Ho aspettato una seconda visione per avere la giusta lucidità e per parlare in modo più approfondito di un altro grande film molto atteso in questa seconda parte del 2019, un periodo che ci sta regalando almeno una perla al mese. Sto parlando di un film complesso, nelle intenzioni degli autori quanto nella realizzazione finale, un film che fin dal principio mi sembrava anomalo e discordante, ma che non immaginavo minimamente quanto lo sarebbe stato. Oggi parliamo di Joker.
Il film è targato, ovviamente, Warner Bros. ed è una libera trasposizione dell'iconica nemesi di Batman, Joker, i cui diritti, come per il resto dei personaggi Dc Comics, sono appunto della Warner. La pellicola è diretta da Todd Philips, noto regista della trilogia de Una notte da leoni e Trafficanti, ed è stata supportata da Martin Scorsese, il cui stile e le cui opere sono state fin dal principio la fonte d'ispirazione di Philips. Nel ruolo del protagonista troviamo Joaquin Phoenix, attore premio Oscar tra i più bravi e famosi in circolazione, voluto fortemente dalla produzione e dal regista fin dal principio. Il resto del cast prevede principalmente il grandissimo Robert De Niro, Zazie Beetz e Brett Cullen.
Joker segue le vicende di Arthur Fleck, clown da festa e aspirante comico, un uomo affetto da disturbi psicologici e vessato in continuazione da destino e dalle ingiustizie sociali di Gotham City, una metropoli che in realtà è una polveriera pronta ad esplodere, una città sul baratro della follia, a cui basta solo una piccola spinta, per far sì che si scateni il caos. Arthur comincerà così una lunga e inesorabile discesa negli abissi della follia, fino a diventare qualcos'altro, un concentrato di follia e anarchia, in una sola parola: Joker.
Devo essere sincero, quando seppi della notizia ufficiale riguardo questo film su Joker, ero a dir poco titubante, principalmente perché ormai diffido sempre di più di alcune scelte della Warner Bros. riguardo i cinecomics Dc, sempre più confusionarie e traballanti, ma anche per la vera e propria invasione di cinecomics degli ultimi anni, cosa su cui ho scritto molto in passato sul blog. La mente dietro tutto era Todd Philips, un regista che ho apprezzato moltissimo in tutte le sue opere, ma che ha fatto solo commedie e che aveva uno stile un filo troppo esagerato per i miei gusti, inoltre questo Joker sembrava non voler avere niente a che fare con l'iconico personaggio dei fumetti, insomma, un po' di cose che non tornavano.
Però fin dal principio c'era qualcosa di diverso in questo Joker, la volontà di fare qualcosa di scollegato da tutto e tutti, in un periodo in cui si cerca disperatamente di creare un universo narrativo condiviso sulla falsariga di quello Marvel, l'ispirazione esplicita allo stile e le opere del mio secondo regista preferito, Martin Scorsese, la scelta non indifferente di scritturare quel mostro della recitazione che è Joaquin Phoenix, la curiosità di vedere un film di Joker senza la presenza di Batman e non come antagonista, ma come protagonista, e non solo un film qualunque basato sulle gesta criminali del personaggio, ma un film di origini. C'erano vari pro e contro, che regalavano a questo progetto fascino e mistero, proprio come il personaggio principale.
Joker è sicuramente fra i personaggi più conosciuti al mondo, la nemesi di Batman, un'icona anche del cinema, fin dal 1989 con il magnifico Batman di Tim Burton, in cui il clown pazzo era interpretato in modo magistrale, cartoonesco, folle e fumettoso da Jack Nicholson (ancora oggi il mio interprete preferito del personaggio), ma è impossibile non citare Heath Ledger e il suo Joker pazzo, psicotico e spaventoso de Il cavaliere oscuro (2008), secondo capitolo della trilogia di Christopher Nolan, ruolo che costò la vita all'attore e che gli valse un Oscar postumo. Purtroppo bisogna anche ricordare Jared Leto e il suo imbarazzante Joker gangster di Suicide Squad (2016), assolutamente dimenticabile, patetico e ridicolo. Comunque Joker non è mai stato un ruolo facile, ma fra i più complessi e sfaccettati, perché non si tratta solo di un clown pazzo e psicopatico, ma dell'incarnazione del male nella sua forma più spaventosa, quella della follia. Un pagliaccio criminale che uccide senza scrupoli, senza regole, le cui azioni sono dettate dal caos e dal disordine, il principe del crimine e dell'anarchia.
Veniamo a noi, le mie aspettative, come detto, erano discordanti, ma mentirei se dicessi che non schizzarono alle stelle quando vidi trionfare la pellicola a Venezia e venire elogiata da un numero impressionante di critici, a quel punto capii che stava per uscire un film fra i più interessanti di questo 2019. E infatti è proprio così, Joker è uno dei migliori film, se non il migliore, di quest'anno. Un'opera complessa, basata interamente sulla psiche del personaggio e la sua evoluzione criminale, un'opera capace di legare delle buone radici al soggetto originale con degli ottimi spunti narrativi, producendo così un vero e proprio cinecomic d'autore, unendo un certo tipo di film a quello che è l'attuale genere dominante del cinema americano. Ma Joker non è solo questo, dopotutto anche la trilogia di Nolan è una forma di cinecomic d'autore, come anche Logan e in minima parte anche Iron Man 3, no, Joker fa anche qualcos'altro: osa. Osa toccare certi temi molto caldi, osa andare contro ogni regola, contro tutto e tutti, fomentando, incitando alla follia più pura. Qualcosa che raramente si è visto prima d'ora. Joker, quindi, va ad unirsi a quel tipo di film che divide e fa discutere, come Fight Club e Arancia Meccanica, giusto per scomodare qualche nome pesante, quelle mosche bianche del cinema che ancora oggi dividono il pubblico. Sono pronto a scommettere che questo film passerà alla storia, come del resto anche il suo interprete principale.
Joaquin Phoenix è praticamente indescrivibile, lascia davvero senza parole la spaventosa bravura di quest'attore, una performance perfetta, intensa e mozzafiato, infatti Joker altro non è che un one man show, con Phoenix mattatore indiscusso del film, forza trainante e assoluto maestro della scena, come lui nessuno mai. L'immedesimazione totale e l'accurata ricerca nei movimenti e nelle espressioni, una recitazione sempre calzante e una maestosa presenza scenica sono gli elementi cardine di questa prova attoriale magistrale, senza pari. Non lo si può paragonare agli altri interpreti del personaggio, perché nessuno di questi ha mai avuto modo di poter sviluppare Joker in questa maniera, con un film completamente dedicato a lui e soprattutto senza la presenza di Batman, ma il Joker di Phoenix è qualcosa che rimarrà negli annali, è da prendere di pari peso e portato nelle scuole di recitazione.
Mi è parso ovvio che la produzione abbia voluto Phoenix fin dal principio (anche se la presenza di Scorsese avrebbe potuto portare Leonardo DiCaprio a Gotham e per fortuna non è stato così), semplicemente perché l'intero film non avrebbe funzionato per nulla con un altro, qualsiasi altro, attore. Joaquin eleva di brutto la sceneggiatura, che presa così com'è presenta una trama molto semplice e lineare, uno dei pochissimi difetti del film, cioè la totale dipendenza dal suo attore principale, ma è quello che succede quando hai un attore del calibro di Phoenix e capisci come sfruttarlo al massimo, e qui il merito va al regista. Todd Philips ha fatto il suo salto di qualità, con questo Joker ha dimostrato di avere grandi potenzialità, non è più "il tizio che ha fatto Una notte da leoni", ma un promettente regista poliedrico, con idee originali e molto, davvero molto da dire. Come detto, la trama è molto semplice, inoltre un altro difetto che mi tocca far evidenziare, e che ho rilevato maggiormente durante la seconda visione, è uno sviluppo centrale leggermente lento, non inutile, probabilmente volutamente rallentato per preparare il terreno al crescendo finale, un climax sconvolgente che culmina con un finale meraviglioso, che rasenta la perfezione. Alla fine si arriva al culmine tutto, dall'evoluzione del personaggio al messaggio del film, ma anche la propria natura di cinecomic.
Le influenze Scorsesiane si sentono molto, la Gotham City di Joker è praticamente la New York di Taxi Driver e di Mean Streets, ma la maggior parte dell'influenza di Scorsese deriva da Re per una notte, su cui Philips basa la parte iniziale del film, inoltre proprio la presenza e il ruolo di Robert De Niro, grandissimo attore che non guasta mai in un film, permette di fare un bel parallelismo con la pellicola citata, da cui De Niro riprende filologicamente il ruolo. In ogni caso Joker va molto oltre le pellicole da cui prende spunto, il che mi ha fatto molto piacere, infatti una delle mie paure era proprio lo sconfinamento da omaggio a imitazione delle opere di Scorsese, che per fortuna non avviene, dato che il film cammina poi sulle sue gambe per completare quel discorso dell'osare di cui parlavamo prima.
Joker sembra quasi un romanzo psicologico novecentesco attualizzato ad oggi in chiave cinematografica, un romanzo di (de)formazione, un viaggio nella follia, ma non solo, perché tutto il film è permeato da un fortissimo messaggio politico che non lascia indifferenti. Alla fine della fiera, la follia di Arthur Fleck altro non è che il prodotto della società moderna (anche se il film è ambientato nel 1981), ignorante e crudele verso i più fragili, dove il divario fra ricco e povero diventa così insormontabile da far scatenare delle rivolte. Come detto in precedenza, una polveriera pronta ad esplodere, una bomba di follia a orologeria. Questo messaggio segue tutto il film e nel crescendo evolve in anarchia e un rifiuto totale delle regole. Perché questa pellicola è senza filtri, abbatte qualsiasi regola morale ed etica, persino regole cinematografiche. Infatti c'è una regola non scritta nel cinema americano in cui anche se il protagonista sia un delinquente, un pazzo o comunque un malvagio, alla fine dell'opera lo spettatore deve comunque capire cosa è giusto e cosa non lo è, alla fine si deve arrivare ad un minimo di messaggio morale, anche nei film dello stesso Scorsese, o di Tarantino, di Fincher e compagnia bella. Ciò non vale per Joker, che finisce col fomentare e incitare lo spettatore, indubbiamente il messaggio finale della pellicola diventa difficile da travisare, con l'inevitabile conseguenza che molti abbiano inteso il film in maniera sbagliata, tra chi prende le parti del protagonista e chi addirittura giustifica le sue azioni. Così non deve essere.
Comunque Joker rimane saldo alle sue origini fumettistiche, come detto, e a dispetto di tutti, infatti io non me l'aspettavo proprio, può essere considerato benissimo un cinecomic, ma "fatto meglio" insomma. Il film sfrutta la mitologia del protagonista e soprattutto del suo oscuro nemico in maniera impeccabile, risultando una variante sul tema eccezionale, tanto che sarei molto contento la tenessero in considerazione per il futuro The Batman di Matt Reeves, in cui a vestire i panni del cavaliere oscuro ci sarà Robert Pattinson, per alcuni garanzia di successo e per altri (compreso il sottoscritto) enorme incognita del prossimo cinecomic. Ma è più che altro un desiderio spassionato. Tornando a Joker, la Gotham presentata non è quella dei fumetti e nemmeno quella di Burton o Nolan, ma in comune con le altre versioni c'e proprio quella sensazione di bomba pronta ad esplodere, oltre all'indissolubile legame con una certa famiglia di nome Wayne.
E da questo punto comincia la parte SPOILER dell'articolo, che si concluderà alla fine del paragrafo.
Sono pochi i colpi di scena del film, ma sono dannatamente efficienti. Una delle cose che non tanto mi piacevano del film era proprio il fatto che Joker avesse un nome e un cognome, tradendo quel fascino e quel mistero che da sempre contraddistingue il personaggio (anche se pure Tim Burton gli diede un nome). Per fortuna nel film la situazione si capovolge, prima facendo credere che Arthur non sia altro che il figlio di Thomas Wayne, quindi addirittura il fratello del futuro Batman e in seguito si scopre della sua adozione e degli abusi avuti da bambino, insomma, effettivamente questo Joker può avere varie origini, tutte ambigue e nessuna del tutto chiarita all'interno del film, proprio come il personaggio fumettistico.
Come detto, il crescendo del film è magnifico, fino ad arrivare all'intervento di Joker al Murray Franklin Show, dove probabilmente all'inizio voleva uccidersi in diretta, infatti il film porta a credere ciò, ma che poi si rivela un momento di rottura, la definitiva trasformazione di Arthur in Joker, che dopo aver ucciso la madre, uccide anche il "padre", Murray appunto, l'unica figura paterna che lui abbia mai avuto e che poi identifica con tutto ciò che non va nella società, ma anche con la sua vita passata.
