna, ma mai spezzati. Un personaggio terribilmente affascinante, l'unico uomo vero in un mondo di finzione, un'icona nella vita reale e non sul set, immortalato da un sempre criptico e statuario sguardo tanto apprezzato da David Fincher. Brad Pitt ne ha fatta di strada, uno dei più adorati e venerati teen idol (come del resto anche Leonardo DiCaprio) che è ormai giunto alla soglia dei 60 anni, ma che sullo schermo non ha mai perso un'oncia della sua potenza cinematografica, perché Brad è ancora uno dei più grandi fighi di Hollywood, capace di brillare in modo inedito grazie a Tarantino e ad un ruolo che sembra (e forse lo è) scritto apposta per lui. Il Cliff Booth di Brad buca lo schermo e ruba la scena non poche volte al suo compare, divenendo a mio parere il vero protagonista della pellicola, spesso e volentieri anche la vera forza di questo film.
Sin dall'annuncio del film e sulle prime informazioni della trama, in molti si aspettavano come "terza" protagonista della pellicola colei che dovrebbe, per certi versi, esserne anche il perno, Sharon Tate, interpretata da Margot Robbie, ma senza spoilerare troppo, così non è. Una delle critiche maggiori del film è proprio il mancato approfondimento della Tate e in effetti è così, l'attrice vittima del massacro al centro delle vicende non viene molto caratterizzata da Tarantino, anzi, quasi per niente, ma ancora una volta mi trovo in disaccordo con queste critiche. La Sharon Tate di Tarantino è una figura particolare, più che un personaggio o una persona vera, assume il ruolo di simbolo emblematico, un simbolo di tutto ciò che c'era di buono nella Hollywood degli anni '60, il simbolo di un sogno di pace e armonia dolcemente ingenuo, un simbolo di innocenza su cui, fin dal principio, lo spettatore sa che incombe un tragico destino. Una dea benevole e candida, ecco chi è, o sarebbe meglio dire cos'è, la Sharon Tate di Tarantino, ovviamente tutto ciò è accentuato dalla performance di Margot Robbie, un'attrice capace di sembrare perfetta in qualsiasi inquadratura.
In ogni caso neanche io sono cieco di fronte ad alcuni difetti del film, che sono sicuro siano quasi del tutto dovuti al taglio di parecchie parti del film, come la troppo piccola parte di Charles Manson, ma anche e soprattutto lo spreco del personaggio interpretato da Al Pacino, infatti posso capire il volergli affidare un ruolo minore (alla stregua di un cameo) come fatto anche per Kurt Russell, Damian Lewis e Timothy Olyphant, ma, come detto, è davvero uno spreco con un attore del calibro di Al Pacino, un gigante del cinema che non aveva mai lavorato con Tarantino.
Ovviamente sono cose a cui io, personalmente, passo sopra, mentre mi trovo in totale disaccordo con chi ha stroncato il film dato che a me è piaciuto davvero tanto e credo che su questa discussione si possa anche dire un bel po' di cose. Come scritto sopra, la gente si aspettava il solito Tarantino e dopo aver discusso la cosa a livello di contenuti, ora tocca ad un punto di vista "dietro le quinte". Il regista di Knoxville si accinge anch'egli alla soglia dei 60, e dopo anni da scapolo è convolato a nozze qualche mese fa, è ovvio che la cosa ha portato un cambiamento enorme nella sua vita e di conseguenza nel suo lavoro. Inoltre non bisogna dimenticare che C'era una volta a...Hollywood è il suo nono film, il penultimo, dato che l'autore da anni ha deciso di ritirarsi dalla regia dopo il suo decimo film, e forse il fatto che la sua produzione sia quindi relativamente corta, l'opinione generale non ha quindi considerato che il buon Quentin sia nel giro da quasi trent'anni e che ora stiamo vivendo il crepuscolo del regista.
Il crepuscolo, quel momento del tramonto che precede la fine della luce, un momento in cui è inevitabile divenire un po' romantici e la cosa si può benissimo apportare all'opera di Tarantino, che in questo film, lontanissimo da quelle Iene che hanno rappresentato il suo folgorante esordio, cita un intero periodo del cinema americano, quel periodo con cui è cresciuto, il periodo che lo ha formato e che arriva ai nostri occhi impregnato di una dolce nostalgia, infatti un'altra delle critiche mosse al film è l'idealizzazione del 1969, che in effetti non è come noi lo abbiamo visto, ma come lo ha "visto" Quentin, ma anche a queste critiche rispondo con un chissenefrega, perché C'era una volta a...Hollywood è una lettera di amore proprio al cinema americano di un tempo, ormai scomparso e lontano ben più di cinquant'anni, il che ci porta ad avere una visione pessimistica dell'attuale panorama cinematografico, anche qui, inteso come crepuscolare, per questo basta anche vedere i piedi nel film, si sa che Tarantino è un feticista, li inserisce in tutti i suoi film, ma in questo i piedi sono rappresentati sporchi e raggrinziti. Un Quentin più romantico, che ad un passo dalla fine della sua carriera, ripensa a tutto ciò che ha fatto, e così vediamo il set di un western che altro non è che lo stesso di Django Unchained, l'aeroporto di Jackie Brown, Kurt Russell in un ruolo che non può non ricordare Stuntman Mike di Death Proof, le fiamme di Bastardi senza gloria, gli allenamenti di Sharon Tate e Bruce Lee che strizzano l'occhio a Kill Bill, la Los Angeles e i giri in macchina di Pulp Fiction e chissà cos'altro, tra le miriadi di citazioni nascoste e occulte con cui Tarantino ha infarcito il film.