L'omicidio di Murray in diretta è la goccia che fa traboccare il vaso, la miccia è accesa, Gotham brucia ed esplode e qui si arriva alla parte finale del film. Joker viene arrestato e poi liberato dai suoi "seguaci" in seguito ad un incidente, viene posato sulla macchina delle polizia quasi come se fosse un messia, mentre da un'altra parte della città, i Wayne fuggono terrorizzati dalla follia dilagante. È proprio un seguace di Joker, con la maschera da clown, a dare a Thomas Wayne "quel che merita", in quella che è probabilmente la mia scena preferita dell'intero film, i Wayne vengono uccisi, quasi come se fosse un atto del destino, di fronte al loro piccolo figlio, un bambino di nome Bruce. Proprio in questo esatto momento, Joker riprende i sensi, rinasce, paradossalmente nello stesso attimo in cui, involontariamente, è stato l'autore della nascita della sua nemesi, Batman. La massa di seguaci lo incita, lo venera come un dio e Arthur si erge fra la folla, re per una notte, una notte di vendetta e di follia. Il clown sanguina, ma è felice e spalmandosi il sangue a mo di sorriso, se la ride. Il bene crea il male e il male crea il bene, Thomas Wayne ha creato Joker e Joker ha creato Batman, ognuno è destinato a creare la propria nemesi, in un circolo vizioso senza fine.
Ma non è finita così, perché c'è ancora l'ultima scena, quella più enigmatica. Ritroviamo Arthur ad Arkham, sta parlando con una psicologa e ride, e a detta di Philips questa è l'unica volta in tutto il film in cui il protagonista ride genuinamente, ride per una barzelletta, in questo momento rivediamo il piccolo Bruce al cospetto dei cadaveri dei genitori, una barzelletta che nessuno capirebbe. L'intero film era tutto una barzelletta pensata da Arthur in manicomio? È passato diverso tempo (infatti si possono vedere dei capelli grigi su Arthur) e il protagonista ripensa a tutto l'accaduto? Joker ride genuinamente per la creazione involontaria della sua nemesi? Non si sa, il finale è volutamente aperto, mentre è più chiara la sequenza finale, con Joker rincorso dalle guardie del manicomio, lasciando impronte di sangue (probabilmente della psicologa) che stonano col bianco candido dell'edificio. The end.
Un bel finale, potente come pochi e soggetto a varie interpretazioni, proprio come per Taxi Driver, ma lo stesso vale anche per altri grandi film, un tocco di classe per concludere una grande opera.
Insomma, Joker è un gran bel film, fra i migliori di quest'anno e che farà discutere per parecchio tempo, però, devo dire che l'incredibile successo che ha avuto la pellicola non ha fatto altro che accentuare il discorso dell'ambiguo messaggio finale del film, con la triste conseguenza che il mondo del web ha tratto conclusioni sbagliate o basate sulla più totale ignoranza, un'ignoranza dilagante che sta invadendo internet e che mi ha dato non poco fastidio, tenendo conto che così facendo si tradisce del tutto il vero messaggio del film. In ogni caso sono felice che un progetto del genere abbia riscosso un notevole successo e che forse possa dare una spinta maggiore alla formula "cinecomic d'autore", un modo furbo e intelligente per sfruttare il trend del momento per produrre ottimi film.
Per quanto riguarda gli Oscar, al contrario di quanto avvenuto a Venezia, credo meriti di vincere più l'attore che il film, anche e sopratutto perché in questo caso l'attore È il film, caso più unico che raro, oltre al fatto, ripeto, che l'operato di Phoenix è davvero miliare.
E ricordate, that's life.
Da questa recensione in poi, mi piacerebbe aggiungere anche un tocco artistico personale.
domenica 20 ottobre 2019
domenica 29 settembre 2019
C'era una volta a...Hollywood: il crepuscolo di Quentin Tarantino (Recensione)
È passato un bel po' dall'ultima volta che ho scritto su questo blog, principalmente perché mi sono concentrato in parte maggiore sulla pagina Instagram del sito, ma eccomi qui, a scrivere nuovamente in questa sede, ritrovando un po' lo spirito originario che mi ha spinto ad aprire il sito, cioè l'esigenza di esprimere nel miglior modo possibile le mie opinioni sulla settima arte. Infatti è la necessità che mi riporta qui, la necessità di dilungarmi sulla recensione di un film attesissimo, particolare e complesso come solo un film d'autore può essere. Sto parlando ovviamente del nono film di Quentin Tarantino, C'era una volta a...Hollywood.
Chi ha leggiucchiato qualche articolo del blog, o seguito i vari post sulla pagina Instagram, sa perfettamente quanto ho atteso questo film e quanto conti per me il regista in questione, anche perché non ho mai tenuto segreta la mia più totale ammirazione e adorazione per Quentin Tarantino, il mio regista preferito in assoluto, di cui ho visto e stravisto tutti i film e che ritengo abbia plasmato la mia concezione di cinema, oltre ad avermi fatto innamorare perdutamente della settima arte. Insomma, questo nuovo film era fra i più attesi del 2019, definire "alte" le mie aspettative era un eufemismo, le premesse di questa nuova opera del regista di Knoxville erano grandiose.
C'era una volta a...Hollywood segue le vicende, o sarebbe meglio dire disavventure, di Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), un attore giunto al tramonto della sua carriera, e il suo stuntman, Cliff Booth (Brad Pitt), veterano di guerra dal misterioso passato. La vicissitudini dei due amici si incastonano nella Hollywood del 1969, popolata dalle star del cinema e della televisione dell'epoca, come Steve McQueen e Bruce Lee, un mondo inconsapevole di trovarsi drammaticamente vicino al suo più grande stravolgimento, l'omicidio dell'attrice Sharon Tate (Margot Robbie), moglie di Roman Polanski, perpetrato dalla Manson Family proprio nella villa dell'attrice, a Cielo Drive e beh, si dà il caso che il nostro Rick Dalton abiti proprio vicino alla villa dei Polanski.
Tarantino si è sempre circondato di star nei propri film, lanciando o rilanciando numerose celebrità di Hollywood, e questo suo nono film non fa eccezione, anzi, questa volta Quentin è riuscito ad assemblare un cast stellare come pochi, su cui giganteggia la trinità formata da Leonardo DiCaprio, Brad Pitt e Margot Robbie, a cui "fanno compagnia" Al Pacino, Kurt Russell, Timothy Olyphant, Bruce Dern, Michael Madsen, Damian Lewis, Luke Perry, Damon Herriman e molti altri, alcuni purtroppo tagliati dal film, come Tim Roth e James Marsden, infatti la prima versione del film durava più di quattro ore e per rientrare nelle quasi tre ore della versione da cinema, Tarantino ha dovuto sacrificare parecchie parti presenti nella pellicola. Quella del taglio è una delle cose più odiate per il regista di Pulp Fiction, non per niente si vocifera di una possibile versione director's cut per Netflix (come fatto per The Hateful Eight).
Parto subito col dire che il film mi è piaciuto davvero molto, ha diviso la critica italiana (mentre in patria ha messo quasi tutti d'accordo) perché indubbiamente non arriva ai grandi capolavori del regista, ma forse il problema per molte persone è stato proprio questo. Mi spiego meglio, la gente si aspettava qualcosa da questo film, si aspettava che Tarantino facesse Tarantino e sfornasse il suo nuovo (e penultimo) capolavoro, con i suoi intrecci, con i suoi dialoghi, con le sue citazioni a go go, con il suo "occhio cinematografico" e infine con il sangue e lo splatter, quel momento che nei film di Tarantino lo si attende come i regali a Natale, e in parte è così, ma questa volta le cose sono andate diversamente e la gente ne è rimasta spiazzata, dividendosi fra chi è rimasto deluso dal film e chi invece è rimasto folgorato da questo Tarantino semi-inedito. Io, personalmente, faccio parte del secondo gruppo.
Alla fin fine Tarantino è sempre lo stesso, ci sono tutti i suoi marchi di fabbrica, ma questa volta abbandona i suoi deliziosi intrecci per concentrarsi su qualcosa che prima passava in secondo piano rispetto alla trama: i personaggi. Nei suoi film, Quentin ci ha dato personaggi meravigliosi, caratterizzati immediatamente da dialoghi perfetti e battute eccezionali e le loro azioni non erano da meno, ma questi personaggi rimanevano comunque le pedine della storia. Nei film di Tarantino è sempre stata la trama a comandare, quasi come se fosse un entità superiore, il destino che comandava i personaggi, ovviamente metafora di come giostrasse i suoi giocattoli il regista e di come li calasse in magnifici intrecci narrativi.
Parlando più concretamente, personaggi come Jules e Vincent, le varie Iene, Mia Wallace e Aldo Raine sono personaggi dannatamente affascinanti e ben caratterizzati, ma perdono di significato tolti dal loro contesto e intreccio narrativo, che ha fatto la fortuna de Le iene, Pulp Fiction e Bastardi senza gloria. Discorso diverso per personaggi quali la Sposa e Django, unici protagonisti principali dei loro film, ma che comunque venivano incanalati in un mondo sui generis, infatti le ambientazioni di Kill Bill e di Django Unchained sono quasi esse stesse dei personaggi. In tutto questo fanno eccezione personaggi e ambientazioni di The Hateful Eight e Death Proof, in quanto molto particolareggiati e posti un po' a metà dei vari approcci di Tarantino alle storie e ai personaggi. Tutto questo preambolo era doveroso per parlare di C'era una volta a...Hollywood.
Come detto prima, in questo film Tarantino pone l'accento sui personaggi, sulle loro caratterizzazioni, preferendo un intreccio più basilare, molto lineare, tanto che più che un intreccio, sembra di seguire le (dis)avventure quotidiane dei due protagonisti, questa volta non calati in un bizzarro scenario popolato da assassini, mercenari e psicopatici e neanche in un western rivisitato e crepuscolare, bensì nella madre e il padre di tutte queste ambientazioni, il luogo dove tutto nasce e finisce, un luogo dove la parola film è il verbo e il cinema è Dio, in una parola: Hollywood.
Non la Hollywood contemporanea e neanche quella ormai blasonata e citata fino allo sfinimento degli anni '80, ma una Hollywood immortalata in un momento particolare, ad un bivio nella propria storia quasi secolare, l'Hollywood del 1969.
Gli anni '60 erano stati anni di rivoluzioni politiche e sociali, che da una parte portarono una ventata d'aria fresca per il cinema e la cultura tutta, ma dall'altra parecchio movimento per gli Stati Uniti, dalla terribile guerra e in seguito amara sconfitta in Vietnam, dalle proteste per i diritti civili degli afroamericani e l'omicidio di Martin Luther King, dall'accentuarsi della guerra fredda all'omicidio di Kennedy, ma furono anche gli anni dell'allunaggio, della beat generation e dei movimenti degli hippie, i figli dei fiori convinti di poter cambiare il mondo con l'amore e con la pace, un sogno utopistico capace di far smuovere milioni di persone, un sogno che si infranse tragicamente una notte d'estate sul finire di questo decennio parecchio agitato. Precisamente il 9 agosto 1969, quando la Manson family, una setta di hippie creata attorno alla figura di Charles Manson, irruppe nella villa dell'attrice Sharon Tate durante un party con i suoi amici e massacrò le celebrità, fra cui la stessa Tate, incinta di un bambino. Il massacro di Cielo Drive fu la pietra tombale sul sogno degli hippie, la fine di un'era, una tragedia che cambiò irrimediabilmente l'opinione pubblica e il mondo di Hollywood.
La Hollywood del 1969 era già di per sé in un momento particolare, l'era dei western, genere dominante del cinema americano e non solo, cominciava ad avviarsi sul viale di un tramonto lento e inesorabile, con il poliziesco e il curioso e affascinante film d'arti marziali che avanzavano e una riscoperta da parte degli americani del grande cinema autoriale europeo, nettamente superiore alla produzione statunitense. Il 1969 fu anche l'anno in cui si trovavano nello stesso momento storico icone del cinema quali Steve McQueen, Bruce Lee, Roman Polanski, Burt Reynolds e molti altri e in cui in Italia la rivisitazione di Sergio Leone aveva aperto al genere degli spaghetti western, fra cui spiccano i titoli diretti da un altro Sergio, Corbucci, ma anche i film di serie B diretti da Antonio Margheriti. E in tutto questo, nel 1969, Quentin Tarantino aveva 6 anni, ma sarebbe cresciuto con i miti di questa Hollywood, con il cinema di questo periodo. Insomma, un momento della storia molto particolare in cui Tarantino fa muovere i suoi personaggi, sia reali che fittizi, in un gioco di specchi senza fine fra realtà e finzione. Un gioco che comincia fin dalla creazione dei suoi personaggi.
Leonardo DiCaprio interpreta Rick Dalton, un attore fallito la cui carriera è consistita in una famosa serie tv western degli anni '50 e in un film di guerra, un'icona in discesa, una celebrità ridotta ad arrampicarsi sugli specchi pur di continuare a fare cinema, un uomo disperato e agli sgoccioli, perché Rick È Hollywood, ma un Hollywood che sta cedendo il passo al nuovo che avanza, incapace di cambiare per sopravvivere. Un uomo che vive per la macchina da presa, un uomo completamente dipendente dal suo lavoro, capace soltanto di recitare nella sua vita, un uomo con enormi problemi di autostima, un divo che sta per sparire, ecco chi è Rick Dalton, ma proprio per questo insieme di cose, Rick è anche un grandissimo attore, capace di fare una performance mostruosa dopo una crisi di nervi. E mostruoso è proprio lui, Leonardo DiCaprio, capace di recitare nella recitazione, di passare dalla realtà alla finzione in completa scioltezza, producendo per Tarantino una performance metacinematografica che lascia più volte senza fiato. Ogni volta che si crede che Leo abbia raggiunto l'apice, Leo ci sorprende ancora, migliorandosi sempre, film dopo film, performance dopo performance. Signori, uno dei più grandi attori in circolazione, definirlo da Oscar sarebbe parecchio riduttivo.
Brad Pitt, invece, interpreta Cliff Booth, lo stuntman e migliore amico di Rick, un uomo tutto d'un pezzo dal passato misterioso e ambiguo, uno delle tantissime persone di Hollywood che non si vedono sui giornali o in tv, il loro nome non compare nelle locandine, ma nei film, loro ci sono. Sono le controfigure, le persone che fanno quello che gli attori non possono fare, coloro che "recitano" senza parole, ma solo con l'azione e le acrobazie, quelle persone che permettono alla "magia del cinema" di avverarsi. Come gli attori sono persone (o personaggi) diversi, presi fuori dal set, anche per gli stuntman è così, ma non li vediamo ritirarsi in ville super arredate con bar e piscina, bensì in catapecchie appena vivibili a condurre una vita da cani, spesso con l'unica compagnia, appunto, dei cani. Cliff è l'ultimo cowboy, un tipo d'uomo come non ci sono più, amici veri e uomini giusti, vessati dal destino e dalla sfortuna, ma mai spezzati. Un personaggio terribilmente affascinante, l'unico uomo vero in un mondo di finzione, un'icona nella vita reale e non sul set, immortalato da un sempre criptico e statuario sguardo tanto apprezzato da David Fincher. Brad Pitt ne ha fatta di strada, uno dei più adorati e venerati teen idol (come del resto anche Leonardo DiCaprio) che è ormai giunto alla soglia dei 60 anni, ma che sullo schermo non ha mai perso un'oncia della sua potenza cinematografica, perché Brad è ancora uno dei più grandi fighi di Hollywood, capace di brillare in modo inedito grazie a Tarantino e ad un ruolo che sembra (e forse lo è) scritto apposta per lui. Il Cliff Booth di Brad buca lo schermo e ruba la scena non poche volte al suo compare, divenendo a mio parere il vero protagonista della pellicola, spesso e volentieri anche la vera forza di questo film.
Sin dall'annuncio del film e sulle prime informazioni della trama, in molti si aspettavano come "terza" protagonista della pellicola colei che dovrebbe, per certi versi, esserne anche il perno, Sharon Tate, interpretata da Margot Robbie, ma senza spoilerare troppo, così non è. Una delle critiche maggiori del film è proprio il mancato approfondimento della Tate e in effetti è così, l'attrice vittima del massacro al centro delle vicende non viene molto caratterizzata da Tarantino, anzi, quasi per niente, ma ancora una volta mi trovo in disaccordo con queste critiche. La Sharon Tate di Tarantino è una figura particolare, più che un personaggio o una persona vera, assume il ruolo di simbolo emblematico, un simbolo di tutto ciò che c'era di buono nella Hollywood degli anni '60, il simbolo di un sogno di pace e armonia dolcemente ingenuo, un simbolo di innocenza su cui, fin dal principio, lo spettatore sa che incombe un tragico destino. Una dea benevole e candida, ecco chi è, o sarebbe meglio dire cos'è, la Sharon Tate di Tarantino, ovviamente tutto ciò è accentuato dalla performance di Margot Robbie, un'attrice capace di sembrare perfetta in qualsiasi inquadratura.
In ogni caso neanche io sono cieco di fronte ad alcuni difetti del film, che sono sicuro siano quasi del tutto dovuti al taglio di parecchie parti del film, come la troppo piccola parte di Charles Manson, ma anche e soprattutto lo spreco del personaggio interpretato da Al Pacino, infatti posso capire il volergli affidare un ruolo minore (alla stregua di un cameo) come fatto anche per Kurt Russell, Damian Lewis e Timothy Olyphant, ma, come detto, è davvero uno spreco con un attore del calibro di Al Pacino, un gigante del cinema che non aveva mai lavorato con Tarantino.
Ovviamente sono cose a cui io, personalmente, passo sopra, mentre mi trovo in totale disaccordo con chi ha stroncato il film dato che a me è piaciuto davvero tanto e credo che su questa discussione si possa anche dire un bel po' di cose. Come scritto sopra, la gente si aspettava il solito Tarantino e dopo aver discusso la cosa a livello di contenuti, ora tocca ad un punto di vista "dietro le quinte". Il regista di Knoxville si accinge anch'egli alla soglia dei 60, e dopo anni da scapolo è convolato a nozze qualche mese fa, è ovvio che la cosa ha portato un cambiamento enorme nella sua vita e di conseguenza nel suo lavoro. Inoltre non bisogna dimenticare che C'era una volta a...Hollywood è il suo nono film, il penultimo, dato che l'autore da anni ha deciso di ritirarsi dalla regia dopo il suo decimo film, e forse il fatto che la sua produzione sia quindi relativamente corta, l'opinione generale non ha quindi considerato che il buon Quentin sia nel giro da quasi trent'anni e che ora stiamo vivendo il crepuscolo del regista.
Il crepuscolo, quel momento del tramonto che precede la fine della luce, un momento in cui è inevitabile divenire un po' romantici e la cosa si può benissimo apportare all'opera di Tarantino, che in questo film, lontanissimo da quelle Iene che hanno rappresentato il suo folgorante esordio, cita un intero periodo del cinema americano, quel periodo con cui è cresciuto, il periodo che lo ha formato e che arriva ai nostri occhi impregnato di una dolce nostalgia, infatti un'altra delle critiche mosse al film è l'idealizzazione del 1969, che in effetti non è come noi lo abbiamo visto, ma come lo ha "visto" Quentin, ma anche a queste critiche rispondo con un chissenefrega, perché C'era una volta a...Hollywood è una lettera di amore proprio al cinema americano di un tempo, ormai scomparso e lontano ben più di cinquant'anni, il che ci porta ad avere una visione pessimistica dell'attuale panorama cinematografico, anche qui, inteso come crepuscolare, per questo basta anche vedere i piedi nel film, si sa che Tarantino è un feticista, li inserisce in tutti i suoi film, ma in questo i piedi sono rappresentati sporchi e raggrinziti. Un Quentin più romantico, che ad un passo dalla fine della sua carriera, ripensa a tutto ciò che ha fatto, e così vediamo il set di un western che altro non è che lo stesso di Django Unchained, l'aeroporto di Jackie Brown, Kurt Russell in un ruolo che non può non ricordare Stuntman Mike di Death Proof, le fiamme di Bastardi senza gloria, gli allenamenti di Sharon Tate e Bruce Lee che strizzano l'occhio a Kill Bill, la Los Angeles e i giri in macchina di Pulp Fiction e chissà cos'altro, tra le miriadi di citazioni nascoste e occulte con cui Tarantino ha infarcito il film.
Non solo citazioni, comunque, il film rimane incentrato sui personaggi, sulle loro azioni quotidiane e le loro vicissitudini, per poi arrivare ad un crescendo in cui, il seppur "blando" intreccio mostra i propri frutti, con un finale davvero perfetto, fra i più belli di sempre a mio parere.
Ora passiamo quindi alla parte SPOILER che si concluderà solo alla fine del paragrafo.
Lo stratagemma conclusivo potrà sembrare già visto o per alcuni telefonato, ma la cosa non toglie davvero niente alla sua perfezione, dopotutto per tutto il film vediamo realtà e finzione rincorrersi e nel finale assistiamo alla resa dei conti. Le scene che precedono il climax finale sono magnifiche, dall'accensione di tutta Los Angeles, trepidante e frenetica, passando per la voce narrante che passa per filo e per segno gli eventi del 9 agosto, in cui finalmente le vicende di Rick e Cliff arrivano al loro compimento. Nella loro ultima serata di baldoria, un Rick su di giri e un Cliff strafatto cambiano la storia. La Manson family è lì, davanti ai cancelli della villa Polanski, ma basta una sfuriata di Rick Dalton per cambiare tutto. La setta di fanatici ora irrompe nella casa dell'attore, solo per ritrovarsi contro Cliff e il suo cane, ciò che segue è il momento più atteso dei film di Tarantino, il climax splatteroso, e ovviamente Quentin non si risparmia, creando una serie di scene grottesche e assurde, esagerate ed esilaranti, praticamente perfette, con un Cliff scatenato. Solo alla fine, anche Rick ha il suo momento di gloria, bruciando l'hippie con il lanciafiamme, ricordo del suo war movie ed è in questo momento che l'uomo e il divo divengono una cosa sola, portando a compimento il percorso di Rick, ora soddisfatto e completo. E così ci avviciniamo alla fine, un Cliff ammaccato viene portato via dall'ambulanza, non prima di un bellissimo confronto con l'amico di una vita e poi Rick si ritrova solo, dopo una lunga e agitata notte, ma le emozioni non sono finite per l'attore di Bounty Law, infatti viene raggiunto da Jay, l'amico di Sharon Tate, e proprio quest'ultima gli apre i cancelli della villa, i cancelli di Cielo Drive, i cancelli del cielo, e come un moderno San Pietro, Jay accompagna Rick verso la casa, dove il miracolo è avvenuto, il pericolo è scampato, almeno nella finzione. Con una ripresa dall'alto vediamo l'abbraccio di Sharon e Rick, l'attore ha finalmente l'occasione di entrare nel cinema che conta, dopo una vita di sacrifici e belle batoste, Rick Dalton ce l'ha fatta. E a quel punto compare il titolo, che oltre ad essere un omaggio al cinema di Sergio Leone si rivela essere il significato del film, una gran bella favola Tarantiniana, una fiaba, la massima espressione di finzione, dove i cattivi muoiono sempre e vissero tutti felici e contenti. Ancora una volta Tarantino vince sulla cruda realtà, ma in Bastardi senza gloria è la grande vendetta contro i nazisti e Hitler, qui un desiderio irrealizzabile, un sogno che solo al cinema può prendere forma, un sogno di una realtà diversa, dove un sogno non è finito quella notte in un insensato e tragico massacro. Ci sono poche cose più potenti del cinema quando questo si prende una rivincita contro la storia, quando riesce dove noi abbiamo fallito, quando si assiste all'impossibile sul grande schermo, perché lì, su quel grande schermo che ogni volta che si accende ci regala un'emozione, tutto è possibile.
Ed eccoci qui, alla fine, sinceramente mi verrebbero da discutere parecchie altre cose, ma lo spazio che mi sono preso è già molto, sicuramente tornerò a parlare del film, anche solo per riportare le decine di curiosità, citazioni e riferimenti presenti nella pellicola. Del resto è abbastanza sicuro che prima che finisca la sua corsa al cinema tornerò a vederlo, anche perché per questo film mi è capitato qualcosa che raramente succede, e cioè che più tempo passa e più rimango soddisfatto della sua visione, infatti le prime impressioni a caldo non erano così entusiastiche. Insomma, C'era una volta a...Hollywood rappresenta un crepuscolo romantico per Quentin Tarantino, ma è anche la sua nona sinfonia di cinema.