Non solo citazioni, comunque, il film rimane incentrato sui personaggi, sulle loro azioni quotidiane e le loro vicissitudini, per poi arrivare ad un crescendo in cui, il seppur "blando" intreccio mostra i propri frutti, con un finale davvero perfetto, fra i più belli di sempre a mio parere.
Ora passiamo quindi alla parte SPOILER che si concluderà solo alla fine del paragrafo.
Lo stratagemma conclusivo potrà sembrare già visto o per alcuni telefonato, ma la cosa non toglie davvero niente alla sua perfezione, dopotutto per tutto il film vediamo realtà e finzione rincorrersi e nel finale assistiamo alla resa dei conti. Le scene che precedono il climax finale sono magnifiche, dall'accensione di tutta Los Angeles, trepidante e frenetica, passando per la voce narrante che passa per filo e per segno gli eventi del 9 agosto, in cui finalmente le vicende di Rick e Cliff arrivano al loro compimento. Nella loro ultima serata di baldoria, un Rick su di giri e un Cliff strafatto cambiano la storia. La Manson family è lì, davanti ai cancelli della villa Polanski, ma basta una sfuriata di Rick Dalton per cambiare tutto. La setta di fanatici ora irrompe nella casa dell'attore, solo per ritrovarsi contro Cliff e il suo cane, ciò che segue è il momento più atteso dei film di Tarantino, il climax splatteroso, e ovviamente Quentin non si risparmia, creando una serie di scene grottesche e assurde, esagerate ed esilaranti, praticamente perfette, con un Cliff scatenato. Solo alla fine, anche Rick ha il suo momento di gloria, bruciando l'hippie con il lanciafiamme, ricordo del suo war movie ed è in questo momento che l'uomo e il divo divengono una cosa sola, portando a compimento il percorso di Rick, ora soddisfatto e completo. E così ci avviciniamo alla fine, un Cliff ammaccato viene portato via dall'ambulanza, non prima di un bellissimo confronto con l'amico di una vita e poi Rick si ritrova solo, dopo una lunga e agitata notte, ma le emozioni non sono finite per l'attore di Bounty Law, infatti viene raggiunto da Jay, l'amico di Sharon Tate, e proprio quest'ultima gli apre i cancelli della villa, i cancelli di Cielo Drive, i cancelli del cielo, e come un moderno San Pietro, Jay accompagna Rick verso la casa, dove il miracolo è avvenuto, il pericolo è scampato, almeno nella finzione. Con una ripresa dall'alto vediamo l'abbraccio di Sharon e Rick, l'attore ha finalmente l'occasione di entrare nel cinema che conta, dopo una vita di sacrifici e belle batoste, Rick Dalton ce l'ha fatta. E a quel punto compare il titolo, che oltre ad essere un omaggio al cinema di Sergio Leone si rivela essere il significato del film, una gran bella favola Tarantiniana, una fiaba, la massima espressione di finzione, dove i cattivi muoiono sempre e vissero tutti felici e contenti. Ancora una volta Tarantino vince sulla cruda realtà, ma in Bastardi senza gloria è la grande vendetta contro i nazisti e Hitler, qui un desiderio irrealizzabile, un sogno che solo al cinema può prendere forma, un sogno di una realtà diversa, dove un sogno non è finito quella notte in un insensato e tragico massacro. Ci sono poche cose più potenti del cinema quando questo si prende una rivincita contro la storia, quando riesce dove noi abbiamo fallito, quando si assiste all'impossibile sul grande schermo, perché lì, su quel grande schermo che ogni volta che si accende ci regala un'emozione, tutto è possibile.
Ed eccoci qui, alla fine, sinceramente mi verrebbero da discutere parecchie altre cose, ma lo spazio che mi sono preso è già molto, sicuramente tornerò a parlare del film, anche solo per riportare le decine di curiosità, citazioni e riferimenti presenti nella pellicola. Del resto è abbastanza sicuro che prima che finisca la sua corsa al cinema tornerò a vederlo, anche perché per questo film mi è capitato qualcosa che raramente succede, e cioè che più tempo passa e più rimango soddisfatto della sua visione, infatti le prime impressioni a caldo non erano così entusiastiche. Insomma, C'era una volta a...Hollywood rappresenta un crepuscolo romantico per Quentin Tarantino, ma è anche la sua nona sinfonia di cinema.
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