Chi ha leggiucchiato qualche articolo del blog, o seguito i vari post sulla pagina Instagram, sa perfettamente quanto ho atteso questo film e quanto conti per me il regista in questione, anche perché non ho mai tenuto segreta la mia più totale ammirazione e adorazione per Quentin Tarantino, il mio regista preferito in assoluto, di cui ho visto e stravisto tutti i film e che ritengo abbia plasmato la mia concezione di cinema, oltre ad avermi fatto innamorare perdutamente della settima arte. Insomma, questo nuovo film era fra i più attesi del 2019, definire "alte" le mie aspettative era un eufemismo, le premesse di questa nuova opera del regista di Knoxville erano grandiose.
C'era una volta a...Hollywood segue le vicende, o sarebbe meglio dire disavventure, di Rick Dalton (Leonardo DiCaprio), un attore giunto al tramonto della sua carriera, e il suo stuntman, Cliff Booth (Brad Pitt), veterano di guerra dal misterioso passato. La vicissitudini dei due amici si incastonano nella Hollywood del 1969, popolata dalle star del cinema e della televisione dell'epoca, come Steve McQueen e Bruce Lee, un mondo inconsapevole di trovarsi drammaticamente vicino al suo più grande stravolgimento, l'omicidio dell'attrice Sharon Tate (Margot Robbie), moglie di Roman Polanski, perpetrato dalla Manson Family proprio nella villa dell'attrice, a Cielo Drive e beh, si dà il caso che il nostro Rick Dalton abiti proprio vicino alla villa dei Polanski.
Tarantino si è sempre circondato di star nei propri film, lanciando o rilanciando numerose celebrità di Hollywood, e questo suo nono film non fa eccezione, anzi, questa volta Quentin è riuscito ad assemblare un cast stellare come pochi, su cui giganteggia la trinità formata da Leonardo DiCaprio, Brad Pitt e Margot Robbie, a cui "fanno compagnia" Al Pacino, Kurt Russell, Timothy Olyphant, Bruce Dern, Michael Madsen, Damian Lewis, Luke Perry, Damon Herriman e molti altri, alcuni purtroppo tagliati dal film, come Tim Roth e James Marsden, infatti la prima versione del film durava più di quattro ore e per rientrare nelle quasi tre ore della versione da cinema, Tarantino ha dovuto sacrificare parecchie parti presenti nella pellicola. Quella del taglio è una delle cose più odiate per il regista di Pulp Fiction, non per niente si vocifera di una possibile versione director's cut per Netflix (come fatto per The Hateful Eight).
Parto subito col dire che il film mi è piaciuto davvero molto, ha diviso la critica italiana (mentre in patria ha messo quasi tutti d'accordo) perché indubbiamente non arriva ai grandi capolavori del regista, ma forse il problema per molte persone è stato proprio questo. Mi spiego meglio, la gente si aspettava qualcosa da questo film, si aspettava che Tarantino facesse Tarantino e sfornasse il suo nuovo (e penultimo) capolavoro, con i suoi intrecci, con i suoi dialoghi, con le sue citazioni a go go, con il suo "occhio cinematografico" e infine con il sangue e lo splatter, quel momento che nei film di Tarantino lo si attende come i regali a Natale, e in parte è così, ma questa volta le cose sono andate diversamente e la gente ne è rimasta spiazzata, dividendosi fra chi è rimasto deluso dal film e chi invece è rimasto folgorato da questo Tarantino semi-inedito. Io, personalmente, faccio parte del secondo gruppo.
Alla fin fine Tarantino è sempre lo stesso, ci sono tutti i suoi marchi di fabbrica, ma questa volta abbandona i suoi deliziosi intrecci per concentrarsi su qualcosa che prima passava in secondo piano rispetto alla trama: i personaggi. Nei suoi film, Quentin ci ha dato personaggi meravigliosi, caratterizzati immediatamente da dialoghi perfetti e battute eccezionali e le loro azioni non erano da meno, ma questi personaggi rimanevano comunque le pedine della storia. Nei film di Tarantino è sempre stata la trama a comandare, quasi come se fosse un entità superiore, il destino che comandava i personaggi, ovviamente metafora di come giostrasse i suoi giocattoli il regista e di come li calasse in magnifici intrecci narrativi.
Parlando più concretamente, personaggi come Jules e Vincent, le varie Iene, Mia Wallace e Aldo Raine sono personaggi dannatamente affascinanti e ben caratterizzati, ma perdono di significato tolti dal loro contesto e intreccio narrativo, che ha fatto la fortuna de Le iene, Pulp Fiction e Bastardi senza gloria. Discorso diverso per personaggi quali la Sposa e Django, unici protagonisti principali dei loro film, ma che comunque venivano incanalati in un mondo sui generis, infatti le ambientazioni di Kill Bill e di Django Unchained sono quasi esse stesse dei personaggi. In tutto questo fanno eccezione personaggi e ambientazioni di The Hateful Eight e Death Proof, in quanto molto particolareggiati e posti un po' a metà dei vari approcci di Tarantino alle storie e ai personaggi. Tutto questo preambolo era doveroso per parlare di C'era una volta a...Hollywood.
Come detto prima, in questo film Tarantino pone l'accento sui personaggi, sulle loro caratterizzazioni, preferendo un intreccio più basilare, molto lineare, tanto che più che un intreccio, sembra di seguire le (dis)avventure quotidiane dei due protagonisti, questa volta non calati in un bizzarro scenario popolato da assassini, mercenari e psicopatici e neanche in un western rivisitato e crepuscolare, bensì nella madre e il padre di tutte queste ambientazioni, il luogo dove tutto nasce e finisce, un luogo dove la parola film è il verbo e il cinema è Dio, in una parola: Hollywood.
Non la Hollywood contemporanea e neanche quella ormai blasonata e citata fino allo sfinimento degli anni '80, ma una Hollywood immortalata in un momento particolare, ad un bivio nella propria storia quasi secolare, l'Hollywood del 1969.
Gli anni '60 erano stati anni di rivoluzioni politiche e sociali, che da una parte portarono una ventata d'aria fresca per il cinema e la cultura tutta, ma dall'altra parecchio movimento per gli Stati Uniti, dalla terribile guerra e in seguito amara sconfitta in Vietnam, dalle proteste per i diritti civili degli afroamericani e l'omicidio di Martin Luther King, dall'accentuarsi della guerra fredda all'omicidio di Kennedy, ma furono anche gli anni dell'allunaggio, della beat generation e dei movimenti degli hippie, i figli dei fiori convinti di poter cambiare il mondo con l'amore e con la pace, un sogno utopistico capace di far smuovere milioni di persone, un sogno che si infranse tragicamente una notte d'estate sul finire di questo decennio parecchio agitato. Precisamente il 9 agosto 1969, quando la Manson family, una setta di hippie creata attorno alla figura di Charles Manson, irruppe nella villa dell'attrice Sharon Tate durante un party con i suoi amici e massacrò le celebrità, fra cui la stessa Tate, incinta di un bambino. Il massacro di Cielo Drive fu la pietra tombale sul sogno degli hippie, la fine di un'era, una tragedia che cambiò irrimediabilmente l'opinione pubblica e il mondo di Hollywood.
La Hollywood del 1969 era già di per sé in un momento particolare, l'era dei western, genere dominante del cinema americano e non solo, cominciava ad avviarsi sul viale di un tramonto lento e inesorabile, con il poliziesco e il curioso e affascinante film d'arti marziali che avanzavano e una riscoperta da parte degli americani del grande cinema autoriale europeo, nettamente superiore alla produzione statunitense. Il 1969 fu anche l'anno in cui si trovavano nello stesso momento storico icone del cinema quali Steve McQueen, Bruce Lee, Roman Polanski, Burt Reynolds e molti altri e in cui in Italia la rivisitazione di Sergio Leone aveva aperto al genere degli spaghetti western, fra cui spiccano i titoli diretti da un altro Sergio, Corbucci, ma anche i film di serie B diretti da Antonio Margheriti. E in tutto questo, nel 1969, Quentin Tarantino aveva 6 anni, ma sarebbe cresciuto con i miti di questa Hollywood, con il cinema di questo periodo. Insomma, un momento della storia molto particolare in cui Tarantino fa muovere i suoi personaggi, sia reali che fittizi, in un gioco di specchi senza fine fra realtà e finzione. Un gioco che comincia fin dalla creazione dei suoi personaggi.
Leonardo DiCaprio interpreta Rick Dalton, un attore fallito la cui carriera è consistita in una famosa serie tv western degli anni '50 e in un film di guerra, un'icona in discesa, una celebrità ridotta ad arrampicarsi sugli specchi pur di continuare a fare cinema, un uomo disperato e agli sgoccioli, perché Rick È Hollywood, ma un Hollywood che sta cedendo il passo al nuovo che avanza, incapace di cambiare per sopravvivere. Un uomo che vive per la macchina da presa, un uomo completamente dipendente dal suo lavoro, capace soltanto di recitare nella sua vita, un uomo con enormi problemi di autostima, un divo che sta per sparire, ecco chi è Rick Dalton, ma proprio per questo insieme di cose, Rick è anche un grandissimo attore, capace di fare una performance mostruosa dopo una crisi di nervi. E mostruoso è proprio lui, Leonardo DiCaprio, capace di recitare nella recitazione, di passare dalla realtà alla finzione in completa scioltezza, producendo per Tarantino una performance metacinematografica che lascia più volte senza fiato. Ogni volta che si crede che Leo abbia raggiunto l'apice, Leo ci sorprende ancora, migliorandosi sempre, film dopo film, performance dopo performance. Signori, uno dei più grandi attori in circolazione, definirlo da Oscar sarebbe parecchio riduttivo.
Brad Pitt, invece, interpreta Cliff Booth, lo stuntman e migliore amico di Rick, un uomo tutto d'un pezzo dal passato misterioso e ambiguo, uno delle tantissime persone di Hollywood che non si vedono sui giornali o in tv, il loro nome non compare nelle locandine, ma nei film, loro ci sono. Sono le controfigure, le persone che fanno quello che gli attori non possono fare, coloro che "recitano" senza parole, ma solo con l'azione e le acrobazie, quelle persone che permettono alla "magia del cinema" di avverarsi. Come gli attori sono persone (o personaggi) diversi, presi fuori dal set, anche per gli stuntman è così, ma non li vediamo ritirarsi in ville super arredate con bar e piscina, bensì in catapecchie appena vivibili a condurre una vita da cani, spesso con l'unica compagnia, appunto, dei cani. Cliff è l'ultimo cowboy, un tipo d'uomo come non ci sono più, amici veri e uomini giusti, vessati dal destino e dalla sfortuna, ma mai spezzati. Un personaggio terribilmente affascinante, l'unico uomo vero in un mondo di finzione, un'icona nella vita reale e non sul set, immortalato da un sempre criptico e statuario sguardo tanto apprezzato da David Fincher. Brad Pitt ne ha fatta di strada, uno dei più adorati e venerati teen idol (come del resto anche Leonardo DiCaprio) che è ormai giunto alla soglia dei 60 anni, ma che sullo schermo non ha mai perso un'oncia della sua potenza cinematografica, perché Brad è ancora uno dei più grandi fighi di Hollywood, capace di brillare in modo inedito grazie a Tarantino e ad un ruolo che sembra (e forse lo è) scritto apposta per lui. Il Cliff Booth di Brad buca lo schermo e ruba la scena non poche volte al suo compare, divenendo a mio parere il vero protagonista della pellicola, spesso e volentieri anche la vera forza di questo film.
Sin dall'annuncio del film e sulle prime informazioni della trama, in molti si aspettavano come "terza" protagonista della pellicola colei che dovrebbe, per certi versi, esserne anche il perno, Sharon Tate, interpretata da Margot Robbie, ma senza spoilerare troppo, così non è. Una delle critiche maggiori del film è proprio il mancato approfondimento della Tate e in effetti è così, l'attrice vittima del massacro al centro delle vicende non viene molto caratterizzata da Tarantino, anzi, quasi per niente, ma ancora una volta mi trovo in disaccordo con queste critiche. La Sharon Tate di Tarantino è una figura particolare, più che un personaggio o una persona vera, assume il ruolo di simbolo emblematico, un simbolo di tutto ciò che c'era di buono nella Hollywood degli anni '60, il simbolo di un sogno di pace e armonia dolcemente ingenuo, un simbolo di innocenza su cui, fin dal principio, lo spettatore sa che incombe un tragico destino. Una dea benevole e candida, ecco chi è, o sarebbe meglio dire cos'è, la Sharon Tate di Tarantino, ovviamente tutto ciò è accentuato dalla performance di Margot Robbie, un'attrice capace di sembrare perfetta in qualsiasi inquadratura.
In ogni caso neanche io sono cieco di fronte ad alcuni difetti del film, che sono sicuro siano quasi del tutto dovuti al taglio di parecchie parti del film, come la troppo piccola parte di Charles Manson, ma anche e soprattutto lo spreco del personaggio interpretato da Al Pacino, infatti posso capire il volergli affidare un ruolo minore (alla stregua di un cameo) come fatto anche per Kurt Russell, Damian Lewis e Timothy Olyphant, ma, come detto, è davvero uno spreco con un attore del calibro di Al Pacino, un gigante del cinema che non aveva mai lavorato con Tarantino.
Ovviamente sono cose a cui io, personalmente, passo sopra, mentre mi trovo in totale disaccordo con chi ha stroncato il film dato che a me è piaciuto davvero tanto e credo che su questa discussione si possa anche dire un bel po' di cose. Come scritto sopra, la gente si aspettava il solito Tarantino e dopo aver discusso la cosa a livello di contenuti, ora tocca ad un punto di vista "dietro le quinte". Il regista di Knoxville si accinge anch'egli alla soglia dei 60, e dopo anni da scapolo è convolato a nozze qualche mese fa, è ovvio che la cosa ha portato un cambiamento enorme nella sua vita e di conseguenza nel suo lavoro. Inoltre non bisogna dimenticare che C'era una volta a...Hollywood è il suo nono film, il penultimo, dato che l'autore da anni ha deciso di ritirarsi dalla regia dopo il suo decimo film, e forse il fatto che la sua produzione sia quindi relativamente corta, l'opinione generale non ha quindi considerato che il buon Quentin sia nel giro da quasi trent'anni e che ora stiamo vivendo il crepuscolo del regista.
Il crepuscolo, quel momento del tramonto che precede la fine della luce, un momento in cui è inevitabile divenire un po' romantici e la cosa si può benissimo apportare all'opera di Tarantino, che in questo film, lontanissimo da quelle Iene che hanno rappresentato il suo folgorante esordio, cita un intero periodo del cinema americano, quel periodo con cui è cresciuto, il periodo che lo ha formato e che arriva ai nostri occhi impregnato di una dolce nostalgia, infatti un'altra delle critiche mosse al film è l'idealizzazione del 1969, che in effetti non è come noi lo abbiamo visto, ma come lo ha "visto" Quentin, ma anche a queste critiche rispondo con un chissenefrega, perché C'era una volta a...Hollywood è una lettera di amore proprio al cinema americano di un tempo, ormai scomparso e lontano ben più di cinquant'anni, il che ci porta ad avere una visione pessimistica dell'attuale panorama cinematografico, anche qui, inteso come crepuscolare, per questo basta anche vedere i piedi nel film, si sa che Tarantino è un feticista, li inserisce in tutti i suoi film, ma in questo i piedi sono rappresentati sporchi e raggrinziti. Un Quentin più romantico, che ad un passo dalla fine della sua carriera, ripensa a tutto ciò che ha fatto, e così vediamo il set di un western che altro non è che lo stesso di Django Unchained, l'aeroporto di Jackie Brown, Kurt Russell in un ruolo che non può non ricordare Stuntman Mike di Death Proof, le fiamme di Bastardi senza gloria, gli allenamenti di Sharon Tate e Bruce Lee che strizzano l'occhio a Kill Bill, la Los Angeles e i giri in macchina di Pulp Fiction e chissà cos'altro, tra le miriadi di citazioni nascoste e occulte con cui Tarantino ha infarcito il film.
Non solo citazioni, comunque, il film rimane incentrato sui personaggi, sulle loro azioni quotidiane e le loro vicissitudini, per poi arrivare ad un crescendo in cui, il seppur "blando" intreccio mostra i propri frutti, con un finale davvero perfetto, fra i più belli di sempre a mio parere.
Ora passiamo quindi alla parte SPOILER che si concluderà solo alla fine del paragrafo.
Lo stratagemma conclusivo potrà sembrare già visto o per alcuni telefonato, ma la cosa non toglie davvero niente alla sua perfezione, dopotutto per tutto il film vediamo realtà e finzione rincorrersi e nel finale assistiamo alla resa dei conti. Le scene che precedono il climax finale sono magnifiche, dall'accensione di tutta Los Angeles, trepidante e frenetica, passando per la voce narrante che passa per filo e per segno gli eventi del 9 agosto, in cui finalmente le vicende di Rick e Cliff arrivano al loro compimento. Nella loro ultima serata di baldoria, un Rick su di giri e un Cliff strafatto cambiano la storia. La Manson family è lì, davanti ai cancelli della villa Polanski, ma basta una sfuriata di Rick Dalton per cambiare tutto. La setta di fanatici ora irrompe nella casa dell'attore, solo per ritrovarsi contro Cliff e il suo cane, ciò che segue è il momento più atteso dei film di Tarantino, il climax splatteroso, e ovviamente Quentin non si risparmia, creando una serie di scene grottesche e assurde, esagerate ed esilaranti, praticamente perfette, con un Cliff scatenato. Solo alla fine, anche Rick ha il suo momento di gloria, bruciando l'hippie con il lanciafiamme, ricordo del suo war movie ed è in questo momento che l'uomo e il divo divengono una cosa sola, portando a compimento il percorso di Rick, ora soddisfatto e completo. E così ci avviciniamo alla fine, un Cliff ammaccato viene portato via dall'ambulanza, non prima di un bellissimo confronto con l'amico di una vita e poi Rick si ritrova solo, dopo una lunga e agitata notte, ma le emozioni non sono finite per l'attore di Bounty Law, infatti viene raggiunto da Jay, l'amico di Sharon Tate, e proprio quest'ultima gli apre i cancelli della villa, i cancelli di Cielo Drive, i cancelli del cielo, e come un moderno San Pietro, Jay accompagna Rick verso la casa, dove il miracolo è avvenuto, il pericolo è scampato, almeno nella finzione. Con una ripresa dall'alto vediamo l'abbraccio di Sharon e Rick, l'attore ha finalmente l'occasione di entrare nel cinema che conta, dopo una vita di sacrifici e belle batoste, Rick Dalton ce l'ha fatta. E a quel punto compare il titolo, che oltre ad essere un omaggio al cinema di Sergio Leone si rivela essere il significato del film, una gran bella favola Tarantiniana, una fiaba, la massima espressione di finzione, dove i cattivi muoiono sempre e vissero tutti felici e contenti. Ancora una volta Tarantino vince sulla cruda realtà, ma in Bastardi senza gloria è la grande vendetta contro i nazisti e Hitler, qui un desiderio irrealizzabile, un sogno che solo al cinema può prendere forma, un sogno di una realtà diversa, dove un sogno non è finito quella notte in un insensato e tragico massacro. Ci sono poche cose più potenti del cinema quando questo si prende una rivincita contro la storia, quando riesce dove noi abbiamo fallito, quando si assiste all'impossibile sul grande schermo, perché lì, su quel grande schermo che ogni volta che si accende ci regala un'emozione, tutto è possibile.
Ed eccoci qui, alla fine, sinceramente mi verrebbero da discutere parecchie altre cose, ma lo spazio che mi sono preso è già molto, sicuramente tornerò a parlare del film, anche solo per riportare le decine di curiosità, citazioni e riferimenti presenti nella pellicola. Del resto è abbastanza sicuro che prima che finisca la sua corsa al cinema tornerò a vederlo, anche perché per questo film mi è capitato qualcosa che raramente succede, e cioè che più tempo passa e più rimango soddisfatto della sua visione, infatti le prime impressioni a caldo non erano così entusiastiche. Insomma, C'era una volta a...Hollywood rappresenta un crepuscolo romantico per Quentin Tarantino, ma è anche la sua nona sinfonia di cinema.
domenica 14 luglio 2019
Spider-Man Far From Home: piccoli uomini ragno crescono (Recensione)
Con un po' di ritardo ecco la recensione del blockbuster estivo di questo luglio, l'atteso nuovo film targato Marvel Studios con il ritorno al cinema dell'arrampicamuri di New York, anche se questa volta sarà molto lontano da casa, ma non dai guai. Con il difficile "compito" di essere il primo film Marvel dopo il deflagrante Avengers Endgame, ci apprestiamo a vedere come e se questa nuova avventura cinematografica di Spider-Man si sia rivelata all'altezza di proseguire nel sempre più vasto universo narrativo Marvel.
Il film è uscito il 10 luglio nei cinema nostrani, dura 129 minuti ed è il ventitreesimo film del Marvel Cinematic Universe, sequel di Spider-Man Homecoming, ma come per ogni film Marvel è a tutti gli effetti il nuovo film dell'unica grande saga del MCU, che dopo gli eventi del quarto capitolo degli Avengers è pronta per rinnovarsi, dicendo addio alle star principali che ne hanno fatto parte in questi "primi" 11 anni e puntare sui nuovi cavalli da battaglia che negli ultimi anni hanno già avuto una pellicola a loro dedicata. Ovviamente fra questi c'è Peter Parker/Spider-Man, che ricopre ora un ruolo di primo piano dopo l'abbandono di Iron Man e a cui spetta anche il compito di traghettare gli spettatori verso una nuova fase dell'universo Marvel.
Diretto da Jon Watts (già regista di Homecoming), in Far From Home si ritrova il cast del precedente film di Spider-Man, che comprende principalmente Tom Holland nel ruolo del protagonista, Marisa Tomei nel ruolo di Zia May e Zendaya nel ruolo di MJ, e in più le new entry d'eccezione di questo nuovo capitolo, Samuel L. Jackson nel suo ormai iconico ruolo di Nick Fury, Cobie Smulders in quello di Maria Hill, Jon Favreau che interpreta nuovamente Happy Hogan e quella che è a tutti gli effetti la nuova star del film, Jake Gyllenhaal, che interpreta il misterioso Quentin Beck, Mysterio.
In questo nuovo film, Peter Parker e la sua classe andranno in gita in Europa, dove Peter vorrebbe dichiararsi a MJ, ma i guai non sembrano lasciar andare in vacanza il nipote di zia May, infatti verrà coinvolto da Nick Fury in un affare di livello "Avengers", Spider-Man dovrà affrontare la minaccia dei feroci Elementali, aiutato solo da un nuovo eroe, Quentin Beck, noto come Mysterio. Peter avrà anche modo di confrontarsi con i suoi traumi dopo gli eventi di Avengers Endgame, e dovrà capire in che modo dovrà cambiare il ruolo come Spider-Man.
Il film mi è piaciuto molto, presenta una buona evoluzione del personaggio e del suo mondo, è evidente che i Marvel Studios vogliano puntare sempre di più su Spidey, ed è anche giusto, infatti dopo l'addio degli Avengers, Peter diventa ciò che era destinato ad essere: l'eroe principale dell'universo Marvel. Devo essere sincero, io non riesco a contemplare Spider-Man fuori da New York, dato che è l'eroe Marvel più indissolubilmente legato alla sua città, ma lo stratagemma della gita scolastica, che quindi porta l'intero film all'estero, funziona bene e ha un suo perché, anche perché alla fine l'ambientazione europea (che porta il nostro eroe a volteggiare per Venezia, fra le altre città) rimane solo lo sfondo delle vicende e porta anche un po' di freschezza e nuovi elementi alle relazioni interpersonali di Peter e la sua classe.
Non mi piace fare confronti, ma con i sequel (e soprattutto con i film Marvel) è inevitabile, infatti devo dire che questo nuovo film mi è piaciuto più di Homecoming, che mi era comunque piaciuto, ma di cui non avevo apprezzato molto il primo tempo, troppo spensierato e scanzonato (anche per Spider-Man), ma che si riprendeva alla grande nel secondo tempo. In Far From Home c'è un equilibrio maggiore fra i vari elementi del film, principalmente fra il comico e il serio, che quindi si amalgamano in maniera omogenea e per niente fastidiosa (come purtroppo lo è in altri film Marvel). Far From Home deve anche fare i conti con Avengers Endgame e i grandi cambiamenti nel MCU, ma che in perfetto stile Marvel vengono ridicolizzati da un parte e trattati benissimo da un'altra.
Tom Holland è un ottimo Peter, ormai ha fatto suo il ruolo ed è pronto a farlo crescere, riesce a produrre una performance costante e coerente con le precedenti e in ogni caso riesce sempre fare uno Spider-Man personale ed eccellente. Samuel L. Jackson torna ad interpretare Nick Fury, che funge anche un po' da deus ex machina, ma che come al solito collega il film con il resto del MCU, per il resto è sempre un ottimo Jackson, ma che non brilla più di tanto, anche perché lascia lo spazio e la parte del leone ad un grandissimo Jake Gyllenhaal, interprete di Mysterio, qui trasposto in una nuova versione. Gyllenhaal è il grosso valore aggiunto del film, proprio come Michael Keaton e il suo Avvoltoio lo era in Homecoming, ma non poteva essere che così, vista la grande bravura dell'attore, che ruba la scena e buca lo schermo, proprio come il suo personaggio.
La nuova avventura di Spider-Man porta il personaggio "lontano da casa" non solo letteralmente, con il viaggio in Europa, ma anche metaforicamente, perché Peter non è più lo stesso "amichevole uomo ragno di quartiere", non dopo ciò che ha passato, e deve capire come evolvere, come crescere, e dovrà farlo anche senza volerlo. L'ombra di Tony Stark si fa sentire ma non troppo, è anche al centro di una delle scene più emozionanti del film, ma si vede che il messaggio del film è anche quello di imparare dai propri idoli, ma lasciarli andare quando è il momento, come del resto si fa quando si cresce. Ripeto, il film mi è piaciuto molto, oltre alla trama e il cast, presenta un sorprendente finale, come del resto anche in Homecoming, inoltre voglio anche mettere in evidenza i meravigliosi effetti speciali, sempre ottimi nei film Marvel, ma che in questo Spider-Man probabilmente toccano il loro apice.
Watts e gli sceneggiatori confezionano un ottimo nuovo capitolo della saga di Spider-Man, ma soprattutto un nuovo gradino nella crescita di Peter, come uomo e come eroe, questa volta portato al limite, fino a toccare il fondo più basso, prima della grande riscossa, come ogni grande storia del personaggio. Proprio come dissi quando parlai di Homecoming, il più grande pregio di questa versione di Spider-Man è l'opportunità di affezionarsici e vederlo cambiare e crescere. Far From Home prende atto di essere il ventitreesimo film di una grande saga, ma guarda al futuro, un futuro ragnesco.
Il film è uscito il 10 luglio nei cinema nostrani, dura 129 minuti ed è il ventitreesimo film del Marvel Cinematic Universe, sequel di Spider-Man Homecoming, ma come per ogni film Marvel è a tutti gli effetti il nuovo film dell'unica grande saga del MCU, che dopo gli eventi del quarto capitolo degli Avengers è pronta per rinnovarsi, dicendo addio alle star principali che ne hanno fatto parte in questi "primi" 11 anni e puntare sui nuovi cavalli da battaglia che negli ultimi anni hanno già avuto una pellicola a loro dedicata. Ovviamente fra questi c'è Peter Parker/Spider-Man, che ricopre ora un ruolo di primo piano dopo l'abbandono di Iron Man e a cui spetta anche il compito di traghettare gli spettatori verso una nuova fase dell'universo Marvel.
Diretto da Jon Watts (già regista di Homecoming), in Far From Home si ritrova il cast del precedente film di Spider-Man, che comprende principalmente Tom Holland nel ruolo del protagonista, Marisa Tomei nel ruolo di Zia May e Zendaya nel ruolo di MJ, e in più le new entry d'eccezione di questo nuovo capitolo, Samuel L. Jackson nel suo ormai iconico ruolo di Nick Fury, Cobie Smulders in quello di Maria Hill, Jon Favreau che interpreta nuovamente Happy Hogan e quella che è a tutti gli effetti la nuova star del film, Jake Gyllenhaal, che interpreta il misterioso Quentin Beck, Mysterio.
In questo nuovo film, Peter Parker e la sua classe andranno in gita in Europa, dove Peter vorrebbe dichiararsi a MJ, ma i guai non sembrano lasciar andare in vacanza il nipote di zia May, infatti verrà coinvolto da Nick Fury in un affare di livello "Avengers", Spider-Man dovrà affrontare la minaccia dei feroci Elementali, aiutato solo da un nuovo eroe, Quentin Beck, noto come Mysterio. Peter avrà anche modo di confrontarsi con i suoi traumi dopo gli eventi di Avengers Endgame, e dovrà capire in che modo dovrà cambiare il ruolo come Spider-Man.
Il film mi è piaciuto molto, presenta una buona evoluzione del personaggio e del suo mondo, è evidente che i Marvel Studios vogliano puntare sempre di più su Spidey, ed è anche giusto, infatti dopo l'addio degli Avengers, Peter diventa ciò che era destinato ad essere: l'eroe principale dell'universo Marvel. Devo essere sincero, io non riesco a contemplare Spider-Man fuori da New York, dato che è l'eroe Marvel più indissolubilmente legato alla sua città, ma lo stratagemma della gita scolastica, che quindi porta l'intero film all'estero, funziona bene e ha un suo perché, anche perché alla fine l'ambientazione europea (che porta il nostro eroe a volteggiare per Venezia, fra le altre città) rimane solo lo sfondo delle vicende e porta anche un po' di freschezza e nuovi elementi alle relazioni interpersonali di Peter e la sua classe.
Non mi piace fare confronti, ma con i sequel (e soprattutto con i film Marvel) è inevitabile, infatti devo dire che questo nuovo film mi è piaciuto più di Homecoming, che mi era comunque piaciuto, ma di cui non avevo apprezzato molto il primo tempo, troppo spensierato e scanzonato (anche per Spider-Man), ma che si riprendeva alla grande nel secondo tempo. In Far From Home c'è un equilibrio maggiore fra i vari elementi del film, principalmente fra il comico e il serio, che quindi si amalgamano in maniera omogenea e per niente fastidiosa (come purtroppo lo è in altri film Marvel). Far From Home deve anche fare i conti con Avengers Endgame e i grandi cambiamenti nel MCU, ma che in perfetto stile Marvel vengono ridicolizzati da un parte e trattati benissimo da un'altra.
Tom Holland è un ottimo Peter, ormai ha fatto suo il ruolo ed è pronto a farlo crescere, riesce a produrre una performance costante e coerente con le precedenti e in ogni caso riesce sempre fare uno Spider-Man personale ed eccellente. Samuel L. Jackson torna ad interpretare Nick Fury, che funge anche un po' da deus ex machina, ma che come al solito collega il film con il resto del MCU, per il resto è sempre un ottimo Jackson, ma che non brilla più di tanto, anche perché lascia lo spazio e la parte del leone ad un grandissimo Jake Gyllenhaal, interprete di Mysterio, qui trasposto in una nuova versione. Gyllenhaal è il grosso valore aggiunto del film, proprio come Michael Keaton e il suo Avvoltoio lo era in Homecoming, ma non poteva essere che così, vista la grande bravura dell'attore, che ruba la scena e buca lo schermo, proprio come il suo personaggio.
La nuova avventura di Spider-Man porta il personaggio "lontano da casa" non solo letteralmente, con il viaggio in Europa, ma anche metaforicamente, perché Peter non è più lo stesso "amichevole uomo ragno di quartiere", non dopo ciò che ha passato, e deve capire come evolvere, come crescere, e dovrà farlo anche senza volerlo. L'ombra di Tony Stark si fa sentire ma non troppo, è anche al centro di una delle scene più emozionanti del film, ma si vede che il messaggio del film è anche quello di imparare dai propri idoli, ma lasciarli andare quando è il momento, come del resto si fa quando si cresce. Ripeto, il film mi è piaciuto molto, oltre alla trama e il cast, presenta un sorprendente finale, come del resto anche in Homecoming, inoltre voglio anche mettere in evidenza i meravigliosi effetti speciali, sempre ottimi nei film Marvel, ma che in questo Spider-Man probabilmente toccano il loro apice.
Watts e gli sceneggiatori confezionano un ottimo nuovo capitolo della saga di Spider-Man, ma soprattutto un nuovo gradino nella crescita di Peter, come uomo e come eroe, questa volta portato al limite, fino a toccare il fondo più basso, prima della grande riscossa, come ogni grande storia del personaggio. Proprio come dissi quando parlai di Homecoming, il più grande pregio di questa versione di Spider-Man è l'opportunità di affezionarsici e vederlo cambiare e crescere. Far From Home prende atto di essere il ventitreesimo film di una grande saga, ma guarda al futuro, un futuro ragnesco.
venerdì 5 luglio 2019
Shaft: il ritorno della famiglia di detective afroamericani (Recensione)
Dopo un po' di tempo torna una recensione sul blog, questa volta di un film uscito lo scorso 28 giugno sulla piattaforma streaming Netflix, ma prodotto dalla Warner Bros/New Line Cinema, dal titolo Shaft, che vede il ritorno di un'icona degli anni '70, il detective John Shaft, questa volta però è accompagnato dalla sua famiglia. Già, perché è davvero curiosa la storia della famiglia Shaft, come vedremo tra poco.
La storia di John Shaft (del primo John Shaft) comincia nei favolosi anni '70, infatti proprio nel 1970 lo scrittore Ernest Tidyman tenterà di "rispondere" allo James Bond di Ian Fleming con un nuovo personaggio letterario, John Shaft appunto, un detective di colore dai modi rudi ma dal cuore d'oro, il personaggio divenne così protagonista di una serie di romanzi ed ebbe un successo clamoroso immediato. Nel 1971 si ha la prima trasposizione cinematografica, con Shaft il detective, diretto da Gordon Parks, con Richard Roundtree ad interpretare il protagonista. Il grande successo spinge alla produzione di un sequel nel 1972, Shaft colpisce ancora, diretto sempre da Parks e interpretato ancora da Roundtree, che lo interpreta nuovamente nel terzo film, Shaft e i mercanti di schiavi, diretto da John Guillermin nel 1973. Con il terzo film Shaft conclude temporaneamente la sua "carriera" cinematografica, spostandosi sul piccolo schermo, infatti Roundtree tornerà ad interpretare il detective in una serie televisiva di 7 episodi a cavallo tra il 1973 e il 1974, dopodiché di John Shaft si perderanno le tracce per 24 anni.
Nel 2000, infatti, uscirà un nuovo film, diretto da John Singleton, dal titolo Shaft, con protagonista il grande Samuel L. Jackson, nel ruolo di John Shaft, ma la pellicola non è un reboot della saga, infatti il nuovo protagonista altri non è che il nipote dello Shaft originale, che in questo nuovo film compare in un cameo, sempre interpretato da Richard Roundtree. Con la pellicola del 2000 sembrava essersi conclusa la saga del/dei detective e così è stato, fino a quest'anno.
Infatti nel 2015 la New Line Cinema (di proprietà della Warner Bros) ha acquistato i diritti di Shaft, con l'intenzione di farne un reboot, la produzione comincia nel 2017 con Tim Story, regista dei film dei Fantastici Quattro tra le altre cose, dietro la macchina da presa. Vengono scritturati Samuel L. Jackson e Richard Roundtree per interpretare nuovamente John Shaft e John Shaft Sr. infatti la storia verterà sulle varie generazioni della famiglia Shaft. Nell'ottobre 2017 alla produzione subentra Netflix, che acquista i diritti di distribuzione internazionale, così nel gennaio di quest'anno esce nei cinema statunitensi il nuovo film della saga, dal titolo Shaft (già, di nuovo), che nel resto del mondo arriva solo qualche settimana fa. Ma in cosa consiste questo nuovo film di Shaft?
Il nuovo capitolo segue le vicende di John Shaft Jr.(Jessie Usher), figlio del secondo John Shaft (Samuel L. Jackson), cresciuto solo dalla madre Maya (Regina Hall), dato che il padre lo ha abbandonato 25 anni prima a causa dei pericoli che comportava la sua vita da detective. Junior è un analista per l'FBI, ma dovrà chiedere aiuto al padre per risolvere un caso molto personale e importante, i due Shaft quindi si ritroveranno e fra le varie disavventure di cui saranno protagonisti dovranno collaborare, inoltre sarà cruciale l'aiuto di un arzillo John Shaft Sr.(Richard Roundtree).
Ho visto il film incuriosito dalla figura del detective Shaft (anche se non ho visto nessuno dei film precedenti) e ovviamente dalla presenza di Samuel L. Jackson, uno degli attori più prolifici della storia del cinema, capace di piacermi in qualsiasi ruolo, oltre ad essere talmente bravo da bucare lo schermo in qualsiasi dei suoi (tantissimi) film. Questo nuovo Shaft diverte e intrattiene, il piatto forte non è la trama generale (deboluccia a dir il vero), ma il confronto generazionale fra l'iconico detective di colore e suo figlio, il rapporto fra i due è la vera spina dorsale del film, sia nelle parti comiche (tantissime e molto divertenti) che nelle parti serie (non molte).
Il film è davvero molto divertente, rende giustizia ad un personaggio carismatico, che ritorna in auge proprio in questo periodo, che spesso e volentieri vede le rivisitazioni delle icone del periodo '70/'80, infatti per certi versi sembrerebbe l'ennesima icona rivisitata, ma almeno in questo caso si mette in evidenza l'ereditarietà dell'icona, con il confronto fra Shaft e suo figlio. Inoltre ad un certo punto subentra Richard Roundtree, nel suo ruolo di John Shaft Sr., portando il confronto su ben tre generazioni di detective, i tre John Shaft si riuniranno quindi, per rendere questo film la perfetta rappresentazione della saga, sicuramente non molto conosciuta, ma che con questo film torna alla ribalta, inoltre proprio come nel mio caso, questo Shaft è del tutto comprensibile senza aver visto nessuno dei precedenti.
La parte del leone spetta, ovviamente, a Samuel L. Jackson, divertente e scatenato, quasi senza filtri, di cui ho già scritto poco sopra i grandi pregi, mentre il resto del cast l'ho trovato consono e in parte, ma che non brilla più di tanto, salvo giusto Jessie Usher, che interpreta John Shaft Jr. e che è di fatto il protagonista del film, non tanto per qualità recitative, ma per aver sorretto bene il ruolo assegnatoli e ciò che rappresenta nel confronto con il padre, cioè la "spalla comica" nei momenti divertenti e una nuova, moderna, versione del personaggio originale.
Il risultato finale è un ottimo action comedy e buddy movie, nello stile delle pellicole poliziesche degli anni '80, fra cui le più famose sono sicuramente Die Hard (e precisamente il terzo film, che guarda caso aveva Samuel L. Jackson come co-protagonista) e Arma letale.
Concludo con una piccola curiosità: nella scena in cui Shaft parla con Bennie, quest'ultima associa il look del detective con quello di Morpheus di Matrix, facendo arrabbiare Shaft, che dice di non sopportare il confronto con Laurence Fishbourne, inoltre subito dopo Bennie cita Die Hard con il classico "Yuppi ki yah", pronunciato a John McClane (Bruce Willis) nella suddetta saga action (di cui ha fatto parte anche lo stesso Jackson come detto in precedenza), alche Shaft risponde con "Hasta la vista" citando Arnold Schwarzenegger in Terminator, quello che molti non sanno è che il doppiatore di Shaft in questo film è Alessandro Rossi, il doppiatore di Thanos fra gli altri, ma soprattutto è il doppiatore ufficiale dello stesso Schwarzenegger, quindi si è autocitato senza che la cosa fosse voluta, ovviamente, dalla produzione, che non si occupa del doppiaggio negli altri Paesi.
La storia di John Shaft (del primo John Shaft) comincia nei favolosi anni '70, infatti proprio nel 1970 lo scrittore Ernest Tidyman tenterà di "rispondere" allo James Bond di Ian Fleming con un nuovo personaggio letterario, John Shaft appunto, un detective di colore dai modi rudi ma dal cuore d'oro, il personaggio divenne così protagonista di una serie di romanzi ed ebbe un successo clamoroso immediato. Nel 1971 si ha la prima trasposizione cinematografica, con Shaft il detective, diretto da Gordon Parks, con Richard Roundtree ad interpretare il protagonista. Il grande successo spinge alla produzione di un sequel nel 1972, Shaft colpisce ancora, diretto sempre da Parks e interpretato ancora da Roundtree, che lo interpreta nuovamente nel terzo film, Shaft e i mercanti di schiavi, diretto da John Guillermin nel 1973. Con il terzo film Shaft conclude temporaneamente la sua "carriera" cinematografica, spostandosi sul piccolo schermo, infatti Roundtree tornerà ad interpretare il detective in una serie televisiva di 7 episodi a cavallo tra il 1973 e il 1974, dopodiché di John Shaft si perderanno le tracce per 24 anni.
Nel 2000, infatti, uscirà un nuovo film, diretto da John Singleton, dal titolo Shaft, con protagonista il grande Samuel L. Jackson, nel ruolo di John Shaft, ma la pellicola non è un reboot della saga, infatti il nuovo protagonista altri non è che il nipote dello Shaft originale, che in questo nuovo film compare in un cameo, sempre interpretato da Richard Roundtree. Con la pellicola del 2000 sembrava essersi conclusa la saga del/dei detective e così è stato, fino a quest'anno.
Infatti nel 2015 la New Line Cinema (di proprietà della Warner Bros) ha acquistato i diritti di Shaft, con l'intenzione di farne un reboot, la produzione comincia nel 2017 con Tim Story, regista dei film dei Fantastici Quattro tra le altre cose, dietro la macchina da presa. Vengono scritturati Samuel L. Jackson e Richard Roundtree per interpretare nuovamente John Shaft e John Shaft Sr. infatti la storia verterà sulle varie generazioni della famiglia Shaft. Nell'ottobre 2017 alla produzione subentra Netflix, che acquista i diritti di distribuzione internazionale, così nel gennaio di quest'anno esce nei cinema statunitensi il nuovo film della saga, dal titolo Shaft (già, di nuovo), che nel resto del mondo arriva solo qualche settimana fa. Ma in cosa consiste questo nuovo film di Shaft?
Il nuovo capitolo segue le vicende di John Shaft Jr.(Jessie Usher), figlio del secondo John Shaft (Samuel L. Jackson), cresciuto solo dalla madre Maya (Regina Hall), dato che il padre lo ha abbandonato 25 anni prima a causa dei pericoli che comportava la sua vita da detective. Junior è un analista per l'FBI, ma dovrà chiedere aiuto al padre per risolvere un caso molto personale e importante, i due Shaft quindi si ritroveranno e fra le varie disavventure di cui saranno protagonisti dovranno collaborare, inoltre sarà cruciale l'aiuto di un arzillo John Shaft Sr.(Richard Roundtree).
Ho visto il film incuriosito dalla figura del detective Shaft (anche se non ho visto nessuno dei film precedenti) e ovviamente dalla presenza di Samuel L. Jackson, uno degli attori più prolifici della storia del cinema, capace di piacermi in qualsiasi ruolo, oltre ad essere talmente bravo da bucare lo schermo in qualsiasi dei suoi (tantissimi) film. Questo nuovo Shaft diverte e intrattiene, il piatto forte non è la trama generale (deboluccia a dir il vero), ma il confronto generazionale fra l'iconico detective di colore e suo figlio, il rapporto fra i due è la vera spina dorsale del film, sia nelle parti comiche (tantissime e molto divertenti) che nelle parti serie (non molte).
Il film è davvero molto divertente, rende giustizia ad un personaggio carismatico, che ritorna in auge proprio in questo periodo, che spesso e volentieri vede le rivisitazioni delle icone del periodo '70/'80, infatti per certi versi sembrerebbe l'ennesima icona rivisitata, ma almeno in questo caso si mette in evidenza l'ereditarietà dell'icona, con il confronto fra Shaft e suo figlio. Inoltre ad un certo punto subentra Richard Roundtree, nel suo ruolo di John Shaft Sr., portando il confronto su ben tre generazioni di detective, i tre John Shaft si riuniranno quindi, per rendere questo film la perfetta rappresentazione della saga, sicuramente non molto conosciuta, ma che con questo film torna alla ribalta, inoltre proprio come nel mio caso, questo Shaft è del tutto comprensibile senza aver visto nessuno dei precedenti.
La parte del leone spetta, ovviamente, a Samuel L. Jackson, divertente e scatenato, quasi senza filtri, di cui ho già scritto poco sopra i grandi pregi, mentre il resto del cast l'ho trovato consono e in parte, ma che non brilla più di tanto, salvo giusto Jessie Usher, che interpreta John Shaft Jr. e che è di fatto il protagonista del film, non tanto per qualità recitative, ma per aver sorretto bene il ruolo assegnatoli e ciò che rappresenta nel confronto con il padre, cioè la "spalla comica" nei momenti divertenti e una nuova, moderna, versione del personaggio originale.
Il risultato finale è un ottimo action comedy e buddy movie, nello stile delle pellicole poliziesche degli anni '80, fra cui le più famose sono sicuramente Die Hard (e precisamente il terzo film, che guarda caso aveva Samuel L. Jackson come co-protagonista) e Arma letale.
Concludo con una piccola curiosità: nella scena in cui Shaft parla con Bennie, quest'ultima associa il look del detective con quello di Morpheus di Matrix, facendo arrabbiare Shaft, che dice di non sopportare il confronto con Laurence Fishbourne, inoltre subito dopo Bennie cita Die Hard con il classico "Yuppi ki yah", pronunciato a John McClane (Bruce Willis) nella suddetta saga action (di cui ha fatto parte anche lo stesso Jackson come detto in precedenza), alche Shaft risponde con "Hasta la vista" citando Arnold Schwarzenegger in Terminator, quello che molti non sanno è che il doppiatore di Shaft in questo film è Alessandro Rossi, il doppiatore di Thanos fra gli altri, ma soprattutto è il doppiatore ufficiale dello stesso Schwarzenegger, quindi si è autocitato senza che la cosa fosse voluta, ovviamente, dalla produzione, che non si occupa del doppiaggio negli altri Paesi.
martedì 2 luglio 2019
La truffa dei Logan: la folle rapina di due folli fratelli insieme ai loro folli compagni (CineRandom)
Ancora una volta, per CineRandom, peschiamo dagli anni recenti, più precisamente dal 2017 (in Italia nel 2018), con una pellicola di primo piano, nata dal genio di Steven Soderbergh, noto regista di Ocean's Eleven, Twelve e Thriteen e di tanti altri film, ancora una volta accompagnato da un grande cast corale, che comprende star del calibro di Channing Tatum, Adam Driver, Daniel Craig, Katie Holmes, Hilary Swank e le divertenti partecipazioni di Seth McFarlene e Sebastian Stan.
La truffa dei Logan (Logan Lucky in originale) segue le vicende di due scalcinati fratelli, Jimmy (Channing Tatum) e Clyde Logan (Adam Driver), il primo è un operaio zoppo che viene licenziato, mentre Clyde è un veterano con la protesi al braccio che ora fa il barista. Insieme decideranno di compiere una delle più grandi rapine che il West Virginia ricordi, derubando la Charlotte Motor Speedway il giorno della più grande gara automobilistica dello stato, ma per farlo avranno bisogno dell'aiuto della sorella e di un criminale esperto di botti, lo scapestrato Joe Bang (Daniel Craig), l'unico problema è che Bang è in prigione. Inutile dire che niente andrà come previsto.
Soderbergh è ormai il maestro indiscusso degli heist movie, i film di rapine in pratica, forte della già citata trilogia di Ocean (il suo apice), ma non solo rapine, Soderbergh è noto anche per aver diretto film come Erin Brockovich o Traffic, oltre ai film dedicati a Che Guevara e tanti altri, ma con La truffa dei Logan torna ai furti particolari e sofisticati (oltre che molto divertenti). Il film è in perfetto stile Soderbergh, dai dialoghi irriverenti e le situazioni grottesche all'ironia che pervade quasi ogni scena, il tutto pesantemente aiutato da un'ottima sceneggiatura e soprattutto un ottimo cast, dato che uno dei marchi di fabbrica del regista è quello di circondarsi di star.
Channing Tatum non brilla certo per capacità recitative, ma ha sempre una grossa presenza scenica e interpreta molto bene il suo ruolo, vero protagonista "fra i protagonisti", al contrario è davvero molto bravo Adam Driver, uno degli attori più prolifici degli ultimi anni, "lanciato" dai nuovi film di Star Wars, in cui interpreta Kylo Ren, ma personalmente credo abbia brillato molto di più nelle pellicole che ha fatto negli ultimi anni (Blackkklansman o L'uomo che uccise Don Chisciotte per citarne qualcuna) rispetto ai nuovi episodi di Star Wars. La parte del leone spetta però a Daniel Craig, attuale interprete dell'iconico James Bond, che viene proposto in questo film come mai l'abbiamo visto al cinema, scapestrato, irriverente, divertente e dissacrante, preda di quella follia dannatamente esilarante. Degni di menzione sono sicuramente i divertenti ruoli di Sebastian Stan e Seth McFarlene, quest'ultimo è il noto creatore de I Griffin e Ted, anche in questo film in un ruolo simpaticissimo.
Ovviamente La truffa dei Logan non arriva ai film di Ocean, ma non è neanche nelle intenzioni dell'autore, che ad un certo punto del film si autocita, quasi chiarendo allo spettatore che la banda scalcinata di questo film è una sorta di versione "povera" della espertissima banda di Danny Ocean, quasi una parodia. Resta comunque un buonissimo film, con un ottimo cast e un gran bel finale a sorpresa, che va a concludere una entusiasmante storia.
La truffa dei Logan (Logan Lucky in originale) segue le vicende di due scalcinati fratelli, Jimmy (Channing Tatum) e Clyde Logan (Adam Driver), il primo è un operaio zoppo che viene licenziato, mentre Clyde è un veterano con la protesi al braccio che ora fa il barista. Insieme decideranno di compiere una delle più grandi rapine che il West Virginia ricordi, derubando la Charlotte Motor Speedway il giorno della più grande gara automobilistica dello stato, ma per farlo avranno bisogno dell'aiuto della sorella e di un criminale esperto di botti, lo scapestrato Joe Bang (Daniel Craig), l'unico problema è che Bang è in prigione. Inutile dire che niente andrà come previsto.
Soderbergh è ormai il maestro indiscusso degli heist movie, i film di rapine in pratica, forte della già citata trilogia di Ocean (il suo apice), ma non solo rapine, Soderbergh è noto anche per aver diretto film come Erin Brockovich o Traffic, oltre ai film dedicati a Che Guevara e tanti altri, ma con La truffa dei Logan torna ai furti particolari e sofisticati (oltre che molto divertenti). Il film è in perfetto stile Soderbergh, dai dialoghi irriverenti e le situazioni grottesche all'ironia che pervade quasi ogni scena, il tutto pesantemente aiutato da un'ottima sceneggiatura e soprattutto un ottimo cast, dato che uno dei marchi di fabbrica del regista è quello di circondarsi di star.
Channing Tatum non brilla certo per capacità recitative, ma ha sempre una grossa presenza scenica e interpreta molto bene il suo ruolo, vero protagonista "fra i protagonisti", al contrario è davvero molto bravo Adam Driver, uno degli attori più prolifici degli ultimi anni, "lanciato" dai nuovi film di Star Wars, in cui interpreta Kylo Ren, ma personalmente credo abbia brillato molto di più nelle pellicole che ha fatto negli ultimi anni (Blackkklansman o L'uomo che uccise Don Chisciotte per citarne qualcuna) rispetto ai nuovi episodi di Star Wars. La parte del leone spetta però a Daniel Craig, attuale interprete dell'iconico James Bond, che viene proposto in questo film come mai l'abbiamo visto al cinema, scapestrato, irriverente, divertente e dissacrante, preda di quella follia dannatamente esilarante. Degni di menzione sono sicuramente i divertenti ruoli di Sebastian Stan e Seth McFarlene, quest'ultimo è il noto creatore de I Griffin e Ted, anche in questo film in un ruolo simpaticissimo.
Ovviamente La truffa dei Logan non arriva ai film di Ocean, ma non è neanche nelle intenzioni dell'autore, che ad un certo punto del film si autocita, quasi chiarendo allo spettatore che la banda scalcinata di questo film è una sorta di versione "povera" della espertissima banda di Danny Ocean, quasi una parodia. Resta comunque un buonissimo film, con un ottimo cast e un gran bel finale a sorpresa, che va a concludere una entusiasmante storia.
lunedì 1 luglio 2019
Cinema 2019 (Luglio)
Comincia il rovente mese di luglio (anche se giugno non è stato da meno), ma il mese estivo non è esente dal presentare una carrellata di ottimi film, che come al solito, presento all'inizio del mese e di cui scelgo personalmente 7 fra i film più interessanti del mese.
-Spider-Man Far From Home: dall'11 luglio al cinema, l'attesissimo nuovo film Marvel con protagonista l'amichevole uomo ragno di quartiere, anche se questa volta il "quartiere" è il caro vecchio continente, infatti dopo i drammatici eventi di Avengers Endgame, Peter Parker riprende la sua vita e partecipa alla gita scolastica insieme ai suoi amici, un itinerario che prevede la visita di Londra, Venezia e Berlino. All'apparenza è tutto tranquillo, fin a quando non subentra Nick Fury e un nuovo misterioso super essere, Mysterio, pronti ad affidarsi a Spider-Man per la salvezza del pianeta. Diretto ancora una volta da Jon Watts, regista di Homecoming, Tom Holland ritorna ad essere Peter Parker e Spider-Man, coadiuvato da Samuel L. Jackson nel ruolo di Nick Fury, con una new entry d'eccellenza, Jake Gyllenhaal, nel ruolo di Mysterio.
-Domino: dall'11 luglio arriva nelle sale un nuovo film diretto da Brian De Palma, maestro delle spy story. Domino segue le vicende di Christian, poliziotto di Copenaghen, che assiste al brutale assassinio del suo partner per mano di un affiliato dell'ISIS, così perseguendo la vendetta, Christian si imbarcherà in una caccia all'uomo internazionale, ma si ritroverà presto immischiato in un vero e proprio intrigo internazionale, che vede coinvolta anche la CIA. I protagonisti sono le star di Game of Thrones, Nikolaj Coster-Waldau e Carice Van Houten, nel cast anche Guy Pearce.
-Welcome Home: nei cinema dall'11 luglio, un thriller psicologico dai forti toni, che segue le vicende di Bryan e Cassie, una coppia in crisi, che nel tentativo di riprendere i rapporti, decidono di fare una vacanza in Italia, prendendo una casa in affitto in campagna, ma i due dovranno fare i conti con un vicino affascinante e conturbante, ambiguo e decisamente pericoloso. Diretto da George Ratliff, il cast è composto principalmente da Emily Ratajkowski, Aaron Paul e Riccardo Scamarcio.
-Il mangiatore di pietre: dal 18 luglio al cinema, un giallo tutto italiano diretto da Nicola Bellucci, con Luigi Lo Cascio, Vincenzo Crea e Bruno Todeschini. In una remota valle piemontese, Cesare, un ex contrabbandiere e trafficante di persone, ritrova il corpo assassinato di Fausto, suo nipote ed ex complice, implicato in un traffico di droga dall'Italia alla Svizzera, di cui aveva perso i contatti tempo prima. Le indagini cominciano e Cesare è fra i sospettati, ma riesce a convincere una poliziotta della sua innocenza e insieme decideranno di indagare sull'omicidio, anche se la poliziotta non sa Cesare non cerca giustizia, ma vendetta.
-Edison-l'uomo che illuminò il mondo: il 18 luglio arriva nei cinema il film dedicato alla "guerra dell'elettricità" del 1880, fra Thomas Edison e George Westinghouse, quest'ultimo infatti aveva trovato una falla nel progetto di Edison per una fonte di energia elettrica commerciabile e sostenibile, innescando una grande rivalità fra i due. Diretto da Alfonso Gomez-Rejon, con Benedict Cumberbatch nel ruolo di Edison, mentre il resto del cast è composto da Michael Shannon, Nicholas Hoult e Tom Holland.
-Serenity-L'isola dell'inganno: dal 18 luglio nelle sale, un thriller tutto estivo diretto da Steven Knight con protagonisti Matthew McConaughey e Anne Hathaway. Baker Dill è il capitano di una barca per turisti, conduce una vita tranquilla in una località tropicale, fino a quando dal suo passato non rispunta l'ex moglie Karen, che gli chiede aiuto per salvare lei e il loro figlio dal suo nuovo marito violento, che la picchia. Il piano di Karen è semplice e spietato, portare il nuovo marito a fare un'escursione in mare e gettarlo, per darlo in pasto agli squali. Nel cast anche Jason Clarke, Diane Lane e Djimon Hounsou.
-Men in Black International: il 25 luglio al cinema, chiude questa carrellata il nuovo scatenato capitolo della saga action comedy sugli uomini in nero a difesa della Terra contro gli extraterrestri, spin-off dei film cult con Will Smith e Tommy Lee Jones. Nella sezione europea dell'organizzazione dei Men in Black, con sede a Londra, l'agente H, insieme alla nuova agente M, dovranno affrontare una misteriosa talpa fra gli uomini in nero, che rischia di mettere in pericolo tutta la Terra. Diretto da F. Gary Gray, con un eccezionale cast che vede i due protagonisti interpretati da Chris Hemsworth e Tessa Thompson, coppia già ben rodata presa da Thor Ragnarok, insieme a Liam Neeson, Emma Thompson e Rebecca Ferguson.
-Spider-Man Far From Home: dall'11 luglio al cinema, l'attesissimo nuovo film Marvel con protagonista l'amichevole uomo ragno di quartiere, anche se questa volta il "quartiere" è il caro vecchio continente, infatti dopo i drammatici eventi di Avengers Endgame, Peter Parker riprende la sua vita e partecipa alla gita scolastica insieme ai suoi amici, un itinerario che prevede la visita di Londra, Venezia e Berlino. All'apparenza è tutto tranquillo, fin a quando non subentra Nick Fury e un nuovo misterioso super essere, Mysterio, pronti ad affidarsi a Spider-Man per la salvezza del pianeta. Diretto ancora una volta da Jon Watts, regista di Homecoming, Tom Holland ritorna ad essere Peter Parker e Spider-Man, coadiuvato da Samuel L. Jackson nel ruolo di Nick Fury, con una new entry d'eccellenza, Jake Gyllenhaal, nel ruolo di Mysterio.
-Domino: dall'11 luglio arriva nelle sale un nuovo film diretto da Brian De Palma, maestro delle spy story. Domino segue le vicende di Christian, poliziotto di Copenaghen, che assiste al brutale assassinio del suo partner per mano di un affiliato dell'ISIS, così perseguendo la vendetta, Christian si imbarcherà in una caccia all'uomo internazionale, ma si ritroverà presto immischiato in un vero e proprio intrigo internazionale, che vede coinvolta anche la CIA. I protagonisti sono le star di Game of Thrones, Nikolaj Coster-Waldau e Carice Van Houten, nel cast anche Guy Pearce.
-Welcome Home: nei cinema dall'11 luglio, un thriller psicologico dai forti toni, che segue le vicende di Bryan e Cassie, una coppia in crisi, che nel tentativo di riprendere i rapporti, decidono di fare una vacanza in Italia, prendendo una casa in affitto in campagna, ma i due dovranno fare i conti con un vicino affascinante e conturbante, ambiguo e decisamente pericoloso. Diretto da George Ratliff, il cast è composto principalmente da Emily Ratajkowski, Aaron Paul e Riccardo Scamarcio.
-Il mangiatore di pietre: dal 18 luglio al cinema, un giallo tutto italiano diretto da Nicola Bellucci, con Luigi Lo Cascio, Vincenzo Crea e Bruno Todeschini. In una remota valle piemontese, Cesare, un ex contrabbandiere e trafficante di persone, ritrova il corpo assassinato di Fausto, suo nipote ed ex complice, implicato in un traffico di droga dall'Italia alla Svizzera, di cui aveva perso i contatti tempo prima. Le indagini cominciano e Cesare è fra i sospettati, ma riesce a convincere una poliziotta della sua innocenza e insieme decideranno di indagare sull'omicidio, anche se la poliziotta non sa Cesare non cerca giustizia, ma vendetta.
-Edison-l'uomo che illuminò il mondo: il 18 luglio arriva nei cinema il film dedicato alla "guerra dell'elettricità" del 1880, fra Thomas Edison e George Westinghouse, quest'ultimo infatti aveva trovato una falla nel progetto di Edison per una fonte di energia elettrica commerciabile e sostenibile, innescando una grande rivalità fra i due. Diretto da Alfonso Gomez-Rejon, con Benedict Cumberbatch nel ruolo di Edison, mentre il resto del cast è composto da Michael Shannon, Nicholas Hoult e Tom Holland.
-Serenity-L'isola dell'inganno: dal 18 luglio nelle sale, un thriller tutto estivo diretto da Steven Knight con protagonisti Matthew McConaughey e Anne Hathaway. Baker Dill è il capitano di una barca per turisti, conduce una vita tranquilla in una località tropicale, fino a quando dal suo passato non rispunta l'ex moglie Karen, che gli chiede aiuto per salvare lei e il loro figlio dal suo nuovo marito violento, che la picchia. Il piano di Karen è semplice e spietato, portare il nuovo marito a fare un'escursione in mare e gettarlo, per darlo in pasto agli squali. Nel cast anche Jason Clarke, Diane Lane e Djimon Hounsou.
-Men in Black International: il 25 luglio al cinema, chiude questa carrellata il nuovo scatenato capitolo della saga action comedy sugli uomini in nero a difesa della Terra contro gli extraterrestri, spin-off dei film cult con Will Smith e Tommy Lee Jones. Nella sezione europea dell'organizzazione dei Men in Black, con sede a Londra, l'agente H, insieme alla nuova agente M, dovranno affrontare una misteriosa talpa fra gli uomini in nero, che rischia di mettere in pericolo tutta la Terra. Diretto da F. Gary Gray, con un eccezionale cast che vede i due protagonisti interpretati da Chris Hemsworth e Tessa Thompson, coppia già ben rodata presa da Thor Ragnarok, insieme a Liam Neeson, Emma Thompson e Rebecca Ferguson.
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